Brexit, Theresa May sfida il parlamento; si vota a gennaio

La premier ha annunciato la data della decisione sull’uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea. Cronologia e sintesi degli eventi

In un intervento alla Camera dei Comuni lunedi 17 dicembre, la premier Theresa May ha annunciato che il parlamento britannico sarà chiamato a votare a favore o contro l'accordo sull’uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea (Brexit), la settimana del 14 gennaio 2019.

 

May ha aggiunto, in un colpo di scena, che l'Ue si è detta contraria alla creazione di un'unione doganale tra i vari territori del Regno Unito (il cosiddetto backstop): "una dichiarazione ufficiale del Consiglio Europeo che ha dunque valore legale", ha sottolineato.  

 

Venerdi 14 dicembre, il Consiglio Europeo aveva respinto la richiesta della Premier di stabilire una scadenza di 12 mesi per l'accordo doganale che dovrebbe evitare la creazione di un confine duro tra l'Irlanda del Nord e la Repubblica d'Irlanda.

 

Come risposta, il leader dei laburisti Jeremy Corbyn ha subito presentato una mozione di sfiducia nei confronti di May, accusandola di aver trascinato la Gran Bretagna nel caos. 

 

L’attuale accordo ha poche probabilità di essere approvato dal Parlamento. Secondo la BBC mancherebbero circa un centinaio di voti per raggiungere la maggioranza richiesta (di 320). Theresa May può far affidamento soltanto su circa 200 deputati conservatori e un numero risicato di ribelli laburisti (circa 15).

 

Il 10 dicembre la Corte di Giustizia Europea ha dichiarato che la Gran Bretagna può bloccare l’uscita dall’Unione Europea unilateralmente, semplicemente revocando l’Articolo 50 del Trattato di Lisbona.

 

Per William Hague, ex Primo Ministro britannico e figura di spicco del partito conservatore, le probabilità di un secondo referendum sulla Brexit sono adesso del 40%.

Secondo la casa di scommesse William Hill, le probabilità di un voto "popolare" sull'accordo finale sono superiori al 50%.

L'uscita del Regno Unito dall'Unione Europea è prevista per il 29 marzo 2019.

 

Perché la Brexit conta

 

Il Regno Unito rimane uno dei Paesi più influenti d’Europa sia dal punto di vista politico che economico. L’economia britannica è per dimensioni la quinta al mondo e la seconda in Europa dopo la Germania. La Gran Bretagna rimane una dei partner commerciali più importanti dell’Unione europea. L’uscita potrebbe dunque comportare molti problemi e svantaggi per aziende in entrambi i blocchi; ma anche per le molte persone, cittadini europei e britannici che vivono, lavorano o studiano in Gran Bretagna o in Europa. 

 

Le istituzioni europee temono che la Brexit possa galvanizzare i movimenti euroscettici in altri Paesi, portando a un graduale disfacimento dell’Unione Europea. Ad alimentare le paure è l’utilizzo della retorica anti-élite da parte dei movimenti indipendentisti e/o euroscettici, molto efficace nelle ultime stagioni elettorali in Europa come altrove (vedi Stati Uniti). Tra gli esempi più noti ci sono il Fronte Nazionale in Francia, l’Alternativa per la Germania e, in Italia, Il Movimento 5 stelle e La Lega Nord.

 

A questo si aggiunge l’inquietudine dovuta all’azione russa di sostegno dei partiti indipendentisti e euroscettici. In Gran Bretagna i legami tra Arron Banks, finanziatore UKIP, e la Russia, hanno fatto scalpore. Lo scandalo di Cambridge Analytica, la società di consulenza politica che per conto di Leave.eu usava dati privati di utenti Facebook per diffondere messaggi pro Brexit, e il ricercatore dell’università di Cambridge in Inghilterra, ma con cattedra a Mosca, Aleksandr Kogan (noto anche con lo psuedonimo Dr. Spectre), ha gettato ulteriori ombre sulle motivazioni del fronte indipendentista. 

