Jobs Act vs Decreto dignità: l’inutile gara sulle assunzioni tra Di Maio e Renzi

di David Puente

Per Luigi Di Maio l’aumento delle assunzioni, anche a tempo indeterminato – fotografato dai dati Inps pubblicati lo scorso 21 febbraio – è merito del decreto Dignità, mentre Renzi sostiene che il merito sia del Jobs Act. Chi ha ragione? Bisogna leggere bene i dati

Nella giornata di ieri, giovedì 21 febbraio 2019, il ministro del Lavoro Luigi Di Maio pubblica un post Facebook dove riporta i recenti dati pubblicati dall’Inps sull’occupazione attribuendo il merito al decreto Dignità del governo gialloverde, approvato ad agosto 2018:

Oggi l'Inps certifica che:
– nel 2018 le assunzioni dei datori privati sono state 7.424.293 (+5,1% sul 2017), con ben 431.246 contratti in più nel nostro paese;
– al momento si contano 200.450 nuovi contratti a tempo indeterminato in più rispetto al 2017;
– c’è stato un boom delle trasformazioni da tempo determinato a indeterminato (+76,2%).

C’è poi un altro dato, incontrovertibile, che vede i contratti a tempo indeterminato, che sono cresciuti durante tutto il 2018, crescere a una velocità maggiore (superiore al 100% rispetto a prima) proprio da novembre. Sono i primi effetti, appunto, del Decreto Dignità e mi danno tanto entusiasmo per andare avanti su questa strada.

A distanza di poche ore Matteo Renzi ribatte dalla sua pagina etichettando le parole del ministro come «bufala clamorosa» e rivendicando i dati positivi: «Il merito è degli effetti del JobsAct e di Industria 4.0». Chi ha ragione? Nessuno dei due.

Partiamo da un punto specificato nello stesso rapporto Inps (PDF): «Sono stati rilevati tutti i rapporti di lavoro attivati nel periodo, anche quelli in capo a uno stesso lavoratore, con riguardo a tutte le tipologie di lavoro subordinato». Dunque due o tre posti di lavoro potrebbero essere quelli della stessa persona che nell’arco dell’anno ha cambiato occupazione a seguito di un contratto a tempo determinato. Questa informazione ci fa capire che Luigi Di Maio e Matteo Renzi bisticciano su dati diversi, parlando di mele come fossero pere, e viceversa.

In merito ai contratti a tempo indeterminato facciamo riferimento all'articolo del collega Francesco Seghezzi pubblicato ieri su Open, utile a comprendere quanto questi dati così sbandierati siano piuttosto complessi:

Prima dell'approvazione del decreto dignità i motivi erano principalmente la presenza dell'incentivo fiscale per l'assunzione o la trasformazione dei giovani under 35 (che ha inciso soprattutto sulle nuove assunzioni direttamente a tempo indeterminato) e la presenza di molti contratti a termine in scadenza che non potevano più essere rinnovati. O l'impresa assumeva a tempo indeterminato o perdeva il lavoratore, che nel frattempo magari aveva formato, soprattutto nei contratti a 24 o 36 mesi.

Dopo il decreto dignità questa dinamica si è accelerata, soprattutto al termine del periodo transitorio dopo il 31 ottobre 2018. La stretta sui contratti a tempo ha messo le imprese davanti alla scelta di dover lasciare a casa tutti i lavoratori a termine e in somministrazione e assumerne altri (con contratti non oltre i 12 mesi) o di fare questa operazione solo con alcuni convertendone altri a tempo indeterminato.

Come afferma Seghezzi, il Governo può festeggiare il travaso positivo di contratti a tempo in contratti permanenti, ma forse è troppo presto:

Ma allo stesso tempo c'è tutta una fetta di lavoratori, che non possiamo ancora quantificare, che si è ritrovata senza un lavoro alla conclusione del contratto a termine, e che potrebbe ingrossare le fila dei nuovi percettori del reddito di cittadinanza.

Duecentomila contratti stabili in più nel 2018. È davvero merito del Decreto dignità?