L’Ustica del mare: 25 anni dalla tragedia del Francesco Padre. La figlia del comandante: «Il silenzio li ha uccisi una seconda volta»

Uno dei misteri d’Italia che tre inchieste giudiziarie non sono riuscite a risolvere. Cinque morti chiedono giustizia, dal fondo del mare: nessuno è andato a recuperare quelle vittime, uccise prima da un ordigno bellico e poi dal silenzio e dall’assenza dello Stato italiano

«Ricordo di aver ricevuto la notizia dell’incidente al ritorno da scuola. Mi dissero che la barca di papà non c’era più e nessuno sapeva il perché». Con la mano tremante e la voce intrisa di dolore, Maria Pansini racconta della tragedia che, un quarto di secolo fa, le ha portato via il padre. Una tragedia come quella della stazione di Bologna, di Ustica e tante altre che hanno irrimediabilmente trafitto la storia italiana. Nelle quali, l’assenza di limpidezza del mondo politico e giudiziario ha ucciso due volte centinaia di innocenti. «È sempre molto difficile parlare per me di questa storia, è una ferita aperta che sanguina ancora nonostante siano passati ormai 25 anni».

A bordo del peschereccio

Maria è la figlia del comandante Giovanni Pansini, ucciso da un esplosione che ha fatto affondare il peschereccio Francesco Padre, la notte tra il 3 e il 4 novembre del 1994. A bordo con lui, per la battuta di pesca, c’erano il motorista Luigi De Giglio, i marinai Saverio Gadaleta e Mario De Nicolo, e il capo pesca Francesco Zaza. Ah, e anche il fedelissimo cane pastore, Leone. Erano uomini di mare, una vita passata a combattere le onde. Ma negli anni delle guerre jugoslave, l’Adriatico non era un posto sicuro: «Si sono trovati nel posto sbagliato al momento sbagliato». Poco dopo la mezzanotte, un bagliore squarciò il buio della notte in alto mare.

L’ombra della Nato

Nessuno di loro avrebbe fatto ritorno al porto di Molfetta, importante marineria del Nord barese: l’imbarcazione, con ogni probabilità, fu affondata dal fuoco amico della Nato, per un errore coperto poi da segreti di Stato e nel silenzio delle più alte cariche militari. Solo uno dei cinque corpi fu recuperato a bordo di una tavola: gli altri, da un quarto di secolo, giacciono in fondo al mare. Per loro, per i parenti, per una città che vive di mare e di storie di pescatori, per onore della verità, oggi, va pretesa giustizia.

Il cane Leone, anche lui vittima della strage del Francesco Padre

L’ultima telefonata

«L’ultima volta che ho parlato con mio padre – racconta Maria – era la sera del 3 novembre alle 22:30». Quella bambina, oggi adulta che non si dà pace, non poteva immaginare che non l’avrebbe più rivisto. «Si trovavano a 20 miglia da Budva – al largo delle coste del Montenegro -. Un aereo americano che sorvolava la zona avvistò un bagliore in mezzo al mare. L’allarme arrivò alla capitaneria di Molfetta intorno alle 5:30 del mattino». Immediatamente, furono allertati tutti i pescherecci della marineria molfettese per fare la conta dell’imbarcazione mancante. Purtroppo per le indagini, le scatole nere del pattugliatore statunitense saranno distrutte 30 giorni dopo l’incidente. Anche le generalità dei piloti, hanno scritto i giudici, «risultano segretate dalla Nato con conseguente impossibilità di acquisirne la testimonianza».

Uno scenario terribile

«Tutti i pescherecci che si trovavano nella zona di pesca si diressero sul luogo dell’incidente. C’erano già alcune navi militari che non permisero a nessuno di avvicinarsi». Ma fu proprio un’imbarcazione civile a notare il corpo di un marinaio, morto, che galleggiava su una tavola di legno. «Lo raccolsero e consegnarono a una motovedetta». A terra, in Puglia, avvisarono i parenti chiedendo di andare nel porto di Molfetta per il riconoscimento. «Per la nostra famiglia ci andarono i miei zii. Si trattava del corpo del marinaio De Nicolo, il più giovane dell’equipaggio». Le ricerche continuarono per giorni, ma servirono a recuperare solo alcune parti del relitto: nessun resto umano venne più a galla.

