Cinema, arriva il “Pinocchio” di Matteo Garrone: ecco le tre ragioni per non perderlo

di OPEN

Difficile misurarsi con Walt Disney e Luigi Comencini. Ma il regista supera la prova con alcuni aspetti insoliti e interessanti

Tornare al cinema con un classico come Pinocchio, dopo anni in cui nessuno aveva rimesso mano al romanzo, e per cavarne fuori un film che “bucasse lo schermo”, deve essere un po’ come andare a sostenere l’esame di maturità.


La storia è patrimonio di tutti, così come lo sono le versioni cinematografiche firmate da Walt Disney e da Luigi Comencini.

Questa volta ad affrontare la prova d’esame è Matteo Garrone, che rimane nella sceneggiatura estremamente fedele al romanzo e che oggi, 19 dicembre, esce in sala con il suo Pinocchio. Dopo i momenti di gloria vissuti con Dogman lo scorso anno, il regista torna a cavalcare l’onda del grande schermo con un genere da lui già affrontato ne Il racconto dei racconti.

È infatti lui a dirigere il cast formato, tra gli altri, anche da Roberto Benigni – che ripiomba nel romanzo per ragazzi, ma nelle vesti di Geppetto, dopo aver indossato il naso di legno nel 2002 come protagonista e regista del film omonimo. Poi Federico Ielapi, Massimo Ceccherini, Rocco Papaleo, Marine Vacht, Gigi Proietti e Massimiliano Gallo.

Ragione n. 1

Uno dei motivi per cui vale la pena pagare il biglietto, e andare a sbirciare, è Mark Coulier. Due volte premio Oscar (una per The Iron Lady e doppietta con Gran Budapest Hotel), è stato ingaggiato per essere uno dei massimi esperti di trucco protesico.

Si tratta di un processo che utilizza tecniche di scultura protesica – atta quindi a creare protesi -, modellatura e fusione per creare effetti cosmetici avanzati.

Il Pianeta delle Scimmie di Franklin J. Schaffner potrebbe schiarirvi le idee su cosa questa tecnica sia di preciso.

Coulier si è dunque occupato di ricreare, ad esempio, l’effetto del legno su Ielapi – che interpreta Pinocchio. Con circa quattro ore di lavoro per ogni giorno di riprese, il truccatore ha creato una seconda pelle in silicone che permettesse al ragazzino di muoversi sì agilmente, ma al contempo di risultare “legnoso” agli occhi dello spettatore.

E il risultato è davvero stupefacente, se si pensa che è puro lavoro artigianale.

Ragione n. 2

C’è poi un’altra operazione che Garrone fa, ed è insolita: partendo da alcune pagine del racconto come quella del Teatro dei Burattini e di Mangiafuoco (interpretato nel film da Gigi Proietti) decide di usare un numero non indifferente di attori affetti da nanismo.

Sono scene che quasi rimandano all’epoca dei freak – in parte anche per la scelta dei costumi -, gli spettacoli in voga negli Stati Uniti a partire dal XIX secolo. Erano eventi a pagamento in cui si assisteva all’esibizione di persone o animali con aspetto insolito o anomalo. Non c’è malizia, né schernimento, ma grazia nel rendere ipnotici anche personaggi a prima vista goffi.

Franco Fontana, Texas, 1979

Ragione n. 3

Infine, la fotografia. A metà tra un quadro dei macchiaioli e una istantanea di Franco Fontana, Pinocchio è come un libro fotografico.

Non esiste fotogramma che non sia pensato al millimetro, nulla lasciato al caso. E colpisce la scelta di paesaggi incontaminati – il film è girato tra il Lazio, la Toscana e la Puglia. «Cosa non facile da ricercare, visto che ormai l’uomo ha messo mano ovunque, deturpando». Parola di Matteo Garrone.

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