Venezia, perché il Mose non è stato azionato contro l’acqua alta? Parla l’ingegnere che l’ha progettato: «Sarebbe stato un atto incosciente»

«Il Mose non può ancora proteggere Venezia perché non è finito. Sarebbe stato come guidare una Ferrari senza i freni»

Non c’è persona al mondo che conosca il Modulo Sperimentale Elettromeccanico meglio di lui. Stiamo parlando di Alberto Scotti, il papà del Mose: alla fine degli anni Ottanta è stato l’ingegnere, oggi 73enne, a progettarlo.

Da allora sono passati tre decenni e Scotti non ha mai smesso di seguire l’iter infinito del sistema di dighe mobili che, un giorno, proteggerà Venezia dall’acqua alta. «Adesso abbiamo una data di consegna realistica, il 31 dicembre – assicura in un’intervista a Repubblica -. Questa volta ce la faremo».

Quando l’acqua alta nel capoluogo veneto ha raggiunto i 187 centimetri, il 13 novembre 2019, molti si sono chiesti perché non si è deciso di sollevare le paratoie mobili. «Sarebbe stato un atto di pura incoscienza. Dovete togliervelo dalla testa, il Mose non può ancora proteggere Venezia perché non è finito – spiega l’ingegnere usando una metafora. Sarebbe stato come guidare una Ferrari senza i freni».

Scotti, che del Mose conosce ogni ingranaggio, chiarisce che «per alzarle – le paratoie, ndr. – nel tempo utile di una mezz’ora, come avverrà quando il Mose sarà a regime, servono tre compressori. Ad oggi ne abbiamo solo uno. Ci avremmo impiegato cinque ore, non aveva senso».

Ma che l’acqua alta avrebbe raggiunto livelli record, si sapeva dal giorno prima. Come mai allora non si è detto l’ok per l’attivazione delle dighe? «Il Mose si può azionare solo quando l’acqua raggiunge un certo livello, intorno agli 80-90 cm. Non si può e non si deve farlo prima», racconta Scotti.

Poi aggiunge: «E comunque, se anche avessimo chiuso le bocche del Lido e di Chioggia, lasciando aperta quella di Malamocco dove il test di prova ha mostrato vibrazioni anomale nelle condotte, sarebbe cambiato poco: forse dieci centimetri di acqua in meno rispetto ai 187 che si sono avuti».

Il rischio dell’attivazione del Mose, lo scorso 13 novembre, avrebbe potuto provocare «l’allagamento delle gallerie dove ci sono i tecnici a lavorare. Senza collaudo, e con un solo compressore, il mare sarebbe passato sopra le paratoie». Quando è stato consultato telefonicamente, il giorno prima della catastrofe, Scotti ha ritenuto infattibile l’ipotesi di azionare il Mose. «Se qualcuno me lo avesse imposto, sarei scappato».

Ci si domanda come mai, dopo tanti anni di lavoro, il sistema non sia ancora collaudato e funzionante. «Vi dimenticate che i fondi dello Stato non sempre stati erogati con continuità. Intorno al 2008 chiusero i rubinetti e il Consorzio dovette chiedere un finanziamento internazionale per andare avanti. Poi c’è stata l’inchiesta dei magistrati veneziani, giustissima, ma che ha portato alla fuga o al fallimento delle grandi ditte che costruivano il Mose».

Aziende che, ad onor del vero, sono state condannate per aver gonfiato fatture e usato tangenti legate alla grande opera veneziana. «L’inchiesta è stata sacrosanta. Però ora Condotte, Mantovani, Fincosit non ci sono più, e questo rallenta i lavori. È inevitabile, il Mose è un’opera innovativa e complessa, non è come fare un ponte dove puoi alternare le imprese senza troppi problemi. Era sbagliato illudersi che il terremoto giudiziario non avrebbe creato rallentamenti».

Questa vicenda, per Scotti, ha lasciato «un’eredità rognosa. Ad esempio l’aria condizionata nelle gallerie subacquee, che permette di tenerle asciutte, doveva essere la prima cosa da fare, invece l’hanno messa per ultima. Anche la corrosione delle cerniere delle paratoie in parte è dovuta a errori di programmazione». E come spesso succede in Italia, i primi a farne le spese sono i cittadini, vittime impotenti e innocenti.

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