Lazio, la consigliera regionale arrestata (Toti): i clan imponevano i suoi manifesti elettorali

Le accuse a vario titolo sono di i estorsione, atti di illecita concorrenza e violenza privata, con l’aggravante del metodo mafioso

Gli agenti della Squadra Mobile di Latina hanno arrestato Gina Cetrone, già consigliere regionale del Pdl e dallo scorso anno coordinatrice per il Lazio del partito “Cambiamo! con Toti”, e altre quattro persone, con l’accusa, a vario titolo, di estorsione, atti di illecita concorrenza e violenza privata, con l’aggravante del metodo mafioso.

L’indagine, coordinata dalla Direzione Distrettuale Antimafia della Capitale guidata dal procuratore Michele Prestipino, si è avvalsa anche del contributo dichiarativo dei collaboratori di giustizia Renato Pugliese e Riccardo Agostino (già sottoposto alla misura della sorveglianza speciale con obbligo di soggiorno a Latina e per il quale si procede separatamente).

Nei confronti di Cetrone e degli altri quattro (Armando detto Lallà, Gianluca e Samuele Di Silvio e poi Umberto Pagliaroli), il gip di Roma Antonella Minunni ha disposto la misura cautelare del carcere.

I fatti

Il gip fa riferimento a un episodio di violenza ai danni di due addetti al servizio di affissione dei manifesti durante le elezioni del 2016. Gli operai sono stati costretti da uomini del clan a mettere in evidenza quelli della Cetrone rispetto agli altri.

L’accordo stretto con i Di Silvio prevedeva, infatti, l’affissione «anche abusiva» dei manifesti elettorali di Cetrone «a scapito degli altri candidati».

«Non coprite Gina Cetrone altrimenti succede un casino…fatevi il vostro lavoro e noi ci facciamo il nostro» aveva minacciato Agostino Riccardo, uomo legato ai Di Silvio. In particolare Riccardo, diventato collaboratore di giustizia, sentito dagli inquirenti nel luglio del 2018 ha raccontato che «Cetrone si era lamentata perché la sua visualizzazione non era buona, non si vedeva abbastanza bene nei manifesti di Terracina».

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