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«A marzo l’esercito ucraino ha rischiato di finire tutte le munizioni». Le cinque rivelazioni del Washington Post sulla resistenza di Kiev

Tra i retroscena della guerra, i giornalisti del Post ne hanno raccolto anche uno mediatico. Nelle prime fasi del conflitto il capo dello staff di Zelensky avrebbe inviato immagini molto crude sull’invasione russa ai funzionari dei gioverni stranieri

Invasione rapida. Presa di Kiev. Caduta del governo guidato da Volodymyr Zelensky e nascita di un governo fantoccio alle dipendenze di Mosca. Doveva essere questa la traccia del piano di Vladimir Putin per annettere l’Ucraina alla sfera di influenza del Cremlino. A distanza di sei mesi dal momento in cui i tank russi sono entrati nei confini ucraini, è chiaro che sono parecchie le cose che alla fine non hanno funzionato. Kiev ha resistito e ora il Washington Post ha pubblicato un lungo reportage in cui spiega diversi retroscena che ancora non erano stati svelati al pubblico.


Il Post ha intervistato oltre 100 persone, tra funzionari, analisti e militari ucraini. Tutto il materiale è stato poi raccolto e assemblato dai giornalisti Paul Sonne, Isabelle Khurshudyan, Serhij Morgunove e Kostiantyn Khudov. Secondo la ricostruzione delle firme che hanno lavorato all’inchiesta ci sono cinque aspetti della resistenza di Kiev che è ancora non erano emersi dalle cronache. Il primo è la preparazione dell’esercito. Mentre i politici e i funzionari ucraini minimizzavo la possibilità di un’invasione su larga scala, l’esercito aveva già cominciato a prepararsi per questa eventualità.


Prima della notte del 24 febbraio i militari ucraini avevano spostato mezzi e uomini per poter rispondere a un’invasione russa. La seconda ragione è la ferma opposizione del governo ucraino: nelle ore successive alla prima invasione, il ministro della Difesa bielorusso Viktor Khrenin ha chiamato il ministro ucraino Oleksii Reznikov per proporre di negoziare la resa. Reznikov si è rifiutato subito di avviare qualsiasi trattativa.

Il terzo aspetto riguarda i retroscena su Volodymyr Zelensky. Nei primi giorni del conflitto il presidente ucraino non sarebbe stato contrario a dimettersi o lasciare il Paese ma solo se questo avrebbe fermato il conflitto. Qui il Post cita direttamente Zelensky: «Non sto cercando di mantenere il potere. Se la domanda è che me ne vado, e questo fermerà lo spargimento di sangue, allora sono favorevole. Andrò subito. Non sono entrato in politica per questo».

Il quarto è un aspetto mediatico: Andriy Yermak, capo dell’amministrazione di Zelensky, avrebbe inviato foto raccapriccianti della guerra ad alti funzionari dei governi di tutto il mondo. Tra i destinatari ci sarebbe stato anche Jake Sullivan, consigliere per la sicurezza nazionale alla Casa Bianca. L’ultima rivelazione riguarda invece le munizioni: per alcuni giorni di metà marzo le forze di Kiev avrebbero esaurito quasi completamente le scorte per l’artiglieria. Gli Stati Uniti infatti non avevano mandato abbastanza proiettili perché non pensavano che la resistenza ucraina sarebbe andata avanti tanto a lungo.

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