Spray al peperoncino contro orsi e lupi: dopo il caso di Jj4 in Trentino, torna lo scontro tra difesa ed errori dell’uomo

L’assessore leghista Zanotelli della Provincia Autonoma di Trento è favorevole all’utilizzo dello spray bear già legalizzato in Canada e Slovenia e negato dalla legge italiana. Animalisti e medici veterinari ribadiscono: «Si tratta di un’arma»

Mentre l’orsa Jj4, o “Gaia”, come è stata ribattezzata dal Ministro dell’ambiente Sergio Costa, latita nella foresta del Monte Peller, ricercata dagli agenti della Forestale del Trentino per essere abbattuta, si riapre il dibattito sullo spray bear. Dopo l’attacco dell’orsa a padre e figlio rimasti feriti lo scorso 22 giugno, il tema degli strumenti di difesa si è riacceso.


Più che una soluzione, una vera e propria arma, attualmente di utilizzo comune tra i trekker e i runner canadesi e sloveni, che spesso si imbattono nei numerosi plantigradi delle proprie zone verdi. Un getto che va oltre i 10 metri per difendersi dai potenziali attacchi degli orsi, uno strumento potente che necessita di altrettanta preparazione nell’utilizzo.

È per queste ragioni che la legge italiana si è opposta, finora, all’introduzione dello spray bear, permettendo la vendita di nebulizzatori al peperoncino con un getto a 4 metri, del tutto inefficaci per animali di grossa taglia. Nel 2017, il Ministro dell’Interno Marco Minniti aveva respinto categoricamente la proposta di legge, di nuovo oggi si torna a parlare dell’introduzione dello spray anti orso come possibile soluzione e arginamento degli attacchi.

L’assessore all’agricoltura, foreste, caccia e pesca della Provincia Autonoma di Trento, Giulia Zanotelli si dice favorevole all’utilizzo dello spray e, nonostante i no ricevuti dal governo anni, è disposta a perseguire la richiesta. «C’è stato un incontro con la Questura – ha ricordato l’assessore in consiglio provinciale – perché questo strumento venga dato in dotazione ai forestali».

Un primo passo verso la diffusione completa su cui la maggioranza leghista della PAT è d’accordo. Non sono serviti per ora gli appelli del ministro Costa, degli animalisti, della LAV (Lega Anti Vivisezione) che due giorni fa ha denunciato il presidente della Provincia Autonoma di Trento Maurizio Fugatti, firmatario dell’ordinanza di abbattimento.

«Il bosco come un parco giochi»

«Nell’ultimo decennio, scenario di un progetto di reintroduzione degli orsi nelle foreste (il Life Ursus), la popolazione trentina ha fatto esperienza di diversi falsi attacchi da parte degli orsi. Tutti gli incontri orso-uomo hanno avuto però un’unica costante: la sorpresa», spiega l’ex assessore al turismo e all’agricoltura, con competenza di gestione su foreste e fauna della  Provincia Autonoma di Trento, Michele Dallapiccola.

Medico veterinario e figlio di allevatori di ovini conosce bene «Lo scontro interiore tra la sensibilità di un’intera popolazione trentina a favore dell’orso e del lupo e i ricordi d’infanzia, in cui i carnivori erano un pericolo per l’attività di famiglia».

Dallapiccola fa notare come tutti i casi di attacco all’uomo da parte di orsi, nelle foreste del Trentino, siano avvenuti per un comportamento del tutto scorretto degli escursionisti. La parola chiave è infatti “rumore”: «Dal punto di vista etologico l’uomo non rientra nella preda dell’orso. Che molto spesso cerca di evitare l’essere umano inconsapevole di essere molto più forte di lui».

«Studi scientifici effettuati con il rilevamento gps, dimostrano da anni quanto il rumore, di voci, passi, campanelli, spingano l’animale ad allontanarsi e trovare rifugio lontano da quello che considerano un potenziale pericolo per sé e spesso per i cuccioli.  È per questo motivo che lo spray deve continuare a essere considerato, almeno in Italia, come l’ultimo strumento a cui pensare», spiega Dallapiccola.

Della stessa opinione è il Wwf che, pur tenendosi prudente sulla negazione dell’utilizzo dello spray in Paesi come Canada e Slovenia, in cui si parla di una «densità enormemente superiore di orsi e moltissimi casi di aggressione alle spalle, con vittime», rimane convinto della pericolosità di un’arma «che non va usata sempre. Che se scelta a priori nei confronti di un orso in uno stato non aggressivo, potrebbe essere controproducente e quindi scatenare una maggiore aggressività». 

Il dibattito sulla messa in campo dell’arma anti orso continua dunque insieme alle ricerche per l’abbattimento dell’orsa Gaia, che lo scorso 22 giugno ha attaccato e ferito padre e figlio nella zona del Monte Pellier, in Val di Non.

«Cacciatori, cercatori di funghi, passeggiatori della domenica, i nostri boschi vengono spesso trattati come grandi parco giochi ma non lo sono. Ci sono cartelli che l’amministrazione ha sparso in più punti in cui il decalogo dei comportamenti adatti non deve essere considerato facoltativo», continua Dallapiccola.

L’abitudine di molti cacciatori a poca distanza dall’apertura della battuta è quella di recarsi in modo cadenzato in precise zone della foresta trentina per osservare i comportamenti delle future prede, spesso abituarli alla presenza di mele e cibo, per poi attaccare al momento opportuno. «Pratiche inammissibili», commenta Dallapiccola.

Il database di PACOBACE

Il PACOBACE, Piano d’Azione interregionale per la conservazione dell’Orso bruno sulle Alpi centro-orientali, approvato dal Ministero dell’Ambiente, prevede la compilazione annua di una griglia di monitoraggio in cui tutti gli orsi presenti sul territorio vengono schedati nelle loro caratteristiche e azioni particolari. Un database di circa 800 campioni tra peli, saliva e feci che rimandano all’identità genetica di ogni esemplare.

Un metodo che permette di monitorare la responsabilità di ogni orso anche riguardo ad attacchi e incontri con l’uomo. A differenza dell’orsa KJ2 abbattuta nel 2017 e che aveva superato tutti i criteri previsti dalla griglia di monitoraggio, Jj4 è tra le altre cose, del tutto sconosciuta al database in termini di aggressività e attacchi all’uomo.

Leggi anche: