Aisha che vuol dire “viva”. Chi era la sposa di Maometto da cui ha preso il nome Silvia Romano

Letteralmente, in arabo significa “viva”. Ma Aisha è anche un nome importante nella tradizione islamica

Silvia Romano è tornata in Italia. Vestita di un capo islamico verde smeraldo, la giovane volontaria è scesa dall’aereo dell’Aise con grandi sorrisi. Le prime informazioni che arrivano dalla sua successiva audizione con il pm antiterrorismo Sergio Colaiocco parlano di una conversione all’Islam e di un cambio di nome: Aisha. In arabo significa viva. Silvia è Aisha, è viva. Quale siano le ragioni dietro la sua scelta sarà lei a spiegarle, se vorrà, quando vorrà.

Come ha raccontato lei stessa, la lettura del Corano durante il periodo di prigionia le è stata di conforto. E, al di là della traduzione letterale del termine, Aisha è anche un nome significativo nella tradizione islamica. Figlia di Abū Bakr, primo califfo dell’Islam, è stata anche la più importante sposa del profeta Maometto, assumendo in seguito ruoli politici di rilievo. Un personaggio energico, decisivo. Adatto a una donna che ha avuto bisogno di tutta la forza possibile nei giorni in cui si trovava rinchiusa in una stanza, in Somalia, nel pieno della guerra civile.

Chi era Aisha

La storia di Aisha (ʿĀʾisha) si trova negli ḥadīth, la raccolta di testimonianze sulla vita di Maometto. Nel Corano non si trovano riferimenti alla sua età, ma secondo alcuni testi contenuti negli ḥadīth, Aisha aveva 6 o 7 anni quando si sposò con Maometto (che di anni ne aveva circa 50) e 9 o 10 anni al momento della prima consumazione. Non c’è certezza in merito alla sua età, tanto che la studiosa Ruqaiyyah Waris Maqsood parla di un’età compresa tra i 14 e i 24 anni (forse 19) al momento del matrimonio.

Figlia di Abū Bakr, amico stretto di Maometto, nonostante la giovane età è diventata una figura di indipendenza e carattere già durante gli anni del matrimonio con il Profeta. Quando Maometto morì, nel 632 d.C, Aisha divenne una figura di enorme rilievo per quanto riguarda la tradizione orale relativa alla vita privata del Profeta. Una testimone preziosa della sua vita e di quella di Maometto.

Nel 658 si scontrò con il quarto califfo e cugino di Maometto, ʿAlī b. Abī Ṭālib, che da alcuni era sospettato di essere il mandante dell’uccisione di ʿUthmān, il terzo califfo. Partecipò alla ribellione contro ʿAlī ibn Abī Ṭālib insieme a due dei principali e vecchi compagni di Maometto, Talha ibn ʿUbayd Allāh e al-Zubayr ibn al-ʿAwwām, provocando una scissione nella comunità islamica. Aisha e gli altri furono però sconfitti dal califfo nella cosiddetta Battaglia del Cammello: i due amici vennero uccisi e ‘Alī costrinse Aisha a vivere per il resto dei suoi giorni lontano dalla vita pubblica, rinchiusa in quello che era anche il luogo della sepoltura del Profeta.

Molti studiosi concordano sul fatto che, se Aisha avesse vinto la Battaglia del Cammello, allora il ruolo delle donne nell’Islam avrebbe avuto un altro peso. Una testimonianza non indifferente di come l’equilibrio tra donne e uomini nella tradizione islamica sia stato definito non dalle scritture ma dagli eventi.

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