Apple lancia i cellulari «ricondizionati»: comprare usato aiuta a sconfiggere le discariche illegali?

di Felice Florio

La buona pratica di vendere cellulari ricondizionati potrebbe contribuire a debellare lo smaltimento illegale di rifiuti hi-tech: i locali li bruciano per recuperare palladio, rame, argento e oro e per rivenderli sul mercato nero

I mercatini delle pulci esistono da secoli: si sono evoluti e, dalle fiere medievali, si è passati a piattaforme di e-commerce dove si vende di tutto, da ogni angolo del mondo. Adesso la Apple ha deciso di lanciare anche in Italia il suo servizio del “come nuovo”: sul sito ufficiale è possibile comprare prodotti ricondizionati, ovvero riparati dalla stessa azienda, dopo aver sostituito la batteria o la scocca esterna ad esempio, e venduti completi di auricolari, accessori e con una garanzia Apple di un anno. Sul prezzo pieno di IPod, iPhone e Mac si riceve uno sconto che va dai 50 ai 600 euro. L’unico svantaggio nell’acquistare un prodotto ricondizionato ufficiale è la scatola, totalmente bianca e non con la solita grafica Apple, e la breve garanzia di 12 mesi. Tuttavia, lo sconto e la certezza del controllo qualità applicato dalla casa produttrice fanno di questa scelta una valida opzione low cost per chi vuole a tutti i costi un melafonino.

Ma non è immediato pensare a quale sia il vero vantaggio di comprare un prodotto tecnologico ricondizionato. Non è immediato perché ci sono più di 4.000 chilometri che separano l'Italia dal Ghana. Eppure le distanze si trasformano in opportunità per chi deve smaltire tonnellate di materiale tecnologico. Tornano a essere un problema quando inquinamento e microplastiche invadono i quattro angoli del pianeta. Comprare un prodotto usato, ma "come nuovo", può contribuire a non creare altre città come Guiyu, in Cina, e Agbogbloshie, la Sodoma del Ghana.

Cina, Filippine, India, Nigeria e Ghana sono la discarica del mondo. Almeno per quanto riguarda i rifiuti hi-tech e di elettrodomestici. Secondo l'agenzia per l'ambiente delle Nazioni Unite, ogni anno vengo prodotti circa 50 milioni di tonnellate di spazzatura tecnologica. Uno spreco stimato di 62,5 miliardi di dollari. I maggiori produttori sono Stati Uniti e Europa e, nonostante l'adozione da parte della maggior parte dei Paesi dell'Occidente della Convenzione di Basilea per lo smaltimento di rifiuti pericolosi, si stima che oggi solo il 20% di questi venga riciclato. Il primato per la produzione di rifiuti elettronici lo detiene Hong Kong: nel 2015 i suoi abitanti hanno prodotto in media 21,7 chilogrammi.

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I problemi sorgono quando il mercato dello smaltimento e del riciclaggio finisce in mano a raccoglitori informali. Dove le maglie del controllo internazionale si fanno più larghe, si sono sviluppate vere e proprie discariche, colline di componenti elettronici dove i residenti smaltiscono i rifiuti bruciandoli all'aperto o per mezzo di soluzioni acide artigianali. Lo fanno per recuperare palladio, rame, argento e oro nei materiali e rivenderlo sul mercato nero.

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Agbogloshie, in Ghana, è una periferia della capitale Accra. Un mercato ortofrutticolo, una discarica di rottami metallici e di componentistica elettronica e un grande baraccopoli sviluppatasi sui detriti. I locali l'hanno ribattezzata "Sodoma". Il panorama è fatto da rottami di macchinari, attrezzature domestiche, automobili, autobus, biciclette, generatori, condizionatori d'aria, computer, cellulari e tutto ciò che è il simbolo dell'avanzamento tecnologico delle società Occidentali. Qui vivono circa 80.000 persone: per ognuna, c'è un'altissima probabilità di soffrire di disturbi respiratori dovute alle esalazioni della discarica e dell'inquinamento che finisce per contaminare gli alimenti che finiscono sulle loro tavole.

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Ogni giorno, c'è un via vai di abitanti che dal porto di Tema scaricano qui container interi di rifiuti importati come prodotti tecnologici di seconda mano: li incendiano nella speranza di setacciare metalli preziosi da rivendere. Questa situazione ha fatto di Agbogbloshie uno dei dieci luoghi più inquinati della terra: la concentrazione di metalli pesanti nell'acqua supera costantemente i limiti consentiti. Qui, racconta chi c'è stato, «l'aria odora di morte».

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Guiyu, conosciuta come «la città veleno». Ci vivono 150.000 persone e da vent'anni l'economia ruota intorno allo smaltimento di rifiuti elettronici. Nazionali e importati. I livelli di inquinamento di piombo, rame e metalli pesanti superano di 300 volte la media della Cina. Cinque mila imprese di stoccaggio e trasformazione di rifiuti che lavorano un milione e mezzo di tonnellate ogni anno. Le Nazioni Unite hanno segnalato che in questa regione ci sono i livelli di diossina più alti mai registrati in tutto il pianeta. 

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Ma sono le vertigini, le gastriti croniche e l'incidenza di tumori degli abitanti che preoccupano gli osservatori internazionali. Chi c'è passato, racconta Guiyu come un enorme cimitero a cielo aperto fatto di computer e cellulari dismessi: dai satelliti, l'area totale di discarica risulta ampia 52 chilometri quadrati. Anche qui il problema principale sono le attività di sussistenza dei residenti, i modi in cui provano a sopravvivere. Con metodi artigianali vivono del recupero di oro, rame, piombo e altri metalli preziosi, poi rivenduti alle aziende: li ricicleranno per creare nuovi cellulari che, purtroppo, rischiano di finire ancora qui o in qualche angolo dimenticato del mondo.