Genova, la nave delle armi in porto: i lavoratori in sciopero boicottano il carico merci

La nave cargo saudita Bahri Yanbu, arrivata stamane nel porto ligure, non caricherà materiale bellico: vittoria dei portuali e dei manifestanti


A Genova «non si caricano le armi»: le due casse contenenti i generatori della Defence Tecnel di Roma che dovevano essere caricate sulla Bahri Yanbu – la nave cargo saudita sospettata di trasportare materiale bellico destinato alla guerra nello Yemen e attraccata stamani in porto a Genova – non entreranno nelle stive. Verranno spostate in un’area protetta all’interno del porto per essere ispezionate: è quanto deciso durante il vertice in prefettura a Genova tra autorità portuale, terminalista, sindacati dei portuali e segreteria della Camera del lavoro.

Il vertice è stato presieduto dalla prefetta Fiamma Spena e segue le proteste di lavoratori in sciopero e società civile che fin da stamane avevano accolto, con tanto di fumogeni, la nave nel porto ligure. Il blocco all’imbarco delle altre merci è stato tolto e le operazioni di carico del materiale a uso civile dovrebbero riprendere in giornata. «Primo ottimo risultato», gioisce Francesco Vignarca di Rete per il Disarmo. «Non solo non verranno caricate armi, ma nemmeno materiale dual use. Ora monitoriamo su La Spezia».

La protesta

È l’alba di oggi, lunedì 20 maggio, quando la nave cargo battente bandiera dell’Arabia Saudita Bahri Yambu attracca al terminal Gmt del porto di Genova. È carica di armi, secondo le denunce della società civile e secondo un’inchiesta di alcuni giornalisti francesi. Ad accoglierla, nel porto ligure, i lavoratori portuali in sciopero.

La nave saudita Bahri Yambu è entrata nella città ligure scortata da due motovedette della capitaneria di porto e ha terminato le operazioni di attracco alle 6,10 di stamane. Il collettivo autonomo lavoratori portuali ha raggiunto il terminal e bloccato l’ingresso degli ormeggiatori del porto con lo striscione «Stop ai traffici di armi, guerra alla guerra». «Porti chiusi alla guerra, porti aperti ai migranti», dicono lavoratori e manifestanti. Le operazioni di carico sarebbero dovute partire immediatamente, per terminare in serata: la prossima destinazione della Bahri Yambu, secondo i siti di tracking marittimo Marine Traffic e Vessel Finder, è Alessandria d’Egitto, con ripartenza da Genova prevista per le 22 di oggi.

Gruppi pacifisti e organizzazioni della società civile protestano contro la nave cargo saudita Bahri Yanbu ancorata al porto di Genova, 20 maggio 2019. Ansa/Luca Zennaro
Gruppi pacifisti e organizzazioni della società civile protestano contro la nave cargo saudita Bahri Yanbu ancorata al porto di Genova, 20 maggio 2019. Ansa/Luca Zennaro

Incontro in prefettura

E la protesta ha avuto effetto, perché da quanto emerge sull’incontro in corso tra la prefetta Fiamma Spena, il segretario della camera del lavoro Igor Magni e il segretario della Filt Enrico Poggi, la nave non caricherà la merce sospettata di utilizzo bellico. «Ora bisognerà sorvegliare affinché non carichi in altri porti, come quello di La Spezia».

«La merce su cui abbiamo il dubbio e che secondo noi è destinata a un campo militare deve uscire dal terminal. Questa è la nostra richiesta», spiegava stamane Enrico Ascheri a Open. Da caricare sulla nave, spiega Ascheri, ci sono anche, per esempio, macchine agricole che verranno usate dalla popolazione nello Yemen, «e questo va benissimo». Ma il resto no, perché a Genova «le armi non si caricano», dice Luigi Cianci, delegato Filt Cgil della Compagnia unica. La preoccupazione dei lavoratori si è concentrata in particolare su un generatore elettrico prodotto dalla Teknel di Roma, azienda specializzata nella progettazione, assemblaggio, integrazione e test di sistemi e soluzioni militari, che ha un contratto con la Nato. «Otto colli, che dovrebbero corrispondere a 4 camion», dice ancora Ascheri a Open. «Escono loro, cominciamo a lavorare noi». Secondo l’agenzia marittima che ha in consegna il carico, la Delta, è «un carico civile, ma siccome la Teknel ha un contratto con la Nato, per noi questa è una zona grigia tra civile e militare».

Il governo «chiuda piuttosto i porti alle navi di armi»

«Come hanno già fatto altri portuali in Europa, non diventeremo complici di quello che sta succedendo nello Yemen», spiegano i segretari Filt Enrico Ascheri ed Enrico Poggi. Il governo, «anziché gridare alla chiusura dei porti alle navi che trasportano uomini donne e bambini, in fuga da guerre, carestie, fame e violenze e in cerca di salvezza, rispettando i trattati internazionali firmati anche dall’Italia, a difesa dei diritti umani e contro i conflitti armati che solo nella guerra nello Yemen, possibile destinazione delle armi in questione, dovrebbe intervenire e chiudere i nostri porti per evitare che la nave saudita possa caricare armi anche dal nostro paese».

