«Se il ritiro sarà immediato i talebani prenderanno il controllo del paese»

Mentre America e talebani gettano le basi per un accordo di pace e l’Italia promette di ritirare le truppe, Hekmatullah Azamy, vicedirettore del Centro per i Conflitti e gli Studi sulla Pace in Afghanistan, ha spiegato a Open i potenziali pericoli di quella che potrebbe essere una svolta significativa per il futuro del suo paese.

Iniziata nel 2001, la guerra in Afghanistan è stata la più lunga nella storia dell’America, ma anche in quella dell’Afghanistan. Finalmente, dopo nove anni di sforzi, potremmo essere di fronte ad un primo passo tangibile verso la pace. L'inviato degli Stati Uniti per l'Afghanistan, Zalmay Khalilzad, ha annunciato il 28 gennaio di essere giunti ad una bozza di accordo con il Mullah Abdul Ghani Baradar, che rappresenta i talebani. Questa prima versione dell’accordo prevedrebbe che gli insorti garantiscano che il territorio afgano non sia mai utilizzato da terroristi, e getta le basi per un ritiro totale delle truppe statunitensi dall'Afghanistan.

Anche il ministro della Difesa italiano, Elisabetta Trenta, ha annunciato il ritiro totale delle truppe italiane entro circa 12 mesi. Affermazione che ha colto di sorpresa il ministro degli Esteri ed è stata giudicata prematura dalla NATO. Nel 1973 Henry A. Kissinger’s aveva avuto simili dialoghi con i leader del Vietnam del Nord, che avevano preceduto il ritiro dell’America dal Vietnam del Sud e il collasso di quest’ultimo due anni dopo. Hekmatullah Azamy, vicedirettore del Centro per i Conflitti e gli Studi sulla Pace in Afghanistan, ha spiegato a Open come evitare che una situazione altrettanto tragica si riproduca nel suo paese.

«Se il ritiro sarà immediato i talebani prenderanno il controllo del paese» foto 3

Hekmatullah Azamy / Twitter|

Che rischio si corre se NATO e America ritirano le truppe dall’Afghanistan?

«Il ritiro delle truppe può avvenire in vari modi. Se NATO e America si ritirano in massa prima di avere raggiunto un accordo serio con i talebani, questi non si sentiranno obbligati a negoziare con il governo afgano. Quindi affronterebbero e sconfiggerebbero militarmente il governo afgano, perché hanno i mezzi per farlo. Anche il presidente Ashraf Ghani l’ha detto: senza il supporto americano il governo afgano durerebbe solo qualche giorno. I talebani hanno moltissimo supporto, e controllano circa il 70% del paese».

Quindi come dovrebbe essere effettuato il ritiro?

«Innanzitutto dovrebbe essere graduale: una delle condizioni preliminari dei talebani è che venga fissato un calendario e che si inizi il ritiro. Soprattutto, dovrebbe essere affiancato da un progresso nelle negoziazioni. Senza questo, ritirarsi non sarebbe né saggio né utile. Se il ritiro avviene progressivamente e in parallelo al processo di pace, nel momento in cui qualcosa va storto nelle contrattazioni, il ritiro può arrestarsi. Gli americani hanno passato 17 anni in questo paese, credo che sia nel loro interesse favorire un processo di pace efficace, per non andarsene sconfitti».

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Qual’è la percezione delle trattative da parte del governo afgano?

«Il governo afgano è in uno stato di paranoia perché si sente ignorato e marginalizzato. Gli americani discutono con i talebani ma nessuno si confronta con il governo afgano. Nel suo ultimo discorso, il presidente Ghani ha mostrato frustrazione anche contro gli americani».

Quali sono i maggiori ostacoli al raggiungimento della pace?

«I talebani hanno diviso il processo di pace in due fasi. La prima è il raggiungimento di un accordo con America e NATO, la seconda li mette invece di fronte ai loro nemici afgani. Per quanto riguarda la prima, i talebani possono accettare un cessate il fuoco se America e NATO ritirano effettivamente le truppe. Il problema principale sta nella seconda: i talebani non accettano di negoziare con il governo afgano, perché non lo considerano legittimo. Se accettassero di riconoscerlo e di sedersi al tavolo con i rappresentati politici, comprometterebbero la loro stessa legittimità. Anche la loro gente si rivolterebbe contro di loro».

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Ha un’idea di quale potrebbe essere la soluzione?

«Se si riuscisse a posporre le elezioni presidenziali, l’attuale governo potrebbe creare un team di negoziatori che non agisca come rappresentante ufficiale del governo o dell’elite politica, ma che porti solamente le rivendicazioni di uno dei due schieramenti del conflitto. Lo stesso dovrebbero fare i talebani, creando un gruppo rappresentativo disposto a dialogare con la controparte».

Pensa che i talebani siano abbastanza compatti per mantenere le loro promesse?

«Ho i miei dubbi. È molto difficile che un gruppo del genere si schieri in modo compatto dietro ad un accordo di pace. Anche all’interno della leadership stessa dei talebani ci sarà qualcuno che non si schiererà con il patto negoziato. Alcuni si ribelleranno, altri si uniranno a gruppi diversi. Un altro enorme problema di cui nessuno parla è in che modo i talebani contano rispettare la loro promessa di lottare contro il terrorismo in Afghanistan. Fermeranno solo i terroristi stranieri?»