Se il calo dei giovani rafforza la politica miope

Tra il 2012 e il 2018 gli under 35 italiani sono 855 mila in meno, gli over 65 sono 1,27 milioni in più e tra quelli con diritto di voto il calo è stato del 5%. Viaggio nella nuova minoranza demografica e tra le sue conseguenze. 

I giovani non sono solo una minoranza sociale, sono una minoranza demografica. Tra il 2012 e il 2018 il numero degli under 35 italiani è passato da 22,19 milioni a 21,33 milioni. 855 mila in meno in 6 anni, una media di 142 mila in meno all’anno, un calo del 3,9%. Nello stesso periodo gli over 65 sono aumentati di 1,27 milioni, con una crescita del 10,3%. Se poi prendiamo il numero di giovani tra i 18 e i 34 anni, quelli che hanno quindi diritto di voto e quindi essere corteggiati dai partiti, la situazione è ancora più chiara.

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Infatti nello stesso arco di tempo sono diminuiti di 655 mila unità, il 5,4%. 655 mila in meno contro 1,27 milioni in più. Numeri che in qualsiasi strategia elettorale significano molto e che non richiedono grandi spiegazioni. Il bacino elettorale migliore sul quale costruire i programmi elettorali è sempre quello in crescita, non quello in calo. E così si capisce facilmente l’attenzione al tema delle pensioni. Agli over 65 interessa il tema delle pensioni d’oro e quello delle pensioni minime. Mentre alla fascia tra i 55 e i 65 anni, cresciuta del 7,3%, interessa quello dell’età pensionabile, che vorrebbero anticipare. Temi come l’educazione, il lavoro, la mobilità sociale, interessano poco. E le prospettive future non sembrano molto rosee. Negli ultimi dieci anni, infatti, la percentuale della popolazione italiana tra gli 0 e i 14 anni è passata dal 14,1% al 13,5%.

Se poi allarghiamo lo sguardo all’Europa, per consolarci con le performance di altri Paesi, la situazione italiana non migliora, anzi. La quota di giovani sulla popolazione europea è mediamente in calo, ma l’Italia è il Paese con la minor percentuale di giovani. Se prendiamo il periodo 2007-2017 vediamo, infatti, che la media europea del tasso dei giovani tra i 18 e 34 anni sul totale della popolazione è passata dal 22,8% al 20,5%. Con la Francia che è passata dal 21,8% al 20%, la Spagna dal 25,7% al 18,5% e l’Italia dal 20,9% al 18%, l’ultima posizione della classifica europea appunto.

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Chiaro che siamo all’interno di un grande paradosso. Da una parte, infatti, i partiti e i movimenti politici strizzano l’occhio a quella quota di elettorato in espansione. Dall’altra proprio questo atteggiamento rischia di condannare i giovani al declino demografico. In assenza di politiche di sostegno alla conciliazione vita e lavoro, all’inserimento dei giovani nel mercato del lavoro, al ripensamento dell’intero sistema educativo, all’attrazione di investimenti in innovazione e tanto altro ancora, difficilmente la minoranza riuscirà ad affermarsi e a crescere. Con tutte le conseguenze che questo comporta, non solo per i giovani.

E poco importa se secondo la Banca d’Italia ci ricorda che la percentuale di individui a rischio di povertà è cresciuta dal 22,6% al 29,7% tra il 2006 e il 2016 per le famiglie il cui capo famiglia ha meno di 35. Andamento inverso invece per gli over 65, per i quali si è ridotta dal 20,2% al 15,7%. E proprio i pensionati, oggi al centro del dibattito, hanno visto il loro rischio di povertà calare dal 19% al 16,6%.

Certo, ci pensano gli stranieri, spesso più giovani della media degli italiani, a far mutare in parte i dati. Se 4 famiglie italiane su 100 sono in condizioni di povertà assoluta sono ben 25 quelle composte da soli stranieri e 27 quelle miste. Ma in un Paese che vuole essere sostenibile, economicamente e socialmente, non ci si può consolare con questo dato. Pensare che condannare gli oltre 850 mila under 35 stranieri residenti in Italia sia strategico, rischia di essere profondamente miope.

La colpa è quindi solo della miopia della classe politica? In una situazione così drammatica è difficile che vi sia un solo responsabile Negli ultimi anni anche molti giovani hanno smesso di scommettere sull’Italia. I recenti dati Istat sulle emigrazioni dei laureati parlano chiaro.

Così come i dati sulla partecipazione politica degli under 35, da anni in calo a vantaggio di una crescita di attività sociali come il volontariato. Lasciando così le decisioni politiche ad altri. Una reazione legittima che si fonda su un insieme di rassegnazione, esasperazione e, forse, anche ribellione. Sono nodi difficili da sciogliere, insomma. Il tutto all’interno di un grande paradosso: il parlamento italiano, in questa legislatura, è tra i più giovani in Europa con 27 under 30 eletti alla camera su 630, contro i 18 su 577 in Francia, e i soli 12 su 709 in Germania.

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(Grafici di Valerio Berra)