«Ministro Fontana, io ci sono passata: la droga non si combatte con la galera»

Per il ministro Fontana le politiche del Governo devono puntare sulla revisione della “modica quantità” e su una maggiore assistenza alle famiglie. Giorgia Benusiglio – che a 17 anni ha rischiato di morire per una mezza pasticca di ecstasy e ora dedica la sua vita a informare i ragazzi –  definisce le sue priorità nella lotta all’abuso di droga da parte dei giovanissimi

Sempre più giovane, 11 o 12 anni, di buona famiglia, finisce per farsi per noia e non per disperazione, sperimenta tante sostanze, tra cui è molto frequente l'eroina. È questo il profilo di chi oggi in Italia comincia a fare uso di droghe. A disegnarlo Giorgia Benusiglio, una che l’argomento lo conosce bene, perché l'ha vissuto sulla propria pelle. Classe ‘82, a 17 anni ha rischiato di morire per una mezza pasticca di ecstasy, da allora il suo obiettivo è parlare ai ragazzi dei pericoli dell'uso di stupefacenti.

Di recente il tema del consumo di droga tra i giovanissimi è tornato agli onori della cronaca, sull'argomento è intervenuto anche il ministro per la Famiglia e le Disabilità Lorenzo Fontana che ha promesso maggiore assistenza alle famiglie e revisione della “modica quantità”. Abbiamo chiesto a Giorgia se si tratta di misure giuste e sufficienti. E se c’è davvero un’emergenza nel consumo di droga da parte dei giovanissimi.

Giorgia, le priorità del Governo sembrano rivolte all’assistenza alle famiglia nell’inserimento dei figli in centri di recupero e alla sospensione della modica quantità. Stiamo andando nella direzione giusta?

«Assistere di più le famiglie è una cosa giustissima. Oggi i genitori che vengono a sapere che il figlio si droga non sono preparati, non sanno cosa fare. Spesso sbagliano metodo e comportamento finendo per fare ancora più danni. Bisogna educare le famiglie ad assistere i figli tossicodipendenti, affiancare loro associazioni, esperti. Invece è un tipo di supporto in Italia totalmente assente. Dall’altro lato però c’è bisogno di maggiori fondi e soprattutto di ripensare a livello statale la prevenzione. Ancora si pensa alla prevenzione in termini di slide e lezioni frontali. Non è così, bisogna parlare ai ragazzi, far capire loro che si può morire anche per una piccola dose, anche quando si è consumatori occasionali. Quello che è successo a me può succedere a chiunque. Se si investe in prevenzione non serve rivedere la "modica quantità" perché si elimina il problema alla radice».

C’è davvero un’emergenza droga tra i giovanissimi?

«L'emergenza c'è, ma è legata a una più generale "emergenza disinformazione". Proprio oggi ho fatto un incontro in cui ho chiesto a 500 ragazzi se fossero a conoscenza che si può perdere la vita anche provando una sostanza per la prima volta, hanno alzato la mano in 15. Questa è la vera emergenza. Bisogna fare tanta prevenzione, ma quella vera, ragionata, interattiva, coinvolgente. Poi è assolutamente vero che l’età di chi fa uso di sostanze di stupefacenti si è abbassata, quindi è aumentato l’uso della droga tra i giovanissimi. I ragazzi di oggi sono policonsumatori occasionali, cioè sperimentano più sostanze in occasioni diverse e questo fa pensare loro di poter smettere quando vogliono, ma non è così. Sono per lo più ragazzi di buona famiglia, senza gravi problemi familiari, sperimentano sostanze nuove per noia. Cominciano a drogarsi già a 11 anni, a 8 cercano su Google la parola ‘droga’ perché è qualcosa che li incuriosisce. Lo Stato deve studiare il profilo di questi nuovi consumatori per intervenire in modo mirato».

«Ministro Fontana, io ci sono passata: la droga non si combatte con la galera» foto 2

 Alcuni ragazzi della comunità di San Patrignano

È vero che le droghe stanno cambiando?

«C’è una doppia tendenza. Da un lato è tornata di moda l’eroina, i ragazzi di oggi la fumano, pensano che così faccia meno male e che non possano morire di overdose, ma non è così, chi inizia fumando finisce quasi inevitabilmente per iniettarsela; dall’altro ci sono anche nuove tipologie di droghe sintetiche che escono sul mercato. Ogni anno vengono creati circa 50 tipi di droga nuovi che differiscono dai precedenti, questione di una molecola».

