Una vita sotto scorta: intervista al giornalista anti-mafia Paolo Borrometi

di Charlotte Matteini

Cosa significa vivere sotto scorta? Open prova a raccontarvelo attraverso le parole del giornalista Paolo Borrometi, sotto protezione dall’agosto del 2014 a causa delle minacce e aggressioni subite per aver indagato sulle infiltrazioni mafiose nel comune di Scicli

Con la notizia della revoca della scorta al giornalista d'inchiesta Sandro Ruotolo torna al centro del dibattito pubblico il tema della protezione personale dei tanti cronisti anti-mafia sparsi per l'Italia. Persone che, per aver fatto il proprio lavoro, da anni sono costretti a vivere sotto scorta, impossibilitati a condurre un'esistenza normale.  

Contrariamente a quanto si possa pensare, la scorta non è un privilegio, ma è un dispositivo di sicurezza personale assegnato dall'Ucis, su segnalazione di prefetti e uffici provinciali, qualora sussistano rischi e pericoli per l'incolumità. 

Ma com'è la vita sotto scorta? Come si vive quando, per aver fatto il proprio lavoro, la spada di Damocle delle minacce e degli attentati mafiosi inizia a pendere sulla propria testa e si è costretti ad abbandonare case e affetti per sfuggire al pericolo di morte?

Proviamo a raccontarvelo attraverso la testimonianza di Paolo Borrometi, giornalista modicano, 35 anni, direttore de Laspia.it, sotto scorta dall'agosto del 2014 a causa delle continue minacce e delle aggressioni subite dopo la diffusione dell'inchiesta che portò allo scioglimento del comune di Scicli (Ragusa) per infiltrazioni mafiose.

Paolo, che cos'ha pensato quando ha appreso la notizia della revoca della scorta a Sandro Ruotolo?

«Ho provato rabbia e preoccupazione per Sandro. Io ho un rapporto di stima e di amicizia con lui, sono stato tra i primi a sapere della minaccia di Zagaria, dell'imposizione della scorta e anche di questa revoca. Ho provato rabbia e preoccupazione, per un motivo molto semplice». 

Quale?

«Quando al maxi-processo chiesero a Tommanso Buscetta (collaboratore di giustizia ed ex membro di Cosa nostra ndr.) come fosse possibile che dopo tanti anni la Mafia avesse ucciso una persona che aveva denunciato in passato, lui rispose: "La Mafia non dimentica. Le condanne della Mafia non sono come quelle dello Stato, non cadono mai in prescrizione". Ecco, le mafie quando non possono colpirti subito semplicemente aspettano il momento giusto e quindi ho grande preoccupazione per questo. O qualcuno ci dice che Zagaria si è pentito, e dunque Sandro non corre rischi, oppure se, come ci risulta, Zagaria non si è pentito, allora la decisione della revoca diventa molto preoccupante. Spero che venga approfondita, come oggi ha detto il procuratore nazionale Antimafia Cafiero De Raho, e spero anche che chi denuncia le mafie, facendo qualsiasi tipo di lavoro, non venga lasciato solo». 

Teme anche per la sua scorta, viste le continue e recenti polemiche sulla questione, a partire dal caso Saviano?

«Io non l'ho mai chiesta, ma mi hanno aggredito e hanno tentato di bruciarmi casa quando non ero sotto scorta e in questi anni di protezione hanno scoperto almeno due attentati. Ti dico la verità: solo pochi mesi c'era un'autobomba pronta per me, quindi il pericolo rimane attuale. Io spero di vivere in uno Stato normale, in cui una scorta viene revocata perché la squadra Stato ha fatto tutte le giuste valutazioni e i giusti passaggi. Ho sempre creduto nello Stato e  non farei mai polemica, così come non la sto facendo su Sandro, però chiedo che ci sia la giusta attenzione nei confronti di chi denuncia le mafie. Io spero un giorno di tornare libero e spero che quando questo giorno arriverà siano state fatte tutte le verifiche del caso». 

