Facebook, Instagram e Whatsapp down. L’esperto: «Poca trasparenza non favorisce la sicurezza»

La triade social più potente al mondo fa registrare un altro malfunzionamento: è il secondo down in un mese. Abbiamo intervistato l’avvocato Carlo Blengino, esperto di diritto delle nuove tecnologie, per capire le cause e le conseguenze di questi episodi

È passato un mese esatto da quello che è considerato il blocco più lungo della storia di Facebook, avvenuto il 13 marzo scorso, e la triade composta da Facebook, Instagram e Whatsapp va di nuovo down. Prima un rallentamento, poi l’interruzione totale delle attività.

Quali sono le cause e i risvolti di tali blocchi delle piattaforme dalle quali dipende la vita digitale di molte persone? Ne abbiamo parlato con Carlo Blengino, avvocatoesperto di diritto delle nuove tecnologie.

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Carlo Blengino, avvocato dello studioCatalano Penalisti Associati, è esperto di diritto delle nuove tecnologie, privacy e protezione dei dati

Quali potrebbero essere le cause di un downdi queste dimensioni? E perché sta aumentando la frequenza di questi problemi?

«Non sono un tecnico, e credo per altro che tentare di rispondere alle due domande sia imprudente per chiunque non sia parte del team ingegneristico di Facebook, e forse anche per gli stessi sviluppatori di Fb. Stiamo parlando di una delle piattaforme web più complesse e vaste di Internet e il down di oggi non mi pare giustifichi allarmismi apocalittici».

«Fbe i vari servizi satellitecostituiscono per altro una delle piattaforme meno trasparenti e meno aperte del web, e questo in informatica non è quasi mai sinonimo di sicurezza: l’uso di software aperti è la miglior garanzia di sicurezza e un software proprietario è geneticamente più a rischio, quanto a sicurezza e resilienza, rispetto a soluzioni open source».

Secondo la sua opinione, quali possono essere i rischi sociali di questiblack-out?

«Dopo due ore di black-out di Facebook o di WhatsApp già stiamo a parlare di rischi sociali e di impatti sull’economia delle aziende italiane. Questo è significativo in sé. Sette o otto anni fa, conversando con alcuni alti dirigenti di Google, chiesi come si immaginassero loro Google nel 2020 e qualcuno, a mo’ di battuta, mi disse: intendi dire se non ci nazionalizzeranno?»

«La concentrazione del potere sulla rete è un problema vero e chi questo potere lo possiede, avendo dati e grande capacità di calcolo, lo sa da anni, ma non è un problema causato da Zuckerberg o da Google o Amazon, ma da noi europei, incapaci di cogliere ciò che realmente stava accadendo con Internet, a livello sociale e a livello economico».

«È ridicolo eipocrita imputare l’attuale situazione di dipendenza sul web alle cattive e avide Tech Company. La verità è che siamo noi europei ad aver agevolato questa dipendenza, prima regolamentando troppo e poi troppo poco; ancora oggi siamo solo preoccupati di poter mungere con tasse e sanzioni un po’ del denaro accumulato grazie ai nostri dati dai grandi del web, ma siamo incapaci di creare in Europa servizi efficienti e siamo i primi a fruire di e a incrementare quel potere».

Invece, dal punto di vista economico, questi blocchicostituiscono un problema per le aziende il cui ecosistema si è sviluppato sui social network?

«Se un servizio di social network o un servizio di messaggistica privato diviene indisponibile per due ore non succede nulla a livello sociale o economico, non deve succedere nulla, a meno che a quel servizio non siano affidati servizi essenzialie vitali della comunità».

«Ma se ho affidato servizi essenziali e vitali per la comunità ad una società privata californiana di social network, beh, forse sono io ad aver generato il problema. Il problema sono io, che mi affido, per la mia azienda, esclusivamente a quel network. Faccio un esempio: diverse aziende, anche a partecipazione pubblica, utilizzano quello che è detto il “social login”: tu ti registri ad un servizio con il tuo account Facebook o Google.

«Lo fa anche Rai Play e credo vi siano aziende di trasporto pubblico che usano il social login per i loro servizi. È una boiata pazzesca, eppure accade. È come quando le università o i Comuni usano Gmail: funziona bene, è perfetta, ma davvero la corrispondenza dei nostri centri di ricerca o della nostra Pubblica Amministrazione deve passare tutta dai server della Silicon Valley? Se è così, di cosa ci lamentiamo?».

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