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Adelina Sejdini si toglie la vita: sfuggita al racket della prostituzione, l’Italia non le ha dato la cittadinanza

La donna, nata a Durazzo, era malata di cancro. Aveva detto: «Se torno in Albania mi ammazzano»

Non è stata una vita semplice quella di Adelina Sejdini, cittadina albanese emigrata in Italia a soli 22 anni. Arrivò nel 1996, picchiata e violentata da suoi connazionali che la obbligarono a prostuituirsi per sopravvivere. Erano gli anni ’90, quelli delle grandi navi che arrivavano colme di migranti in fuga dai Balcani. Ma anche dei barchini che attraversavano l’Adriatico di notte per approdare in segreto sulle coste pugliesi. Sognava una vita diversa, in Italia, Adelina. Ma lo Stato non le ha mai riconosciuto la cittadinanza, anzi: nel suo permesso di soggiorno, le era stato tolto lo status di apolide e indicata la cittadinanza albanese. Questa procedura non ha fatto altro che rallentare l’iter per l’assegnazione di un alloggio popolare. Malata di cancro, invalida al 100%, con un assegno mensile di 285 euro e senza una casa, Adelina ha deciso di farla finita: si è lanciata dal cavalcavia ferroviario di ponte Garibaldi, a Roma, ed è morta all’età di 47 anni.


La lotta allo sfruttamento della prostituzione

Grazie alla denuncia dei suoi aguzzini, la donna aveva aiutato le forze dell’ordine in una maxi inchiesta che portò all’arresto di 40 persone e alla denuncia di altre 80 coinvolte nel racket albanese dello sfruttamento della prostituzione. L’operazione la costrinse a lasciare Varese per questioni di sicurezza e a trasferirsi a Pavia. Aveva chiesto aiuto, senza successo, per un alloggio popolare. Poco dopo il suo trasferimento, poi, scoprì di soffrire di cancro al seno. Iniziarono continui ricoveri al Policlinico San Matteo. Adelina ripeteva ad alcune amiche: «I medici si prendono cura di me, sono in buone mani. Ma quando avrò bisogno di altra assistenza, come farò senza soldi né una casa?». Dal letto di ospedale era molto attiva sui social. Aveva indirizzato diverse lettere a Sergio Mattarella e ad altre istituzioni.


Abbandonata dallo Stato

Nel 2019 riuscì a ottenere una risposta dal ministero dell’Interno: «Ci occuperemo del suo caso». La questione, invece, si è persa nei meandri della burocrazia. Per manifestare, alla fine dello scorso ottobre, è partita verso Roma. Voleva incontrare di persone il presidente della Repubblica. Non ci è riuscita e ha reagito cospargendosi di alcol e dandosi fuoco. I medici dell’ospedale Santo Spirito sono riusciti a salvarla e a curarle le ustioni. Ma Adelina, che sarebbe dovuta rientrare a Pavia, diceva: «Se torno in Albania mi ammazzano», temendo ritorsioni per aver fatto finire in carcere diversi malavitosi albanesi. Sabato scorso – 6 novembre -, non ha retto più il peso della battaglia per il riconoscimento della cittadinanza italiana e dei suoi diritti. Si è gettata da un ponte, a Roma, e si è uccisa.

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