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Processo Cucchi, tutte le dichiarazioni del carabiniere Tedesco in aula - Video

Open - 09/04/201912:46Aggiornato 10/04/2019 14:54

Ha aspettato quasi dieci anni per parlare. «Quando gli chiesi come dovevamo comportarci se chiamati a testimoniare, il maresciallo Mandolini mi disse: "Devi seguire la linea dell'Arma se vuoi continuare a fare il carabiniere". Per me le sue parole erano una minaccia»

Un'udienza fiume, che non è ancora finita, e una deposizione lunghissima per Francesco Tedesco, carabiniere e coetaneo di Stefano Cucchi, il geometra romano morto a Roma nel 2009. Tedesco è imputato nel processo Cucchi bis, accusato di omicidio preterintenzionale insieme ai suoi colleghi Raffaele D'Alessandro e Alessio Di Bernardo.

Ma il carabiniere è anche colui che, dopo quasi dieci anni di distanza, ha rivelato prima al sostituto procuratore Giovanni Musarò, e poi ieri in aula, che Stefano Cucchi sarebbe stato pestato dai suoi colleghi e coimputati Di Bernardo e D'Alessandro.

«Innanzitutto voglio chiedere scusa alla famiglia Cucchi e agli agenti della polizia penitenziaria imputati al primo processo. Per me questi anni sono stati un muro insormontabile», ha esordito Tedesco nell'aula della cittadella giudiziaria di piazzale Clodio a Roma. Tedesco è accusato anche di falso e calunnia insieme con il maresciallo Roberto Mandolini, mentre della sola calunnia risponde il militare Vincenzo Nicolardi.

La descrizione del pestaggio

Il Carabiniere ha risposto alle domande del pm Musarò e del legale della famiglia Cucchi, Fabio Anselmo, nonché a quelle del suo avvocato difensore e del difensore di Roberto Mandolini, l'avvocato Naso. La notte dell'arresto, dice Francesco Tedesco in aula, Stefano Cucchi fu pestato dai carabinieri nella caserma della Compagnia Casilina.

«Mentre uscivano dalla sala, Di Bernardo si voltò e colpì Cucchi con uno schiaffo violento in pieno volto. Poi lo spinse e D'Alessandro diede a Cucchi un forte calcio con la punta del piede all'altezza dell'ano. Io ho detto loro: "Basta, finitela, che cazzo fate, non vi permettete"».

Ma, secondo Tedesco, Di Bernardo andò avanti in quella che definisce un'azione «combinata», spingendo Stefano Cucchi che così è caduto a terra, sbattendo violentemente il bacino e poi anche la testa.

«Ho sentito il rumore della testa che batteva», conferma Tedesco. Poi D'Alessandro gli ha dato un calcio in faccia, non so bene dove. Ma in faccia. Allora mi sono alzato e li ho allontanati da Stefano Cucchi».

«Devi seguire la linea dell'Arma se vuoi continuare a fare il carabiniere»

Francesco Tedesco ha aspettato nove anni per parlare, dieci per deporre in aula durante il processo bis per la morte del 31enne romano. «Quando gli chiesi come dovevamo comportarci se chiamati a testimoniare, il maresciallo Mandolini (suo superiore all'epoca dei fatti, ndr.) mi disse "Devi seguire la linea dell'Arma se vuoi continuare a fare il carabiniere". Per me le sue parole erano una minaccia».

«Ho avuto paura perché quando il 29 ottobre del 2009 sono stato costretto a non parlare mi sono sentito in una morsa dalla quale non potevo uscire. Se avessi parlato allora sarei stato contro il mondo», dice ancora l'imputato in aula. Qualcosa è cambiato anche grazie al fatto che, racconta Tedesco, il carabiniere Riccardo Casamassima «aveva cominciato a parlare e ho cominciato a non sentirmi più solo».

Leggere poi il capo d'imputazione dettagliato, quando è stato rinviato a giudizio, «mi ha fatto capire una cosa che avevo sottovalutato: che poteva esserci un collegamento tra la morte di Stefano Cucchi e quel pestaggio», dice ancora Tedesco.

Il capo di imputazione «descriveva quello a cui avevo assistito». Tedesco è al momento sospeso dall'Arma - che ha annunciato di volersi costituire parte civile nel processo Cucchi bis: «Ora che sono stato sospeso mi sento meglio, senza più intimidazioni e tutte le pressioni», ha detto in aula.

Il video della deposizione di Francesco Tedesco in aula: il racconto del pestaggio.

In copertina Massimo Percossi/Ansa | Il superteste-imputato Francesco Tedesco depone davanti alla Corte d'Assise durante il processo nel tribunale di Roma, 8 aprile 2019.

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