Cannabis light, non è la fine. La Cassazione la blocca ma i produttori continuano a venderla

Doveva essere una sentenza definitiva. Non è stato così. E chi lavora in questo mercato non vuole certo fermarsi

Fumo. Di quello spesso che si deposita in un vecchio bar di provincia dove il proprietario si è scordato di applicare il divieto per le sigarette. Una coltre che confonde e impedisce di leggere chiaramente quello che sta succedendo. É questo che circonda il commercio della cannabis light. E l’ultima sentenza della Corte di Cassazione non ha certo contribuito a diradarlo.

Fumo di sigaretta, perchè un inziare questo articolo parlando di fumo di marijuana sarebbe un po’ fuori luogo. Anche se derivano dalla stessa pianta, la cannabis light e la marijuana sono due prodotti completamente diversi.

Una è considerata una droga, almeno secondo il Testo unico in materia di disciplina degli stupefacenti, decreto del Presidente della Repubblica del 9 ottobre 1990. L’altra non si capisce bene cosa sia.

Cos’è la cannabis light

Ed è in questo vuoto normativo che dal 2016 è inziato il commercio di cannabis light, una variante della canapa con un limite di Thc dello 0,2%. Il tetraidrocannabinolo è uno degli oltre cento principi attivi contenuti nella pianta di canapa. È una sostanza psicotropa, responsabile del cosiddetto effetto high, in poche parole quel senso di sballo che si prova dopo aver fumato una canna. Finchè il Thc rimane sotto questa soglia, la canapa può essere coltivata e venduta per uso tecnico.

epa07582564 People participate in the 15th edition of the march ‘Cultiva Tus Tus Derechos’ (Cultivate Your Rights) for the legalization of the cannabis self-cultivation, in Santiago, Chile, 18 May 2019. EPA/Alberto Valdes

I problemi sono due. Il primo è che nella legge n. 242 del dicembre 2016 si parla appunto di uso tecnico, non di consumo destinato all’uomo. Se andate in un cannabis shop e provate a chiedere qualche grammo di erba vi ritroverete in mano un pacchetto con questa dicitura. In pratica, si presume che voi torniate a casa e utilizziate quelle inflorescenze per macinarle e ricavarne un grazioso fazzoletto in tela di canapa.

Il secondo che il limite è solo sul Thc, sugli altri cento principi attivi non si dice molto. Ed è per questo che molte catene di negozi hanno cominciato a sponsorizzare il Cbd, un altro principio attivo il cui nome esteso è cannabidiolo. Secondo la pubblicità fatta attorno al Cbd, si tratterebbe di una sostanza in grado di rilassare senza sballare. Il fatto che la cannabis light non sia, formalmente, destinata all’uso umano le permette però di schivare tutti quei controlli che normalemnente sarebbero necessari.

Non si conoscono i livelli degli altri principi attivi, non si conoscono i loro effetti e non si conoscono le altre sostanza contenute in questa sostanza. Banalmente, nel caso in cui le piante di canapa fossero coltivate utilizzando pesticidi dannosi se inalati attraverso il fumo, nessuno sarebbe tenuto a dirvelo. A questa mancanza di controlli i produttori hannno cercato di sopperire firmando degli accordi come la Disciplinare di produzione di Infiorescenze di Canapa Sativa L. in Italia, siglata da Confagricoltura, Confederazione Italiana Agricoltori – CIA e Federcanapa.

Come nasce il commercio delle inflorescenze

La legge 242 del dicembre 2016 ha reso più semplice la coltivazione di canapa. Da qui è inziato il commercio di inflorescenze. I primi a metterla sul mercato sono stati i ragazzi di Easyjoint, azienda guidata da Luca Marola. La loro idea è stata quella di vendere questa sostanza in pacchettini con piccole dosi. In poco più di due anni i negozi hanno inziato a moltiplicarsi in tutta Italia.

L’ultimo censimento dei grow shop, i prodotti che vendono materiali legati alla canapa, è di 735, con oltre 10mila punti vendita, soprattutto tabaccherie, in cui è possibile trovare cannabis light. Una bolla, certo. Una speculazione che ricorda il mercato delle sigarette elettroniche. Prima esploso velocemente e poi ritrattosi all’improvviso, anche qui complici le leggi, fino ad assestarsi a una cerchia di appassionati. Sono cresciuti anche gli ettari ccoltivati a canapa in Italia, da 400 a 4mila etteri.

La sentenza della Cassazione che frena la cannabis light

E così si arriva alla sentenza della Cassazione del 30 maggio. I magistrati dovevano mettere un punto definitivo su questa questione, anche perchè ormai quello della cannabis light era diventato un tema abbastanza acceso di dibattito politico. Così non è stato, anche se all’inizio sembrava di sì. Le prime notizie che sono trapelate parlavano infatti di un blocco definitivo della vendita di prodotti derivati dalla canapa. Eppure, leggendo tutta la sentenza si dice altro.

La commercializzazione di ‘cannabis sativa L’. e, in particolare, di foglie, inflorescenze, olio, resina, ottenuti dalla coltivazione della predetta varietà di canapa, non rientra nell’ambito di applicazione della legge n.242 del 2016 che qualifica come lecita unicamente l’attività di coltivazione di canapa […] pertanto integrano reato le condotte di vendita e, in genere, la commercializzazione al pubblico, a qualsiasi titolo, dei prodotti derivati dalla coltivazione della ‘cannabis sativa L.’, salvo che tali prodotti siano in concreto privi di efficacia drogante.