Qual è lo scopo di creare droghe nuove?

«Serve allo spacciatore per non farsi prendere. Se le forze dell'ordine ti fermano in possesso di una sostanza che non è inserita nell'elenco degli stupefacenti non possono farti nulla: né arrestarti né sequestrati la partita. Una volta rilevata la sostanza gli agenti la inseriscono nell’elenco, nel frattempo lo spacciatore ne ha creata un’altra sostituendo una molecola. Questo però è pericolosissimo. Perché gli stessi medici a volte non sanno come trattare una persona in overdose da questo tipo di sostanze non conoscendo appunto bene quello che ha ingerito».

Qual è la piazza di spaccio nel 2019?

«Oggi la piazza di spaccio è Internet, i ragazzi comprano droga nel deep web, pagano in bitcoin e gli arriva direttamente a casa. Altri acquistano alla luce del giorno dalla Cina sostanze vendute come profumatori per ambienti, ma che loro sanno benissimo essere droga. Sono le cosiddette smart drugs, le droghe furbe, tra cui rientrano anche una serie di altre sostanze che contengono estratti vegetali quindi si pensa siano innocui, ma non è così. Un altro problema poi sono i farmaci che vengono utilizzati come droga. Per esempio quando faccio gli incontri nelle scuole medie, a volte si avvicinano i ragazzi e mi dicono che loro comprano questi farmaci da alcuni compagni, ma che si tratta di medicine quindi non fanno male. Per esempio una sostanza che sta andando di moda adesso è la codeina: un oppioide contenuto in alcuni sciroppi per la tosse che mischiata alla gassosa può diventare letale e provocare anche un arresto cardiaco».

Capita che gli studenti si avvicinino a te per chiedere aiuto?

«Tantissime volte e sono sempre più giovani. Vedono in me un punto di riferimento, qualcuno che non li giudica. Ho passato una vita a essere giudicata, loro lo capiscono e sanno di potersi fidare. Questo fa capire quanto sia davvero importante fare prevenzione. Per me andrebbe fatta già in quarta/quinta elementare, mentre ancora alcuni insegnanti mi dicono che in prima/seconda media è presto senza considerare che i ragazzi oggi cominciano a drogarsi a quell’età, cioè a 11/12 anni. Alle medie i ragazzi sniffano ketoprofene e pantenolo, lo fanno per emulare i grandi, ma da qui a sostanze vere il passo è veramente breve. Bisogna fermarli prima, educarli, far capire loro perché è sbagliato».

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Giorgia Benusiglio

La conferenza nazionale sulle droghe non si fa da 11 anni, ma per ora non sembra essere una priorità del Governo, visto che il ministro Fontana ha detto che «oggi esistono metodi avanzati e meno costosi per concentrare strategie». Sei d’accordo?

«No, assolutamente. Lo trovo assurdo, come trovo assurdo che da 11 anni non venga fatta una campagna nazionale anti droga quando invece creare un tavolo tra medici, insegnanti, genitori, operatori nei centri di recupero è proprio quello che si dovrebbe fare per fermare la tendenza dell’utilizzo della droga nei giovanissimi. Io cerco di darmi da fare nel mio piccolo, ma da sola non posso vincere, invece insieme possiamo. Sempre in ottica educativa, a marzo uscirà il film ispirato alla mia storia con volti noti come Luca Ward, Aurora Russo. Abbiamo lanciato una campagna per cui la mattina del 18 marzo i ragazzi invece di andare a scuola, andranno a vedere il film e abbiamo ricevuto già migliaia di adesioni da parte delle scuole. Si tratta comunque di una goccia nel mare, perché la chiave è creare politiche mirate e serie. E aumentare i fondi per i SerD (Servizi per le dipendenze patologiche del sistema sanitario nazionale dedicati alla cura, alla prevenzione e alla riabilitazione delle persone che hanno problemi conseguenti all'abuso e alla dipendenza da droghe o dal gioco d'azzardo patologico ndr.) che stanno soffocando».

In questo senso è stato istituito un fondo di 7 milioni di euro per la prevenzione della dipendenza. Sono sufficienti?

«Fino al 2014 erano 50 milioni annui e non bastavano per coprire tutto, figuriamoci ora. Non sono nulla. Poi ci si lamenta se i SerD non funzionano o le liste d’attesa per entrare nei centri di recupero sono troppo lunghe. Mi sembra chiaro che bisogna fare di più. Soprattutto capire che il tossicodipendente è un malato che va curato e non un delinquente».