Perché con la crisi del mercato del lavoro cambia tutto

Non è un mese positivo per l’occupazione e anche la manifattura rallenta. Lo dicono i dati Istat. E a pagare sono soprattutto i giovani e le donne: ora l’economia reale rischia di presentare il conto al governo

E alla fine tocca al mercato del lavoro. Dopo mesi di dati negativi sul PIL, sulla produzione industriale, sulla fiducia di imprese e consumatori non poteva non succedere. 40mila lavoratori dipendenti in un mese (febbraio 2019), 34mila disoccupati in più.

Sono questi gli ultimi numeri del lavoro forniti dall’Istat che fanno intuire, salvo smentite (improbabili) del prossimo mese, che non siamo di fronte solo a un periodo ‘sfortunato’, ma alle conseguenze del rallentamento e poi della virata in negativo della crescita italiana. L’aumento dei lavoratori autonomi (+30mila) mitiga un po’ il dato, ma non sappiamo se si tratti di un effetto collaterale dell’introduzione della flat tax fino a 65mila euro.

Potrebbe essere un semplice trasferimento di occupati dal lavoro dipendente al lavoro autonomo? Sarebbe un sollievo, almeno psicologico, ma è improbabile. In un Paese nel quale la ripresa non è stata generalizzata, lasciando comunque almeno un terzo delle imprese in grande difficoltà, basta poco per creare problemi enormi.

È sempre di oggi la notizia che l’indice PMI sulla manifattura a marzo si è fermato a 47,4. Si tratta di un indicatore che indica l’espansione (quando superiore a 50) o la contrazione (quando inferiore, come nel nostro caso) della manifattura. E in un Paese dalla forte componente manifatturiera, con ancora oltre il 20% degli occupati che lavorano nel settore, le conseguenze sono chiare.

Questo si somma alla crescita, osservata la scorsa settimana, delle domande di disoccupazione e di quelle di cassa integrazione. Problemi che si innestano su una situazione già patologica di un mercato del lavoro che punisce giovani e donne e che non ha gli strumenti per affrontare le sfide demografiche e tecnologiche che ci aspettano e che già abbiamo davanti.

Continua a crescere infatti l’occupazione per gli over 50, ad una velocità doppia rispetto agli under 35, la disoccupazione giovanile è al 32,8% e il tasso di occupazione dei giovani tra i 25 e i 34 anni è solo di un punto e mezzo superiore a quello degli occupati con più di cinquant’anni.

Come se non bastasse nello stesso giorno è arrivata anche l’OCSE a ricordarci che l’Italia è l’unico Paese nel quale il PIL pro capite è fermo al 2000 aggiungendo anche che la crescita nel 2019 non sarà stagnante, come ormai tutti ammettono, ma negativo dello 0,2%. 

Di fronte a tutto questo le armi che il governo ha a disposizione sono quantomeno spuntate. In un momento di contrazione del mercato del lavoro difficilmente le imprese assumeranno i percettori del reddito di cittadinanza, che hanno profili non qualificati e che portano con sé un grande disagio sociale.

Le stesse imprese potrebbero considerare Quota 100, l’abbiamo detto più volte, come una liberazione di lavoratori ormai poco produttivi ma che, allo stesso tempo, non vogliono licenziare. Per non parlare del costo che questo intervento ha ed avrà, tutto sulle spalle delle nuove generazioni, tanto che l’OCSE si spinge a raccomandarne la cancellazione.

Ma la priorità ora è la crescita, perché così come dopo il calo del PIL è arrivato il calo degli occupati, così il mercato del lavoro potrà tornare a crescere (non subito) solo con una inversione di rotta del PIL.

Superfluo dire che questa non potrà che essere la priorità del governo, perché finché i dati sono lontani dalla vita delle persone si può sopravvivere ma quando si traducono in perdite di posti di lavoro le cose cambiano. I posti di lavoro persi sono sì tra i giovani ma la fetta che paga di più è quella tra i 35 e i 49 anni, una corte anagrafica che vota e i cui voti sono andati nella maggioranza dei casi proprio all’attuale governo.

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