La polizia usa Google per trovare i criminali

Le forze dell’ordine stanno utilizzando i dati sulla localizzazione dei cellulari, per trovare responsabili e testimoni di reati di tutti i tipi. Il sistema però non è del tutto innocuo e ci sono dei problemi di privacy

Negli ultimi sei mesi Google ha visto moltiplicarsi i mandati da parte della polizia americana in cui si ordina di condividere dati sensibili raccolti dall'azienda a proposito dei suoi clienti: le forze dell'ordine statunitensi hanno bisogno di aiuto in casi di rapina, stupro, incendio doloso e omicidio, e quindi hanno bisogno dei dati di localizzazione conservati dal colosso dell'informatica. Ma l'uso di questi dati finisce per avere vari aspetti controversi in termini di privacy. E, a volte, per portare nella direzione sbagliata.

Quali ricerche?

Le richieste in sé non sono una novità (anche l'FBI si è avvalsa del supporto di Google nell'investigare una serie di attentati ad Austin, Texas), ma lo sono il loro numero crescente e le modalità con le quali Google risponde. Il più delle volte gli agenti vogliono sapere quali dispositivi sono accesi in prossimità fisica e temporale del delitto, per scovare testimoni e sospetti. Questo vuol dire che Google non rilascia più le informazioni individuali di un individuo specifico, ma quelle di centinaia di persone alla volta. 

Per Brian McClendon, capo sviluppatore di Google Maps fino al 2015, questo tipo di ricerche sono una «battuta di pesca»: si gettano le reti nella speranza di tirare su qualcosa di buono, con il rischio concreto di prendere un granchio. Per i legislatori americani questa tecnica investigativa ha delle problematiche serie: viola la privacy di persone innocenti, le cui informazioni sono divulgate semplicemente per vicinanza ai luoghi di un reato; potrebbe violare la Costituzione americana, nella quale si specifica che un mandato deve richiedere una ricerca limitata, dopo aver fornito la prova della sua utilità in un'investigazione.

Serve davvero?

Non a caso, l'utilità in sé del sistema è un altro tema di dibattito, sebbene sia difficile avere a conclusioni certe: questo nuovo metodo investigativo riguarda soprattutto casi aperti e i giudici raramente diffondono i risultati dei mandati da loro approvati. Il database Google più adoperato, battezzato Sensorvault dai dipendenti della compagnia, non è stato progettato per un utilizzo da parte delle forze dell'ordine – questo vuol dire che alcuni cellulari sfuggono alla rete e che non sempre Google riesce a rispondere alle richieste della polizia in tempi brevi (ne sono arrivate fino a 180 in una sola settimana). 

Secondo molti gruppi a difesa della privacy, questo fenomeno è pericoloso. un'espressione concreta dell'«if you build it, they will come»: se lo costruisci, verranno. Se una compagnia costruisce un sistema che può essere usato per la sorveglianza, le forze dell'ordine verranno sempre a chiedere di utilizzarlo. Sensorvault contiene registri su registri di informazioni dettagliate sulla posizione di centinaia di milioni di dispositivi in tutto il mondo, risalenti fino a dieci anni fa. Chi decide chi può usarli?