 

A che punto sono i negoziati con l’Ue?

 

I cittadini del Regno Unito (inclusi il Galles, la Scozia e l’Irlanda del Nord) hanno votato per uscire dall’Ue nel giugno del 2016 con (complessivamente) il 51.9% delle preferenze.

A novembre del 2018 il Primo Ministro britannico Theresa May ha raggiunto un accordo con la Commissione Europea, dopo circa due anni di negoziati.

 

L’accordo, che prevede il pagamento di circa 39 miliardi di sterline all’Ue, regola alcuni aspetti della vita dei cittadini europei in Gran Bretagna e vice versa, e anche vari aspetti commerciali tra il blocco e la Gran Bretagna per il periodo di transizione, che dovrebbe durare fino a novembre 2020. Fra questi l’aspetto più controverso è il confine tra le due Irlande (vedi sotto). 

Le parti hanno anche emesso una dichiarazione congiunta nella quale vengono stabilite, in modo non-vincolante, alcune linee guida in materia di difesa, sicurezza e commercio.

 

Quali sono gli schieramenti parlamentari contrari alla Brexit?

 

La maggioranza dei laburisti sostengono di poter fare meglio di Theresa May e vorrebbero riaprire i negoziati con l’Ue. In parte per opportunismo politico, Jeremy Corbyn vorrebbe tornare alle urne nella speranza di poter formare un governo laburista che possa presentarsi in Europa con un nuovo mandato. Anche se la maggioranza dei deputati era contraria alla Brexit nel 2016, la dirigenza del partito attualmente non appoggia l’ipotesi di un secondo referendum.  

 

I conservatori: circa 100 deputati del partito conservatore vorrebbero cestinare l’accordo attuale. Sono contrari alla creazione di un confine tra le due Irlande o nel mare d’Irlanda (tra l’Irlanda e la Gran Bretagna), perché secondo loro anti-costituzionale, ma anche alla permanenza dalla Gran Bretagna nell’Unione doganale durante il periodo di transizione (il cosiddetto ‘backstop’). 

 

Tra i 650 deputati della Camera dei Comuni sono molti i remainer. Alcuni di loro (come Sir Keir Starmer, il segretario ombra per la Brexit) hanno più volte paventato l’ipotesi di un secondo referendum, usando come motivazione i difetti dell’accordo, la cattiva leadership di May, e anche gli illeciti commessi da Vote leave e Leave.eu durante la campagna referendaria. Il movimento People’sVote, che si batte per un referendum popolare sull’accordo, oggi ha più di un milioni di iscritti. Ad ottobre oltre mezzo milione di persone hanno manifestato contro la Brexit a Londra. 

 

 

Il problema del confine tra le due Irlande 

 

Con l’uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea, i flussi di persone e di merci tra i due blocchi saranno oggetto di controlli sia in uscita che in entrata. Lo stesso dovrebbe valere per gli scambi tra la Gran Bretagna e la Repubblica Irlandese, che continuerà ad essere membro dell’Unione Europea.

 

L’attuale accordo con l’Ue prevede una serie di misure per evitare la creazione di un confine duro tra le due Irlande e tra l’Irlanda del Nord e la Gran Bretagna. Il backstop prevede la permanenza della Gran Bretagna nell’unione doganale con il Regno unito.

 

La creazione di nuove postazioni di blocco ed eventualmente l’invio di militari al confine tra l’Irlanda del Nord e la Repubblica irlandese rischia di versare benzina su vecchi conflitti tra protestanti (per la maggioranza lealisti) e cattolici (unionisti a favore della creazione di un unico stato irlandese). Negli ultimi mesi molti hanno evocato il periodo buio della guerra civile terminata con l’Accordo del Venerdì Santo nel 1998. Un confine duro potrebbe anche avere effetti negativi dal punto di vista economico, per il commercio internazionale come per la pastorizia locale.