Una bugia infamante

«Nell’immediatezza dei fatti fu diffusa la notizia che il Francesco Padre si era disintegrato a causa di un’esplosione avvenuta all’interno del peschereccio. Per questo, dicevano, non c’era nulla da recuperare – spiega Maria -. Fu diffusa la tesi che erano contrabbandieri di esplosivi, senza prove in mano, solo quel bagliore». A questa accusa infamante, i parenti provarono a essere ricevuti dalla Procura di Trani. «Non avevamo voce, era come se questi uomini non avessero delle famiglie. Avevano deciso che erano colpevoli, c’era qualcosa di più grande di noi, che doveva essere protetto a discapito della vita di questi cinque marinai».

Il peschereccio e le fototessere dei membri dell’equipaggio che, la notte tra il 3 e il 4 novembre, sono stati uccisi

Morti due volte

«L’infamia di cui sono stati accusati li ha uccisi una seconda volta. Poi, come se non bastasse, sono stati ammazzati di nuovo dal silenzio, dall’omertà». Maria racconta che la sua vita «cambiò radicalmente in una notte. Tutti i progetti fatti pochi giorni prima con mio padre, era tutto finito». Intanto, nel 1994, iniziò l’iter giudiziario. Fu ascoltato solo il perito della Procura di Trani, Giulio Russo Krauss, sulla base dei frammenti lignei e umani recuperati. Quindici anni più avanti, la sua consulenza sarà smentita da altri magistrati. Diranno: «Urta contro la logica l’affermazione che l’esplosione sia avvenuta all’interno dell’imbarcazione, e segnatamente nella cala del motorista».

La prima, inefficace inchiesta giudiziaria

La prima delle tre inchieste della Procura fu archiviata per “morte del reo”. L’esplosione era scaturita all’interno della barca sulla quale, si disse, erano stipate armi ed esplosivi da trafficare in Montenegro. Ma fu un’inchiesta piena di errori: «Subito dopo l’incidente furono recuperati dei reperti, alcuni dei quali andarono smarriti. Nel 1996, la Procura, solo su insistenza dei legali dei parenti, inviò un Rov – un robot per le riprese a profondità elevate -. Si scoprì che il peschereccio era integro. C’era solo una falla a poppa e una serie di fori di proiettile nella zona della prua – spiega Maria -. Accanto al peschereccio, c’erano dei resti umani, non “visti” dal giudice che seguiva l’inchiesta – le trema la voce quando ricorda -. Una vota fatti notare, la sua risposta fu che non si potevano recuperare resti di uomini colpevoli della loro stessa morte e per di più trafficanti. I reperti recuperati nel 1994, furono distrutti senza che noi parenti fossimo avvisati».

23/10/2011

Posted by Comitato "Francesco Padre – Verità e Giustizia" on Wednesday, October 23, 2019
Terza missione di ricognizione al largo delle coste montenegrine

Le immagini eloquenti

In quelle riprese, oggi, si vedono ancora le evidenze che era impossibile che l’esplosione fosse scaturita dall’interno del Francesco Padre. «Nello scafo, c’è un foro di entrata e uno di uscita. In più è bucherellato come se fosse stato mitragliato da qualcuno – racconta la figlia del comandante Pansini -. Un altro dettaglio non considerato dal procuratore Giulia Pavese è che si vedeva un corpo che aveva ancora gli stivali ai piedi – quindi, a differenza di quanto si ipotizzò all’inizio, i marinai non stavano dormendo -. Sul cranio di un cadavere era anche evidente il foro di un proiettile». Troppi elementi dovevano far pensare che non si trattava di un’esplosione accidentale. «Ma l’unica cosa che dissero ai famigliari è che lo Stato non avrebbe potuto assumersi l’onere economico di recuperare i resti di cinque contrabbandiere», dice Maria, con un sorriso amaro.