Mi colpisce molto questa sua frase: «Io un giorno spero di tornare libero». Molti pensano che la scorta sia quasi un privilegio, allora le chiedo: com'è cambiata la sua vita dopo l'inchiesta del 2014?

«Io sono sotto scorta da cinque anni, dopo un'aggressione fisica che mi costringe a vivere con una menomazione alla spalla e dopo che hanno tentato di dare fuoco a casa mia. Questo è un paese strano, dove nel populismo imperante si arriva a pensare che la vita sotto scorta sia un privilegio. Io a chi lo pensa farei fare anche solo 24 ore di questa vita, ma 24 ore serie, non come fanno alcuni politici che si fanno accompagnare a casa, a fare la spesa, dall'amante, dall'amica e poi possono uscire anche da soli. Io da cinque anni non vado a fare un bagno nel mare della mia Sicilia, non vado a un concerto, non vado a vedere una partita della mia Inter allo stadio. La vita sotto scorta è una vita drammaticamente segnata. Io non ho mai voluto farne un dramma personale, perché a me la scorta ha salvato la vita e ci sono intercettazioni che lo dicono. Però chiedo a chi pensa che la scorta sia una privilegio di riflettere e di non generalizzare». 

La zona del ragusano è storicamente soprannonimata "la provincia babba", dalla definizione che ne diede lo scrittore Leonardo Sciascia, e in molti per anni hanno sostenuto che la Mafia in quella zona della Sicilia non ci fosse. Quando ha iniziato a indagare, ha trovato resistenze da parte della popolazione?

«Moltissime e le trovo ancora adesso. La provincia di Ragusa - ma ancor di più la Sicilia Sud-orientale perché dovremmo inglobare anche parte della provincia di Siracusa – guarda caso è la più ricca della Sicilia. In provincia di Ragusa c'è una percentuale di sportelli bancari che è superiore non solo a quella di Palermo ma anche a quella di Milano, la capitale economica del Paese. La provincia di Ragusa è un territorio straordinario e ricchissimo, ma è anche baricentrico per tutta Italia». 

Come mai?

«Un esempio: dal mercato ortofrutticolo di Vittoria, che è il più importante del Paese, arrivano la frutta e la verdura sulle tavole di tutti gli italiani perché la filiera dell'agroalimentare è il secondo business dopo il traffico di cocaina per le mafie. Il triangolo dell'ortofrutta è Vittoria-Fondi-Milano e quindi chiaramente per quel territorio era funzionale dire che la mafia non esistesse. Chiaramente le resistenze della gente sono tantissime, alcune in buona fede – perché molte persone pensano che parlare di Mafia significhi inquinare il territorio, e io ho sempre cercato di spiegare che mettere la polvere sotto il tappeto non aiuta - ma altre, invece, sono in malafede e rimangono in silenzio, perché spesso la gente è complice». 

Se dovesse rispondere ai politici che spesso trattano con leggerezza e superficialità il tema delle scorte, che cosa direbbe loro?

«Io gli direi che quando si ha una responsabilità pubblica non si fa più politica per ottenere qualche like in più, ma si ha anche la responsabilità della vita dei cittadini. Ecco perché io chiedo sempre di riflettere prima di parlare. Qualcuno, per esempio, dovrà pagare per il fratello del collaboratore di giustizia che nel periodo di Natale è stato ucciso e si è scoperto che aveva il nome sul citofono. Qualcuno dovrà pagare anche per don Antonio Coluccia, al quale appena due mesi fa hanno revocato la scorta. Subito dopo gli hanno crivellato la macchina di colpi e non c'è stata la tragedia solo perché l'hanno fatto di notte, quando lui era a casa. Ma se lui fosse stato dentro quella macchina, che cosa sarebbe accaduto? Non si deve fare facile populismo su temi così scottanti come la vita sotto scorta . C'è un momento in cui la propaganda deve finire: quando si fa parte delle istituzioni».