«Salvo che tali prodotti siano in concreto privi di efficacia drogante». Ecco. È qui che si riapre il dibattito sulla legittimità di vendere la cannabis light. Tanto che Lorenzo Simonetti l’avvocato che insieme Claudio Miglio ha difeso in Cassazione i produttori di canapa, ha diramento una nota in cui chiede ai media di non «propalare falsi allarmi».

Un momento della manifestazione ‘Million Marijuana March’ a Roma, 11 maggio 2019. ANSA/MASSIMO PERCOSSI

No, non è un errore di battitura, in un italiano ormai dimenticato «propalare» vuol dire «divulgare». Ed è proprio su questa «efficacia drogante» che i produttori daranno battaglia. Bisognerà aspettare le motiviazioni della sentenza, attese entro 90 giorni, prima di capire se nella decisione dei giudici c’è ancora, effettivamente, spazio di manovra.

Lorenzo Simonetti, l’avvocato della canapa

Come già detto, a difendere in Cassazione i produttori e distributori di cannabis light c’erano due avvocati: Lorenzo Simonetti e Caludio Miglio. I due collaborano da tempo e sono specializzati nelle cause che riguardano gli stupefacenti. Il loro lavoro è riassunto sul sito Tutelalegalestupefacenti.it.

«Ci sarà possibilità di mettere in discussione questa sentenza. Noi – spiega Simonetti – siamo diventati famosi perchè abbiamo messo in disccussione una sentenza della Cassazione a sezioni riunite che diceva che coltivare cannabis per uso persolnale era reato. Niente nel diritto è irritrattabile. Sul tavolo c’è un mercato da 80 milioni di euro».

Riccardo Gatti, il medico esperto di stupefacenti

Riccardo Gatti è il direttore dei Sert di Milano. Si occupa da anni di sostanze, tanto che ha aperto un blog che spiega subito qual è il suo argomento di competenza: droga.net. Più volte negli ultimi anni ha chiarito la sua posizione sulla cannabis light: «Non puoi vendere un prodotto come se non fosse per uso umano quando invece sai perfettamente come verrà utilizzato».

«Mi piacerebbe sapere qualcosa in più – spiega il dott. Gatti – su questa sostanza. Mi piacerebbe sapere se questo Cbd ha davvero degli effetti o si tratta di qualcosa di blando, come una camomilla. Se ha un effeto vero, allora è una sostanza psiscotropa. Altrimenti non si capisce come mai le persone dovrebbero compare questa canapa, che per altro non costa poco».

E questo è proprio un altro dei temi legato alla cannabis light: la propaganda. «La cannabis è diventata una sorta di brand. L’idea che si è creata attorno a questo prodotto è che sia una sorta di panacea per qualsiasi cosa, una sorta di fungo cinese che si può assumere senza problemi. Una sostanza che sicuramente non fa male. Ecco, se ha qualche effetto è bene saperlo. Ed è bene capire quale sia il modo migliore di assumerla. Però bisogna studiarla attentamente».

Luca Marola, l’uomo che ha inventato la cannabis light

Come già scritto, l’inizio di tutto questo fenomeno può essere fissato attorno alla fine del 2016. La prima azienda che è diventata famosa per commerciare queste inflorescenze è stata Easyjoint e uno dei suoi fondatori è Luca Marola. Oltre ad aver commissionati degli studi scientifici sull’effetto della canapa legale nell’economia italiana, si è occupato anche di portare avanti il dibattito politico sull’argomento.

«Nel mondo solo in Italia e in Oklahoma – spiega Marola – si fuma questo prodotto. Il nostro mercato è partito come una disobbedienza civile. Ci siamo mossi dentro una legge non chiara per far capire cosa poteva succedere in Italia con un la legalizzazione della canapa. Questa sentenza non chiude la partita, anzi. La porta è spalancatissima».

Un momento della manifestazione ‘Million Marijuana March’ a Roma, 11 maggio 2019. ANSA/MASSIMO PERCOSSI

In questo vuoto normativo, però si sono mosse tante aziende. Forse troppe. Al punto che si può parlare di una bolla speculativa nata attorno alla cannabis light, con negozi che spuntano in ogni quartiere e catene di franchise che aprono senza sosta. Guardando al passato, la diffusione di queste attività ricorda molto quella dei Compro Oro o dei negozi di sigarette elettroniche. Dei Compro Oro rimangono poche tracce, i negozi di sigarette elettroniche invece hanno attecchito di più trovando certo un pubblico meno esteso dell’inizio.

E questo lo riconosce anche Luca Marola. «È come guardare il dito se ti indico la Luna. Chi pensa che il fine ultimo di tutto questo mercato sia vendere le inflorescenze di cannabis light si sbaglia. Questo sì, fa parte di una grossa bolla. L’obiettivo è sempre stato un altro, ed è combattere il proibizionismo. Questo mercato dimostra che la canapa può generare ricavi e posti di lavoro. Il proibizionismo è antiquato e cieco, tanto che ora arriva a coinvolgere qualcosa che non è nemmeno una droga»