Sempre più italiani rinunciano a curarsi per motivi economici

Secondo il rapporto «Crea » sulla Sanità circa 4,5 milioni di italiani hanno dichiarato di aver cercato di limitare le spese sanitarie per problemi di bilancio familiare

Si intitola Misunderstandings, tradotto: Malintesi, È il quattordicesimo rapporto sulla Sanità scritto dagli economisti Federico Spandonaro e Barbara Polistena del Consorzio Crea dell’Università di Roma Tor Vergata. Sarà presentato a Roma domani, 23 gennaio.

 

4,5 milioni di italiani limitano le spese sanitarie

Il 17,6% delle famiglie residenti in Italia, pari a 4,5 milioni di persone, ha dichiarato di aver cercato di limitare le spese sanitarie per motivi economici (100.000 in più rispetto al 2015). Tra queste, più di un milione ha rinunciato del tutto a curarsi. Il Mezzogiorno è la zona più colpita (5,6% delle famiglie), seguita dal Centro (5,1%), dal Nord-Ovest (3,0%) e dal Nord-Est (2,8%). 

 

Nord e Sud, un divario che incide sull'aspettativa di vita

A questo si lega poi un altro tema, e cioè quello delle differenze, che tuttora permangono, tra Nord e Sud Italia. «In Italia – si legge nel rapporto – il primo, e purtroppo persistente e inossidabile, motivo di iniquità rimane il divario tra Nord e Sud. Divario che arriva a coinvolgere l'aspettativa di vita, appunto, e prosegue per la cronicità e la disabilità».

 

Medici e infermieri, il rischio della fuga all'estero

L’analisi del Crea prosegue su un tema che quest’anno ha ricevuto forte attenzione: la carenza di professionisti sanitari. «Sarebbe difficile illudersi che la soluzione sia semplicemente quella di rimuovere barriere all’entrata, in primis nell’accesso ai corsi universitari. Il rischio è quello di voler sanare una "non programmazione", cadendo in una ulteriore "non programmazione"», evidenziano Spandonaro e Polistena. Detto questo, per i ricercatori «va razionalizzato che il vero problema non è il numero chiuso, quanto la carente programmazione dei fabbisogni e, in prospettiva, il rischio di una scarsa appetibilità dell’occupazione in Italia».

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