Festival della Bellezza, le femministe rispondono al panel «#TuttiMaschi». «Non ci vogliono? Ecco il nostro contro-evento» – L’intervista

Dopo le polemiche per il panel tutto al maschile del Festival di Verona, ecco il contro-festival con sole donne in Piazza Bra. Abbiamo intervistato una delle relatrici, la scrittrice e giornalista Giulia Blasi

Dopo le polemiche sul Festival della Bellezza organizzato a Verona per il panel di tutti maschi (tranne l’attrice Jasmine Trinca) per cui anche Michele Serra ha sentito l’obbligo di giustificare la sua partecipazione (devolverà il cachet in beneficienza), un gruppo di donne guidate da Michela Murgia ha deciso di organizzare con Non una di meno un “contro festival” che andrà in scena domani in Piazza Bra.


Per la scrittrice, conduttrice radiofonica e giornalista Giulia Blasi, tra le relatrici al festival Erosive, «il problema è che questo evento da sempre ha un programma che è praticamente privo di donne. Gli interventi vertono su un tema che rende facile capire perché le donne non vengono invitate».

«La bellezza e l’erotismo sono due argomenti in cui la donna è quasi sempre oggetto e non soggetto – continua -. Non troviamo spazio per esprimerci al di fuori di quelli che sono progetti amatoriali. Generalmente, nessuno vuole sentire una donna che parla di erotismo o bellezza. La donna è l’eros, la bellezza. Rappresenta, simboleggia, non agisce, non racconta».

Una delle sue co-relatrici, Vera Gheno, ha scritto su Twitter: “Pòle la donna perméttisi di parla’ di eros, sesso e porno?“. Chi lo impedisce?

«Si tratta dell’ennesimo festival senza donne. Si è pure arrivati a dire che le donne non sono presenti per le problematiche legate al Covid – che mi sembra un pochino pretestuoso. È un po’ come dire “si dovevano lavare i capelli”. Quindi noi, che siamo tutte quante donne, evidentemente non abbiamo abbastanza paura del Covid e andremo quindi a fare questa contro-manifestazione per parlare di bellezza ed erotismo. Ma al di là di questo festival: quante sono le donne nell’ambiente pubblico che parlano di sesso?»

Però di esempi di donne che parlano o scrivono di sesso ce ne sono ormai, dalla televisione alla musica.

«Dipende come se ne parla! Spesso le trasmissioni televisive vanno un po’ a cavallo tra una forma di liberazione e una rappresentazione della sudditanza totale della donna rispetto al paradigma di stereotipi patriarcali. Ci sono fiction – come Fleabag o Orange is the New Black – che sono tutte opere scritte e diretta da donne che spesso raccontano la sessualità femminile senza filtri.

Ci sono ancora resistenze. Basta pensare alle polemiche attorno al brano WAP di Cardi B in cui due donne fanno quello che gli uomini fanno da sempre, ovvero parlare dei propri organi genitali in un pezzo rap. In Italia le fiction raramente ci mostrano donne davvero sessualmente liberate, anche perché la maggior parte delle sceneggiature dei film sono prodotte da uomini e dirette da uomini. Quindi lo sguardo è necessariamente maschile».

È per questo che avete deciso di avere un panel di solo donne? Per lei un uomo che parla di bellezza femminile potrà sempre e soltanto offrire una visione maschile del tema?

«Diciamo che è abbastanza naturale che sia così! Se tu sei un uomo etero-cis avrai una visione del mondo che è necessariamente colorata dalla persona che sei, questo è normale – a meno che non tu non faccia uno sforzo conscio di uscire al di fuori dei tuoi binari. Detto questo, era ovvio che saremmo state tutte donne perché puntavamo a fare vedere che non soltanto le donne ci sono, ma anche che sono in grado di fare dei discorsi, tenere una platea, fare dei panel, che conosciamo il teatro, la filosofia, l’arte. Insomma, non siamo semplicemente della gente “che non esiste”».

Secondo lei Jasmine Trinca, l’unica donna che ha partecipato al Festival, ha fatto male ad accettare?

«No, ma credo che non sarebbe il caso di inventarsi giustificazioni fantasiose. Dire “non sapevo che tutti gli altri erano uomini”, mi sembra pretestuoso, ci sono ragioni più importanti, come il desiderio di lavorare. Alla fine si tratta di un lavoro e, come hanno sottolineato più persone, non è soltanto un problema di rappresentazione di un genere, ma anche di un esclusione di una modalità lavorativa».

Cosa direte sulla bellezza femminile che non è stato detto durante il Festival?

«Io parlerò di bruttezza. Per farlo ho chiesto – molto ingenuamente – alla mia bolla di Twitter di darmi tutti i sinonimi possibili per “donna brutta”. Molta gente non ha capito e hanno cominciato o a insultarmi o a dire che in qualche modo volevo attirare attenzione. Ma in realtà la mia domanda era seria. Comunque, ho capito che al di là della straordinaria quantità di termini che esistono per dire “donna brutta”, dire “brutta” a una donna è forse l’insulto peggiore. Di “zoccola” o di “troia” ci siamo in qualche modo riappropriate, anche se l’operazione ancora non è finita. Invece di “brutta” ancora no. L’essere belle è tuttora una necessità sociale».

Il caso di Caivano ha riportato in modo drammatico l’attenzione sulle vulnerabilità delle persone trans nella nostra società. Il concetto di femminilità a cui fate riferimento è un concetto inclusivo che tiene conto, per esempio, anche delle donne trans?

«Credo che il racconto dell’esperienza trans spetti soltanto alle persone trans. Dall’esterno però mi sembra che ci sia una disponibilità maggiore della società ad accogliere le donne trans che appaiono più simili alle donne biologiche. Molta meno accoglienza della donna trans che in qualche modo sia ancora riconducibile al suo sesso biologico, o che non sia esteticamente “fantastica”».

Passiamo a un’altra vicenda che ha segnato la cronaca delle ultime settimane, l’omicidio di Willy Monteiro Duarte. In quel caso è stato detto che nel criticare la “cultura fascista” Chiara Ferragni abbia fatto di più per la sinistra che molti altri intellettuali. Anche il femminismo ha bisogno di una “Ferragni”?

«Secondo me il femminismo non funziona così, non serve una leader, una voce che si faccia portatrice di una causa. Ed è anche il motivo per cui dura così tanto e da così tanto tempo».

Foto di copertina: Facebook – Non una di meno – Verona

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