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Cloe Bianco, la provveditrice agli studi del Veneto: «Non è stata mai demansionata, fake news sui giornali»

La direttrice dell’ufficio scolastico regionale: episodi distorti dalla stampa

Dopo la versione del preside, sul caso Cloe Bianco arriva quella della provveditrice agli studi del Veneto. La direttrice dell’Ufficio scolastico regionale Carmela Palumbo fa sapere oggi al Corriere del Veneto che i suoi uffici hanno completato la relazione chiesta dal ministero della Pubblica Istruzione per l’indagine sulla vicenda. Ma poi ci tiene a far sapere anche altro: «Innanzitutto è evidente che alcune delle cose riportate negli ultimi giorni da alcuni giornali sono inesatte. Cloe Bianco non fu allontanata dal ruolo di insegnante dopo il suo coming out avvenuto durante l’anno scolastico 2015-2016. Era una supplente iscritta a due graduatorie: quella per i docenti tecnico-pratici e quella relativa al personale amministrativo. Accettò di insegnare nei due anni successivi, mentre nell’anno scolastico 2018-2019 scelse di lavorare in amministrazione. Poi più nulla. Evidentemente, per motivi personali, ritenne di non assumere altri incarichi».


La provveditrice ci tiene a far sapere che non occupava quella mansione all’epoca dei fatti. Ma poi aggiunge anche che «sostenere che fu demansionata è una fesseria e nessuno può dire che l’Ufficio scolastico regionale, o gli istituti nei quali ha lavorato, l’abbiano spostata arbitrariamente». E contesta anche il primo dei sette procedimenti disciplinari a cui fu sottoposta Cloe: «Anche quell’episodio è stato distorto. Nessuno mai contestò la sua scelta di fare coming out, bensì le modalità con le quali lo mise in atto, che all’epoca furono considerate un po’ troppo frettolose, non lasciando al preside il tempo di preparare adeguatamente studenti e personale». Secondo Palumbo all’epoca la scuola non era pronta ad affrontare una situazione del genere: «Oggi invece molti istituti stanno regolamentando la “carriera alias” che permette di scegliere il nome che più si avvicina alla propria identità di genere. Con questo intendo dire che un percorso è stato fatto e ora, un episodio come quello del 2015, non scatenerebbe lo stesso scandalo».


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