La Bahri Yanbu ha già scatenato le proteste dei portuali francesi e spagnoli. «Dopo aver caricato munizioni di produzione belga ad Anversa», dice Francesco Vignarca di Rete per il Disarmo, «ha visitato o tentato di visitare porti nel Regno Unito, in Francia e Spagna». A Le Havre non è stata fatta attraccare. In Spagna, a Santander, è stata accolta dalle proteste.

Ora è la volta di Genova. Il porto è aperto, la nave è entrata, spiegano i lavoratori. «È un diritto e noi questo, a differenza di Salvini, lo sappiamo. Ma non saremo complici e ci auguriamo che lo stesso facciano i colleghi dei porti dove nei prossimi giorni cercheranno di fare imbarcare la nave», dicono i delegati Filt Cgil. «Porti aperti alle persone e chiusi alle armi», conferma a Open Francesco Vignarca. In Italia la mobilitazione è portata avanti da Rete per il Disarmo, Amnesty International Italia, Comitato per la riconversione RWM e il lavoro sostenibile, Fondazione Finanza Etica, Movimento dei Focolari Italia, Oxfam Italia, Rete della Pace e Save the Children Italia.

La Bahri Yambu a Genova, 20 maggio 2019. Ansa/Luca Zennaro
La Bahri Yambu a Genova, 20 maggio 2019. Ansa/Luca Zennaro

Le inchieste

La possibilità che il cargo saudita Bahri Yanbu caricasse anche nel porto di Genova armamenti tecnicamente sofisticati diretti in Arabia Saudita era «elevata». Ad affermarlo è Opal, osservatorio permanente sulle armi leggere e la politica di sicurezza e difesa di Brescia, che ha seguito la vicenda su sollecitazione della rete internazionale che si è mobilitata a sostegno delle associazioni in campo a Le Havre, dove la nave avrebbe dovuto imbarcare 8 cannoni modello Caesar da 155 mm di fabbricazione francese, simili a quelli già impiegati contro la popolazione civile yemenita.

Manifestazione pacifista contro la Bahri Yanbu a Genova, 20 maggio 2019. Ansa/Luca Zennaro
Manifestazione pacifista contro la Bahri Yanbu a Genova, 20 maggio 2019. Ansa/Luca Zennaro

Gli imballi di grandi dimensioni in attesa a Genova (e per i quali si è ottenuto di sospendere il carico), secondo Opal, «sono apparentemente shelter per generatori elettrici fabbricati dalla Teknel Srl di Roma». Un’azienda che «ha richiesto e ottenuto nel 2018 un’autorizzazione all’esportazione per un controvalore complessivo di € 7.829.780, riguardante 18 gruppi elettrogeni su trailer, dotati di palo telescopico per illuminazione, che alimentano 18 shelter per comunicazione, comando e controllo, e relative parti di ricambio». Ognuno di questi shelter, proseguono dall’osservatorio, può gestire droni, comunicazioni e centri di comando aereo e terrestre. «Questo materiale militare è stato venduto all’Arabia Saudita e le consegne, cominciate nel 2018, sono ancora in corso».

La Bahri Yambu all'alba nel porto di Genova, 20 maggio 2019. Ansa/Luca Zennaro
La Bahri Yambu all’alba nel porto di Genova , 20 maggio 2019. Ansa/Luca Zennaro

La nave ha certamente già a bordo materiale destinato all’Arabia Saudita, incluso, secondo le ong, munizioni e altro materiale bellico. Ma l’Italia, ricordano dall’osservatorio, «aderisce al Trattato sul commercio delle armi che impone a tutti i paesi coinvolti nel trasferimento di attrezzature militari verso paesi coinvolti in conflitti armati» (come l’Arabia Saudita, quindi) di verificare «se le armi trasferite possano essere impiegate per commettere crimini di guerra o violazioni dei diritti umani».

In Francia

Nel frattempo in Francia rischiano di finire fino a cinque anni di prigione, e una multa fino a 83mila dollari, i tre giornalisti di Disclose che hanno rivelato l’esistenza delle armi vendute dalla Francia all’Arabia Saudita e agli Emirati Arabi Uniti. Interrogati dall’intelligence francese, hanno opposto il segreto professionale a tutela delle proprie fonti. Ma la legge sulla libertà di stampa non copre i documenti di sicurezza nazionale, e i tre giornalisti rischiano la condanna.

Manifestazione pacifista contro la Bahri Yanbu a Genova, 20 maggio 2019. Ansa/Luca Zennaro
Manifestazione pacifista contro la Bahri Yanbu a Genova, 20 maggio 2019. Ansa/Luca Zennaro

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