La vergogna di Sondrio, e i tentativi di screditare chi l’ha testimoniata

Siccome a raccontare la storia è una Sardina per qualcuno basta e avanza per urlare “fake news”, ma ignora le altre testimoni

Il caso di razzismo testimoniato a Sondrio dal palco della manifestazione locale delle Sardine è rimbalzato ovunque, dalle testate locali a quelle nazionali. C’è chi si è impegnato per smentire la storia e magari ci fosse sempre tanto impegno anche per altre vicende di pari interesse pubblico, ma per qualcuno è bastato dire che la testimone è una sardina e del Partito Democratico. Peccato che c’erano altre due testimoni, ma queste sono state di fatto ignorate da chi ha voluto tentare di smentire il racconto.

Nella giornata di ieri, mercoledì 18 dicembre 2019, le dichiarazioni dei Carabinieri di Sondrio aveva fornito un punto a favore di chi ha voluto screditare il racconto della consigliera comunale Francesca Gugiatti. Gli agenti dell’Arma, come riportato da Adnkronos, hanno affermato che nella zona del pronto soccorso dove sostava la giovane mamma nigeriana non ci sono stati commenti di nessun genere, neanche di stampo razzista, siccome erano presenti solo lei, il marito, una parente, il personale medico e gli stessi agenti.

Quello che i desiderosi di smentite non hanno riportato è la seconda parte del pezzo di Adnkronos, quella dove si spiega che «i militari non possono escludere commenti tra i pazienti nella sala d’attesa che permette due accessi: o si va ai reparti o si va alle salette mediche che sono separate e non a vista»

L’articolo di Adnkronos usato per smentire tutta la vicenda, ma chi lo ha diffuso ha evitato la seconda parte.

Le due testimoni a Open

Tre sono le testimoni, non una soltanto. La prima, quella che ha scatenato il tutto a livello mediatico, è stata la consigliera comunale Francesca Gugiatti. Open aveva pubblicato l’intervista a una seconda testimone – che ha richiesto l’anonimato – la quale ha riportato le esternazioni discriminatorie:

Quante persone erano presenti in sala d’attesa?
«Una quindicina circa».
E da parte di quante persone ha sentito commenti fuoriluogo?
«Un paio di persone, sembravano padre e figlia. Io ho sentito un signore in attesa che ha detto che “sembrava un rito satanico” e una donna che forse lo accompagnava – che avrà avuto tra i 40 e i 50 anni – che ha risposto “saranno tradizioni loro”». 
Queste persone hanno urlato contro il gruppo o contro la donna che piangeva e urlava?
«No, han fatto commenti a bassa voce, parlottando tra di loro».
Ha sentito altri insulti?
«Personalmente no. L’altra donna che ha raccontato l’accaduto (con cui Open ha parlato qui) si è trattenuta più di me, perché io nel frattempo sono andata via e quindi non ho avuto modo di sentire altre cose». 

Commenti a bassa voce e fatti da due singole persone che avevano turbato la seconda testimone. Nessun urlo, nessun attacco diretto alla madre piangente o alla sua famiglia tale da essere ascoltato dai Carabinieri o dal personale medico, sufficiente però da essere sentito da chi era presente nella sala in cui si trovavano, distanti dalla tragedia.

La terza testimone

C’è poi una terza testimone, di cui si è parlato poco, ed è una utente che nel gruppo Facebook delle Sardine di Sondrio – iscritta da poco – aveva raccontato la sua esperienza in un commento del 17 dicembre:

Sabato ahimè ero in quel pronto soccorso e ho assistito di persona a quanto accaduto, vivo qui da poco, sono uscita dal quel luogo piangendo e quasi scappando dalle parole disgustose che sentivo ripetere dalle persone presenti, però ho visto infermiere e infermieri piangere e adesso che leggo questo post I cadaveri di Sondrio, mi consolo un po’ perché vuol dire che un po’ di umanità e sensibile rimane anche se in pochi!! Uscendo da quell’opsedale mi sono sentita sola, diversa e criticata dagli occhi pieni di odio di chi mi ha visto piangere, adesso leggendo queste righe mi sento un po’ meno sola

Il commento di Barbara dove racconta la sua esperienza.

A lato del suo nome di Barbara c’è un simbolo – una manina che saluta – che Facebook pone ai nuovi iscritti. Il commento con la testimonianza è stato il primo intervento nel gruppo da parte di Barbara, probabilmente iscritta a seguito dei fatti riportati dai media. Tenute d’occhio durante queste giornate dalla diffusione della notizia, non si riscontrano legami tra Barbara e le altre due testimoni.

