Parità di genere, il Consiglio d’Europa denuncia i ritardi del sistema educativo italiano – Il rapporto

La riforma della Buona scuola del governo Renzi (2015) impegnava lo stato a promuovere l’uguaglianza di genere nel sistema educativo primario, secondario e terziario. Sono stati fatti passi in avanti, ma per gli esperti di GREVIO l’Italia sta perdendo una battaglia chiave

Troppa resistenza alla promozione dei diritti delle donne in Italia e in particolare «una tendenza a reinterpretare e riorientare la nozione di parità di genere in termini di politiche per la famiglia e la maternità». Traduzione: negli ultimi anni lo Stato italiano ha fatto dei passi indietro nella lotta per la parità di genere e contro la violenza sulle donne.

Questo il giudizio contenuto nel primo rapporto sull’Italia del gruppo indipendente di esperti (GREVIO), che monitora l’implementazione della Convenzione del Consiglio d’Europa (da non confondere con il Consiglio europeo) sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne.

Non si tratta soltanto di colmare alcune lacune – anche se ci sono: come nel caso delle normative in materia di diritto di asilo per tutelare maggiormente chi scappa dopo aver subito abusi – o di nuove iniziative da finanziare e servizi da migliorare (non mancano neppure quelli: tra le varie misure consigliate c’è anche la creazione di centri di accoglienza per le vittime di stupro).

Si tratta di una vera e propria battaglia culturale, tutta ancora da giocare e da vincere. Essenziale, scrivono gli esperti, sostenere le organizzazioni femministe contro chi si oppone “all’indottrinamento” dalla “teoria gender” nei licei come nelle università, per sconfiggere quello che definiscono «un ambiente intimidatorio» al cui ricatto hanno ceduto le scuole e poi, infine, anche il Ministero.

Il caso della circolare del Ministero

«GREVIO è stato informato di una circolare del Ministero che risale al novembre del 2018 in cui chiariva l’obbligo di ogni istituto educativo di aggiornare i genitori riguardo al proprio piano triennale [piano educativo che comprende anche attività pedagogiche su temi di genere ndr] e ottenere il loro permesso per ogni attività extra-curriculare».

Insomma, per rassicurare i genitori, allarmati dai contenuti pedagogici nei corsi sull’identità di genere e della collaborazione con gruppi specializzati in materia, il Ministero, allora sotto la guida di Marco Bussetti, avrebbe in parte abdicato agli obblighi imposti della Convenzione di Istanbul.

Le raccomandazioni per scuola e università

Fondamentale, dunque, reagire all’«ambiente intimidatorio», investendo sui temi di genere, senza scendere a compromessi. Servono, oltre a maggior determinazione e coraggio, oltre alla lotta contro la disinformazione e le “fake news”, anche risorse educative migliori. A partire dai libri di testo e i manuali scolastici che, attualmente, affrontano le tematiche di genere in modo inadeguato.

Un’altra proposta riguarda invece la formazione universitaria in materia di violenza contro le donne, argomento affrontato soltanto «in un numero limitato di corsi universitari, nonché in alcuni master specialistici». Urge una nuova offerta pedagogica, da affiancare a corsi di formazione per specialisti in ambito giuridico, medico e servizi sociali che si occupano violenza sulle donne. L’altra faccia della battaglia culturale che anche le università possono aiutare a vincere.

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