Duecentomila contratti stabili in più nel 2018. È davvero merito del Decreto dignità?

di Francesco Seghezzi
Duecentomila contratti stabili in più nel 2018. È davvero merito del Decreto dignità?

Aumentano i contratti a tempo indeterminato, aumentano le trasformazioni. Ma non sappiamo se è un effetto momentaneo e cosa ci aspetta con la crisi alle porte

Duecentomila contratti in più a tempo indeterminato nel 2018. È questo il dato più importante che emerge dall'Osservatorio sul Precariato diffuso oggi dall'INPS. Duecentomila sono un numero considerevole soprattutto se confrontato con il dato del 2017, che segnava un calo di 148mila. Una inversione di tendenza che il governo si affretterà ad attribuire agli effetti del decreto dignità, in parte a ragione visto che le trasformazioni da contratto a termine a contratto a tempo indeterminato sono cresciute di oltre il 100% a novembre e dicembre 2018. Insieme a questo c'è il dato del calo dei nuovi assunti con contratti a termine e con contratti di somministrazione, che si concentra negli ultimi mesi del 2018 lasciando il dato annuale comunque positivo (+52mila contratti a termine e +49mila in somministrazione).

Duecentomila contratti stabili in più nel 2018. È davvero merito del Decreto dignità? foto 1

Nel corso di tutto il 2018 abbiamo visto un processo di crescita del numero di contratti trasformati da tempo determinato a tempo indeterminato oltre che una crescita di nuovi contratti a tempo indeterminato. Le ragioni sono diverse: prima dell'approvazione del decreto dignità i motivi erano principalmente la presenza dell'incentivo fiscale per l'assunzione o la trasformazione dei giovani under 35 (che ha inciso soprattutto sulle nuove assunzioni direttamente a tempo indeterminato) e la presenza di molti contratti a termine in scadenza che non potevano più essere rinnovati. O l'impresa assumeva a tempo indeterminato o perdeva il lavoratore, che nel frattempo magari aveva formato, soprattutto nei contratti a 24 o 36 mesi.

Dopo il decreto dignità questa dinamica si è accelerata, soprattutto al termine del periodo transitorio dopo il 31 ottobre 2018. La stretta sui contratti a tempo ha messo le imprese davanti alla scelta di dover lasciare a casa tutti i lavoratori a termine e in somministrazione e assumerne altri (con contratti non oltre i 12 mesi) o di fare questa operazione solo con alcuni convertendone altri a tempo indeterminato.

E così hanno fatto molte imprese, come mostrano proprio i dati sulle trasformazioni. Se a novembre del 2017 erano stati 22mila i contratti trasformati, nel 2018 sono stati 46mila, a dicembre invece siamo passati da 30mila a 68mila, una crescita considerevole che non si spiega con la sola congiuntura. Congiuntura che peraltro sappiamo essere negativa.

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Nello stesso arco di tempo le imprese hanno rallentato le assunzioni a tempo determinato e in somministrazione a causa delle nuove regole, provando dove possibile a prolungare i contratti (e infatti le cessazioni sono diminuite). È molto probabile quindi che molti lavoratori a termine abbiano visto il loro contratto scadere senza un rinnovo e questo spiegherebbe l'aumento delle domande di disoccupazione a cui abbiamo assistito negli ultimi mesi. Infatti se il numero di contratti netti (assunzioni meno cessazioni) a tempo indeterminato è aumentato di 200mila unità nel 2018 il numero di quelli a termine è diminuito di 350mila unità.

Il governo quindi può sicuramente festeggiare il travaso positivo di contratti a tempo in contratti permanenti, che era l'obiettivo del Decreto dignità, questo è innegabile. Ma allo stesso tempo c'è tutta una fetta di lavoratori, che non possiamo ancora quantificare, che si è ritrovata senza un lavoro alla conclusione del contratto a termine, e che potrebbe ingrossare le fila dei nuovi percettori del reddito di cittadinanza. Ma soprattutto il rischio è quello di un blocco del mercato del lavoro in una situazione economica di recessione e di calo della produzione industriale.

Una stretta sulla flessibilità in ingresso come quella compiuta dal decreto dignità infatti, unita all'investimento fatto per le stabilizzazioni, potrebbe comportare uno stop alle assunzioni e la stagnazione del mercato del lavoro italiano. Senza contare poi che un mercato del lavoro tutto a tempo indeterminato oggi è veramente difficile da immaginare.