Dejà vu Brexit: il parlamento boccia (di nuovo) l’accordo di Theresa May

di Riccardo Liberatore

Nonostante la seconda bocciatura del suo accordo per la Brexit, la premier britannica Theresa May non ha dato, per il momento, le dimissioni. Nei prossimi giorni sono previsti altri voti che determineranno il futuro della Brexit

Theresa May è stata sconfitta di nuovo. Questa volta il margine è leggermente inferiore – 242 voti a favore, rispetto ai 202 di gennaio, 391 contrari anziché 432 – ma il risultato rimane bruciante e il verdetto netto. L'accordo ri-negoziato dalla premier britannica per l'uscita del Regno Unito dall'Unione europea – la famosa Brexit – non soddisfa la maggioranza dei deputati, compresa una minoranza (sostanziale) di membri del suo partito che, nonostante qualche segnale incoraggiante nelle ore del voto, hanno deciso di affossare il piano B di May.

Dejà vu Brexit: il parlamento boccia (di nuovo) l'accordo di Theresa May foto 1

 Ansa |Theresa May dopo il voto sul nuovo accordo per la Brexit

Chi ha votato contro

Non sono bastate le concessioni ottenute in extremis da Theresa May, volata ieri sera a Strasburgo per incontrarsi con Jean-Claude Juncker. Il problema del "backstop", il difficile nodo del confine irlandese, sembrava essere stato risolto. Ma evidentemente sono pesate anche altre considerazioni, di tipo strategico. A votare contro l'accordo di Theresa May sono stati quasi la totalità dei deputati laburisti, guidati da Jeremy Corbyn, il quale continua a chiedere nuove elezioni.

Oltre a loro ha votato contro anche la minoranza di conservatori guidati da Jacob Rees-Mogg, i puristi della Brexit, che si sono sempre opposti in maniera ideologica alla permanenza anche temporanea del Regno Unito nell'unione doganale con l'Ue. Anche gli alleati di Governo del Partito unionista democratico non hanno ritenuto sufficienti le concessioni ottenute da May.

Dejà vu Brexit: il parlamento boccia (di nuovo) l'accordo di Theresa May foto 2

Ansa |L'aula gremita di Westminster in occasione del voto

E ora cosa succede?

Adesso si aprono diversi scenari. Il parlamento sarà chiamato, nei prossimi giorni, a votare nuovamente sul futuro della Brexit. Mercoledì 13 marzo, dovrà votare a favore o contro una mozione del Governo che vuole eliminare la possibilità di un'uscita senza accordo, nota come no deal Brexit.

Nel caso in cui non dovesse passare, giovedì 14 marzo invece il parlamento dovrà decidere se estendere l'uscita del Regno Unito oltre al termine massimo, fissato per il 29 marzo 2019. A quel punto, come ha ricordato all'aula con severità Theresa May, evidentemente provata dal raffreddore e dall'ennesima, pesante sconfitta, il parlamento avrà il dovere di concordare un nuovo accordo o indire un secondo referendum.

Condizioni senza le quali, ha avvertito May, l'Ue non vorrà assolutamente sentir parlare di rimandare l'uscita, come sembra confermare anche un tweet serale del capo negoziatore Ue, Michel Barnier. Un'uscita a cui mancano, ormai, poco più di 17 giorni.

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