La campagna per chiedere all’Ue di vietare il riconoscimento facciale: «Faremmo le stesse vite con una telecamera puntata?» – L’intervista

Parla a Open Laura Carrer, ricercatrice del Centro Hermes per la trasparenza dei diritti digitali: «Negli Usa le persone vengono spesso arrestate per errori di rilevazione. Non facciamo la stessa fine»

Il 12 febbraio il consiglio comunale di Minneapolis ha vietato alla polizia di utilizzare le tecnologie di riconoscimento facciale. Troppi errori nell’algoritmo utilizzato per riconoscere i volti dei cittadini. Troppe differenze rispetto all’età e alle etnie. E tutto nella città in cui la polizia è stata al centro delle critiche sull’uso della forza nate dopo l’omicidio di George Floyd. Il riconoscimento facciale è una tecnologia sempre più presente tra le forze armate. Anche in Europa. E la sua diffusione sta avvenendo senza che esista chiarezza sul tipo di algoritmi che vengono utilizzate.


Una serie di associazioni che lavora in tutta Europa per la trasparenza dei diritti digitali ha deciso così di lanciare un Eci, ossia un European Citizen’s Initiative, per chiedere all’Unione Europea di vietare l’uso di tecnologie biometriche. Per arrivare a far discutere questa proposta al Parlamento Ue è necessario raggiungere almeno un milioni di firme in 7 Paesi diversi. Il nome della campagna è Reclaim Your Face e in Italia viene portata avanti dal centro studi Hermes. A spiegarci la rotta di questo progetto è Laura Carrer, una delle sue ricercatrici.

Quando avete lanciato la campagna Reclaim Your Face?

«Abbiamo iniziato la campagna il 17 febbraio. Abbiamo tempo un anno per raccogliere tutte le firme. Una volta raccolto tutto, porteremo i nostri documenti davanti alla Commissione Europea. È un processo lungo perché richiede che tutte le firme vengano autenticate con la carta di identità. Il nostro obiettivo è vietare l’uso delle tecnologie biometriche».

Quale sono le regole al momento?

«L’Unione Europea ha diffuso una moratoria ma è molto vaga e poco presa in considerazione. Vogliamo arrivare a situazioni paradossali come succede spesso negli Stati Uniti, dove le persone vengono arrestate a caso per errori del riconoscimento facciale?»

In Italia ci sono stati casi di problemi con il riconoscimento facciale?

«Sì, in Italia c’è stato il caso di Como. Qui il comune ha cominciato a implementare tecnologie di riconoscimento facciale. Le telecamere della stazione sono state collegate a un sistema di riconoscimento fornito da Huawei. In questo modo tutti i cittadini che passavano dalla stazione venivano automaticamente riconosciuti. Tutto questo ha portato a una segnalazione al Garante che ha chiesto lo spegnimento di questo sistema».

Esiste anche Sari, quello utilizzato per i migranti.

«Il Ministero dell’Interno utilizza Sari, un sistema di riconoscimento facciale che non è in real time. Le immagini registrate vengono confrontate con un archivio con persone ritenuto pericolose. Non ci è dato sapere questo archivio come sia stata costruito. Anche in questo caso manca la trasparenza».

Perché queste tecnologie non aiutano la sicurezza?

«È come se le telecamere puntassero direttamente su di te. Prendono un dato biometrico e lo comparano con un archivio. Questo rischia di portare a un condizionamento delle nostra vita, anche inconscio. Le nostre giornate sarebbero uguali? Frequenteremmo le stesse zone della città? Gli stessi locali? Le stesse manifestazioni?».

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