Una faccenda che non poteva essere archiviata

Intanto, nel 1997, la prima inchiesta si chiuse con la doppia onta per le famiglie: cinque morti, cinque trafficanti di armi. I reperti furono distrutti: c’erano anche alcuni effetti personali che non sono mai stati restituiti alle famiglie. «Il gip Giulia Pavese non ritenne opportuno accettare la richiesta dei nostri legali di continuare a indagare». Poi un’altra inchiesta, anche questa inconcludente, che terminò nel 2001. Ma fu grazie a un libro pubblicato dal giornalista Gianni Lames nel 2009 e l’insistenza delle famiglie, nonostante fossero passati 16 anni, che nel 2010 la Procura decise di aprire la terza inchiesta: «Finalmente la giustizia cominciava ad agire come avrebbe dovuto fare da subito. Furono sentiti pescatori, parenti, periti di parte – ricorda Maria -. Purtroppo il tempo aveva compromesso la qualità delle indagini: erano disponibili solo reperti fotografici, le altre prove erano state distrutte».

Le ricerche in mare, durante la terza inchiesta aperta dalla procura di Trani

La terza inchiesta

Cominciò a diffondersi un nome per questo mistero italiano: le persone soprannominarono la tragedia del Francesco Padre come “l’Ustica del mare”. «Tutto il lavoro svolto dai giudici con la riapertura delle indagini, nel febbraio 2010, è stato fatto al meglio: sono riusciti a ridare dignità a quegli uomini. Chiedo allo Stato di aiutarci a trovare l’altra parte della verità». La Procura ha dovuto archiviare, nel 2014, il fascicolo: nessuno degli otto Paesi interrogati dalla Procura di Trani ha risposto alle rogatorie internazionali.

L’impotenza della magistratura italiana

«Le autorità di Stati Uniti, Montenegro e Serbia hanno risposto di non poter inviare o di non avere nulla da inviare ai magistrati tranesi». Gli Stati Uniti hanno risposto che «non ci sono informazioni disponibili a causa del lasso di tempo trascorso – e che – non hanno informazioni nei nostri archivi che indichino persone, navi o aerei statunitensi coinvolti nell’affondamento». Il Regno Unito non ha neppure risposto. Il Montenegro si è opposto alla rogatoria sostenendo che le risposte «potrebbero minare la potenza militare dello Stato montenegrino».

Nel 2011, due palombari si sono immersi per recuperare reperti fondamentali per accertare le responsabilità dell’affondamento

Una verità a metà

Maria parla di verità parziale perché non si conoscono i responsabili dell’affondamento del Francesco Padre: «Almeno, però, ci hanno restituito un po’ di dignità. I giudici hanno affermato che i cinque marinai erano innocenti». Le ipotesi plausibili alle quali sono giunti i giudici sono tre. Primo, quella di un’azione collegata all’operazione Nato-Weu “Sharp Guard” e alla guerra in atto nella ex Jugoslavia. Secondo, una condotta omicida-intimidatoria della criminalità serbo-montenegrina ai danni dei pescatori italiani. Terzo, l’esplosione di un ordigno pescato accidentalmente dal Francesco Padre.

Le responsabilità della Nato

Quali sono gli elementi che puntano a un possibile coinvolgimento della Nato? «Era in corso l’operazione “Sharp Guard”. Poi, nell’ottobre del 2011, con la Marina militare italiana, siamo tornati sul luogo dell’incidente e sono scesi i Palombari Angelo Nitti e Luca Russo per recuperare reperti. Hanno riportato su un pezzo del peschereccio con un foro di proiettile – racconta, con lucidità, la figlia del comandante Pansini -. In un secondo momento, sempre durante quell’operazione, è stato staccato dal peschereccio un pezzo, per verificare che quello precedente appartenesse al Francesco Padre. In seguito sono stati fatti esami sui reperti dai Ris di Roma alla presenza dei nostri periti, Paolo Cutolo e Mario Nigri. È emerso che il foro era compatibile con un proiettile in uso alla Nato».

L’Ustica del mare

Esattamente il contrario di quanto avevano supposto i giudici delle prime inchieste. «Perché l’Ustica del mare? Tante ipotesi, nessun vero colpevole – Maria chiede solo una cosa -. Che si conoscano i nomi dei responsabili della morte di mio padre e del suo equipaggio». A 25 anni da quella tragedia di cui molti non hanno più memoria, famiglie, parenti e amici delle vittime del Francesco Padre soffrono perché «lo Stato non si è mai scusato, anzi è stato sempre assente in questa storia italiana», afferma Maria, che conclude: «Il mio rimpianto più grande è non aver potuto ancora dare una degna sepoltura ai loro corpi, per capricci o giochi giudiziari. Non avrò pace finché non si raggiungerà la verità, quella intera».

Fixer: Luca Petruzzella

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