Un ragazzo italiano trovato morto a Parigi. Un altro caso Blue Whale? La nostra analisi

La magistratura parla di suicidio, alcuni giornali hanno legato la vicenda al rituale che ha cominciato a diffondersi nel 2016

Effetto Werther: emulare un suicidio dopo averne sentito parlare. Il nome di questo processo deriva da I dolori del giovane Wherter, il romanzo scritto da Johann Goethe in cui la vita del protagonista si conclude con uno sparo alla tempia. Bastano queste parole per riassumere il caso Blue Whale, quel gioco macabro che da qualche anno appare sui titoli dei giornali. Anche se "gioco" è una parola difficile da usare per questo tema. L'ultimo episodio è quello di Alessio Vinci, un ragazzo di 18 anni trovato morto sotto una gru a Parigi, zona Porte Maillot. 

Non si conoscono ancora tutti i dettagli. Alessio era di Ventimiglia, aveva preso un treno per la capitale francese il 17 gennaio. Il giorno dopo è stato ritrovato il suo corpo. La magistratura parigina ipotizza un suicidio. L'ultimo messaggio a un'amica di famiglia: «I nonni sono stati i migliori genitori che avessi potuto avere». Alessio aveva perso la madre e il padre quando aveva sei anni. Qualche giornale ha parlato di Blue Whale,  partendo da piccoli dettagli. Gli investigatori hanno fissato l'orario della morte poco dopo le 4 di notte, lo stesso suggerito da chi ha scritto le regole di questo rituale per buttarsi da un posto alto, come la gru da cui si è gettato Alessio.

Bastano questi due elementi per far tornare a parlare della Blue Whale? Forse no, ma associare casi di cronaca a questo fenomeno partendo da piccoli particolari è una dinamica che ritorna dal 2106. Da quando questa storia è iniziata ad apparire su giornali e televisioni di tutto il mondo.

Il servizio delle Iene, i suicidi russi e le testimonianze dei genitori

In Italia si inizia a parlare di Blue Whale nel maggio 2017, quando Le Iene trasmettono un servizio di Matteo Viviani in cui si racconta questo «macabro gioco online». Il servizio si apre con la storia di un ragazzo di Livorno che pochi mesi prima si era lanciato da un palazzo in centro, nel pieno della notte. Le telecamere si spostano a Mosca, dove sono riportati «centinaia di casi di suicidio». Vengono mostrati video di corpi che cadono dai palazzi. E poi si iniziano a raccontare i casi di Diana, Angelina e altri adolescenti che si sono suicidati negli ultimi anni. Il sito di debunking Butac ha analizzato questo servizio, mostrando come alcuni video usati non siano relativi ai suicidi.

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Le loro storie vengono ripercorse dai genitori e vengono tutte attribuite alla Blue Whale. Il funzionamento di questo presunto rituale è ormai noto. Ci sono circa 50 sfide da portare a termine, una al giorno. Ci sono due figure, la vittima che partecipa alle sfide e un manipolatore oscuro che dice cosa bisogna fare. Le cifre sui casi di suicidio in Russia e le testimonianze sono fornite da un'associazione formata da genitori di vittime di atti criminali compiuti online. Non ci sono collegamenti diretti con il ragazzo di Livorno. Ma la notizia non passa inosservata e viene ripresa da altre testate. 

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L'origine di tutto, il primo articolo su Novaya Gazeta

Facendo ancora un passo indietro in questa storia si può arrivare alla sua origine: un reportage di Novaya Gazeta, un periodico russo. È qui che il 16 maggio 2016 viene pubblicato un lungo articolo che associa 130 vittime alla Blue Whale. Secondo il giornale, il fenomeno è nato su alcuni gruppi di Vkontakte, il social network più diffuso in Russia. Qui, in alcuni gruppi, circolano immagini relative al suicidio e liste di cose da fare; svegliarsi nel cuore della notte per vedere video psichedelici, atti di autolesionisimo, musiche tristi da ascoltare. Gli elementi di questa storia fanno gola ai media. Adolescenti, il lato oscuro dei social network, perversi manipolatori che guidano i ragazzi al suicidio. Si continua a parlarne, sempre di più.

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A che punto si trova la verità? L'arresto di Philip Budeikin

Quello che è difficile da capire in tutto questo è dove si trovi la verità. Se questa Blue Whale sia una leggenda metropolitana, ripresa dai media e poi diventata vera con casi di emulazione, oppure se fosse un fenomeno reale, già diffuso nel web, che è stato ingigantito da giornali e televisioni. Di vero in tutto questo c'è l'arresto nel 2016 di Philip Budeikin, un ragazzo russo che nel 2013 aveva aperto un gruppo su Vkontakte chiamato F57. In questo gruppo pubblicava immagini macabre, relative al suicidio. Nel 2015 il gruppo ha iniziato ad attirare molti utenti, dopo che Philip aveva attribuito a queste attività la morte di Rina Palenkova, una ragazza di 16 anni molto nota sui social network, che si era suicidata sdraiandosi sui binari di un treno. 

Il numero di suicidi che derivano dalla diffusione di questo gioco sui media è difficili da calcolare. Ci sono gruppi paralleli che sono nati dopo il caso mediatico, segnalazioni non verificate di ragazzi che avrebbero cominciato ad affrontare le sfide, negli Stati Uniti, in Sudamerica e anche in Italia. Sono stati registrati presunti casi a Bari, Siracusa e Biella. Non sappiamo quanti siano reali, molte sono solo segnalazioni, e altri casi di suicido non necessariamente collegabili alla Blue Whale. Gioco perverso, adolescenti fragili o effetto Wherter. Forse non si riuscirà a capire mai fino in fondo quanto questa storia fosse reale, e quanto invece sia diventata reale attraverso i media. Ma al momento il rischio più importante da evitare è quella dinamica codificata dall'effetto Werther, imitare un suicidio solo perchè qualcuno ne ha parlato. 

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