Le distanze e il successivo silenzio

Essendo commenti fatti a bassa voce, non rivolti direttamente alla giovane madre disperata per la perdita della figlia, risulta naturale che né il personale né le persone coinvolte dalla tragedia, Carabinieri inclusi, non abbiano udito le parole riportate dalle tre testimoni. La prima, Francesca Gugiatti, aveva spiegato che alcuni signori si erano messi a spiare attraverso i vetri delle porte a seguito delle urla della madre, a conferma che i diversi protagonisti della vicenda erano distanti e separati fisicamente. Il racconto della seconda testimone conferma la prima su questo punto, e cioè che la giovane madre disperata non si trovava in sala d’attesa in quel momento:

«Inizialmente ho visto arrivare una donna e successivamente alcune persone. Non so se fossero parenti della madre e della bambina poi morta. Dopo circa un’ora li ho visti uscire dalla zona delle sale per le visite e percorrere un altro corridoio, che non passa attraverso la sala d’attesa. C’era una signora in particolare che piangeva e urlava disperata. Qualcuno ha detto che si era anche buttata a terra, ma io non ho visto questa cosa. Non sono stata lì a guardare cosa stesse succedendo nello specifico».

Ecco il punto dove si sarebbero affacciati i «curiosi», una porta con un vetro che divide la sala d’attesa e la zona interna del Pronto Soccorso dell’ospedale di Sondrio dove si trovava la giovane madre:

Nella foto sopra la stanza in cui si trovava la madre nigeriana. Nella foto sotto una panoramica del Pronto Soccorso di Sondrio, scattata questa mattina 19 dicembre 2019.

Open ha intervistato proprio oggi, giovedì 19 dicembre 2019, il personale medico del Pronto Soccorso che era intervenuto con tutta la professionalità e con tutto il rispetto dovuto in una situazione tragica come quella a cui hanno assistito. Nel racconto è riportata anche la cronologia degli eventi relativi al decesso e all’arrivo, sul finale, del padre della piccola creatura, così come l’intervento di una infermiera che aveva avvisato ai presenti in sala d’attesa che stavano gestendo una situazione critica e che non aveva sentito da parte loro commenti di stampo razziale, piuttosto di comprensione. La prima testimone, nel raccontare l’accaduto, aveva dichiarato a Open che chi aveva insultato la madre nigeriana – ripetiamolo, non direttamente – si erano zittiti. Probabilmente questi due personaggi, che a bassa voce si erano permessi di dire qualcosa di troppo, non erano a conoscenza della dramma appena accaduto anche se resta il fatto che commenti come quelli riportati dalle testimoni risulterebbero fuori luogo in ogni caso.

Sondrio razzista?

Non risulta, da parte delle testimoni, che siano state mosse accuse di razzismo nei confronti della popolazione di Sondrio o del personale medico presente al Pronto Soccorso. Questa vicenda riguarda un paio di persone che si sarebbero permesse, in un dialogo che forse credevano di poter mantenere in privato parlando a bassa voce, di sparlare di una persona a causa del colore della sua pelle.

I Carabinieri e le indagini

Come riportato nell’intervista di Open al Direttore dell’Unità Organizzativa Complessa dell’Ospedale di Sondrio, il Dottor Raniero Spaterna, i Carabinieri erano stati allertati dalla centrale ed erano arrivati quasi subito insieme alla madre, pronti a supportare il personale medico per eventuali reazioni a cui potevano non essere preparati per questioni di tipo culturale. Gli agenti erano lontani, dunque, dalla sala d’attesa perché impegnati laddove l’attenzione era posta nei confronti della disperazione di una famiglia.

Da quanto apprende Open, la Procura della Repubblica ha avviato delle indagini per far luce su quanto è stato raccontato dalle testimoni. Certo è che la donna nigeriana e la sua famiglia non hanno subito insulti «in faccia» e in mancanza di video capaci di recuperare delle parole a bassa voce in una sala d’attesa dove erano presenti circa una quindicina di persone, parlanti o meno, con le urla di una madre disperata udibili al suo interno, non rimangono che le testimonianze di tre donne che oggi vengono viste da una parte dell’opinione pubblica come «bugiarde» o «non attendibili» a causa delle loro accertate o probabili appartenenze a movimenti o partiti politici, o che sono semplicemente intervenute all’interno di un gruppo Facebook per riportare la loro esperienza confermando quella delle altre.

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