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Omicidio Chiara Gualzetti, parla la mamma del 16 enne condannato: «Mio figlio deve essere curato»

La donna denuncia il clima d’odio nei confronti della sua famiglia, sui social e non. «Sono rimasta anonima per tutelare le mie altre due figlie, loro non c’entrano nulla»

La prima condanna è arrivata alla fine dello scorso luglio, a più di un anno dalla morte di Chiara Gualzetti, la studentessa di 15 anni che, il 27 giugno 2021, è stata trovata morta a pochi passi dalla sua casa di Monteveglio, in provincia di Bologna. Per il ragazzo di 16 anni che l’ha uccisa, accoltellandola e prendendola a calci e pugni guidato da «una voce interiore», 16 anni e 4 mesi per omicidio aggravato da premeditazione, futili motivi e minore età della vittima. Perché è stato riconosciuto capace di intendere e di volere al momento dell’omicidio. Oggi, 3 settembre, per la prima volta, la madre del ragazzo ha rilasciato un’intervista all’edizione bolognese di Repubblica, a cui ha chiesto di continuare a rimanere anonima per tutelare la sua famiglia, soprattutto le altre due figlie.


La condanna

La donna commenta ovviamente la condanna ricevuta dal figlio. «Mi ero preparata a molto di più. Ho sempre detto che deve pagare per quello che ha fatto, non ho mai sostenuto il contrario. Non giustifico nulla», dice. Ma fa sapere che faranno appello, chiedendo una revisione della perizia, perché «è venuto fuori che lui ha delle problematiche»: il perito del tribunale ha creduto al ragazzo quando ha detto di sentire una voce, sostiene la madre, ma non è stato considerato un elemento influente sui suoi comportamenti. «Qualcosa c’è, e voglio sapere cosa. Non cerco di non farlo condannare, so che i suoi anni se li deve fare – ripete la donna – Però, in tutto questo tempo, voglio che lui si curi, perché penso al domani. Prima o poi finirà di scontare la condanna. E chi tornerà fuori? Un uomo con dei problemi che non sono stati risolti? Da un anno sta prendendo uno psicofarmaco specifico per le psicosi allucinogene deliranti. Dal carcere hanno detto che ha bisogno di un percorso clinico che lo stesso istituto non può fornire. Deve essere curato. Dentro il carcere o in una struttura adeguata, purché sia curato. Affinché usi il tempo davanti a sé per una riabilitazione».


Il clima d’odio

In merito al selfie scattato nel carcere minorile con un compagno di cella, che lo ha diffuso sui social pochi giorni prima della condanna, accompagnandolo con una frase molto pesante sulla morte di Chiara, la madre sostiene l'”innocenza” del figlio: «Quella foto non si doveva fare, è vietato. Ma non voleva essere un’offesa alla memoria di Chiara. È stata pubblicata dall’altro detenuto sul suo profilo personale, mio figlio non c’entrava nulla. E anche quel commento bruttissimo non lo ha pubblicato lui. È stato sbagliato. Così come lo sono tanti altri commenti di adulti ai danni nostri», spiega. Infatti, dall’arresto del figlio, che la donna dice di rivivere con dolore ogni giorno, la famiglia è stata sommersa di insulti sui social ed emarginata nella vita di tutti i giorni. «Sui social è finita una foto con le mie figlie di 14 e 9 anni. Ci sono stati commenti di adulti che le bullizzavano. Chi diceva che erano psicopatiche, da rinchiudere, oppure chi sosteneva che la più piccola mi era stata portata via. Mia figlia ha chiesto insieme ai suoi compagni di fare la volontaria alla Festa dell’Unità di Castelletto. Gli organizzatori le hanno detto di no, non volevano problemi perché lei è “la sorella di”. Ho sempre cercato di rimanere anonima per tutelarle. A entrambe avevo cambiato scuola per questa ragione. Per questo in tribunale sono sempre arrivata coprendomi il viso», racconta la donna, che ha querelato numerosi utenti. «Non lo faccio per soldi, come dice qualcuno. Ma per fermare questa gente. C’è chi si è augurato che io venissi stuprata. Questa è solo violenza, odio».

Il perdono

La donna, poi, racconta di aver più volte sperato di potersi confrontare con i genitori di Chiara, che conosceva di vista, ma di essere sempre stata frenata dalla paura di essere denigrata. «Sono andata ai suoi funerali, anche se per poco tempo, sapevo di non essere la benvenuta. Ma ci tenevo a fare un saluto a Chiara. Ho aspettato che arrivasse il feretro, le ho mandato un bacio e sono tornata a casa prima che qualcuno potesse riconoscermi». E aggiunge: «Prima del funerale avevo scritto una lettera. Chiedevo scusa, parlavo di come mi sentivo, di come si potevano sentire loro, dicevo che avrei avuto voglia di abbracciarli, di piangere insieme, per unirci nel dolore. Un prete si era proposto di fare da tramite per farla recapitare ai genitori». Ma non c’erano i presupposti: «Quando ho iniziato a vedere cosa veniva fatto nei miei confronti sui social, ho fatto un passo indietro. Avevo paura che le mie parole venissero pubblicate, usate per umiliarmi, denigrarmi». La speranza di potersi avvicinare a loro c’è ancora: «Se lo vogliono. Vorrei poter avere un dialogo con loro, parlare. In generale, vorrei che finisse questo clima di odio verso la mia famiglia, verso le mie bambine che non c’entrano nulla. Ma mi rendo conto che chiudere scusa sarebbe troppo poco. Non puoi chiedere scusa a una famiglia che ha perso una figlia. Chiederei perdono».

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