Silvia Semenzin: «Così combatto la violenza contro le donne sui social»

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In Italia la lotta alla condivisione non consenziente di materiale intimo ha ancora molta strada da fare. Per tentare di velocizzare il processo, la sociologa insieme all’associazione «Insieme in Rete» sta tentando di portare una legge in Parlamento 

Silvia Semenzin ha 27 anni, vive a Milano ed è impegnata nella lotta al revenge porn, la condivisione non autorizzata di materiale intimo sulle piattaforme online, spesso conseguente alla chiusura di una relazione. Qualche anno fa è entrata casualmente in contatto con delle immagini intime che i suoi amici si scambiavano nei gruppi Telegram. Ma non erano foto qualsiasi: all'interno c'erano immagini private di ragazze che conosceva bene e, in quei gruppi, c'erano migliaia di persone, anche oltre le 20.000. Tutte impegnate a commentare foto di ogni genere: nudi di ex ragazze messi a disposizioni di chiunque, scatti rubati da fotocamere nascoste nei luoghi pubblici, zoom sulle foto in costume pubblicate sui social. Ragazze che Silvia, sociologa e attivista digitale, incontrava quotidianamente, ignare dell'abuso che stavano subendo e trattate come «semplici pezzi di carne».

Silvia Semenzin: «Così combatto la violenza contro le donne sui social» foto 1

«Per quanto ne so potrei esserci anche io», dice Semenzin a Open. «Una volta visto con i miei occhi quello che certe persone erano state in grado di architettare, non potevo far finta di nulla». Così, Silvia ha partecipato alla creazione dell'associazione Insieme in Rete, nata per difendere la causa degli abusi sul web e quella della promozione dei diritti digitali. Una delle iniziative principali è stata la promozione di una petizione volta a portare in Parlamento una nuova legge che possa tutelare le vittime del revenge porn. Silvia e gli altri stanno cercando di compensare una mancanza istituzionale non indifferente: al momento, in Italia difendersi è quasi impossibile.

Le categorie del revenge porn e i gruppi Telegram

I gruppi Telegram scovati dall'Associazione sono numerosissimi e con i nomi più agghiaccianti. Telegram è un'applicazione di messaggistica istantanea che, a differenza di WhatsApp, permette l'inclusione di un maggior numero di utenti all'interno dei vari gruppi, nei quali si accede solo tramite invito. Secondo la sociologa, le categorie del revenge porn sono 4: «All'interno della prima tipologia, che può coinvolgere fino a 24.000 persone, si passa dal porno generico alla condivisione in forma di vendetta delle foto proprie ex fidanzate. In allegato mettono spesso anche i loro contatti e i loro profili social. Si arriva perfino a chiedere video di stupri».

https://www.facebook.com/insiemeinrete2018/posts/2003036069786077

«Poi ci sono dei canali più specifici – ha continuato Silvia – dedicati solo a riprese fatte in modalità spy, cioè con ragazze riprese a loro insaputa con camere e microfoni occulti. Poi ci sono canali dedicati alle foto prese dai social, che coinvolgono maggiormente le minorenni. Gli ultimi sono quelli più targettizzati, dove si prende di mira una sola ragazza. Vengono diffuse tutte le sue foto e i suoi dati, aizzando il gruppo contro la vittima ignara».

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Silvia Semenzin: «Così combatto la violenza contro le donne sui social» foto 4

Nuove frontiere della sessualità, nuove forme d'abuso

Capire chi c'è dietro a questi gruppi non è affatto semplice, soprattutto perché chi ne fa uso può appartenere a qualsiasi categoria sociale e a qualsiasi fascia di età. Anche i dati sulle vittime sono difficili da quantificare: molto spesso non ne sono al corrente, altrettanto spesso le ragazze non denunciano per vergogna. E questo accade soprattutto quando sono minorenni, «nell'età in cui la ricerca dell'approvazione è ai massimi livelli», dice Silvia.

Secondo un rapporto di Amnesty International, basato su testimonianze e segnalazioni della polizia Postale, a essere colpita da questo fenomeno è almeno 1 donna su 5. La maggioranza di loro ha modificato radicalmente il modo di usare i social, oltre ad aver peggiorato i livelli di fiducia in se stesse. «La maggioranza delle vittime sono donne in età adolescenziale, sulle quali lo stigma della colpa ricade in maniera impietosa», ha aggiunto Silvia.

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«Ecco perché è necessario non demonizzare il sexting, che oramai è praticato dalla stragrande maggioranza delle persone, ma focalizzarsi sulle nuove forme d'abuso». Per sexting si intende la sessualità digitale, ovvero lo scambio di messaggi e foto espliciti in chat tra individui consenzienti. Spesso, come causa primaria del revenge porn viene indicato il sexting nel suo insieme, «basterebbe non fotografarsi o essere più pudiche nella diffusione». Ma, come ha sottolineato Silvia, sarebbe come «vietare il sesso per evitare le malattie veneree. O proibire le minigonne «per prevenire gli stupri».

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L'obbiettivo: fare del revenge porn un reato

«In questo Paese si sta sviluppando un clima di odio online che è abbastanza preoccupante», spiega Silvia. «La nostra Associazione nasce per portare i valori civici dell'offline anche in rete». In Italia la tutela delle ragazze che decidono legittimamente di inviare materiale intimo al proprio ragazzo o a chiunque altro – senza dare il consenso di diffusione, trovandole poi online – è quasi nulla. La problematica principale è che si tratta molto spesso di autoscatti, in mancanza di una chat che lo testimoni, le prove che la foto nascesse per uso esclusivo sono impossibili da fornire. «La legge è necessaria per reprimere il reato quando avviene, ma per prevenirlo serve educazione civica e di genere».

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