Carceri, taglio delle classi scolastiche a Roma e in Calabria. «Come lo spieghiamo agli studenti?»

«Non c’è recidiva per chi va a scuola». Ma dal carcere di Rebibbia agli istituti penitenziari in Calabria, gli insegnanti sono in mobilitazione per il taglio dei corsi

Di carceri, si sa, poco si parla. Non si parla di sovraffollamento, per quanto tocchi vette record e sia in aumento: secondo i dati aggiornati al 30 giugno scorso dell’ufficio del capo del dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, sono 10mila i detenuti in più rispetto alla capienza regolamentare degli istituti penitenziari in tutta Italia.

Non si parla del fatto che i reati sono sì in calo, ma a diminuire sono anche i numeri di chi dal carcere riesce a uscire. Secondo il Garante nazionale delle persone private della libertà, ci sono più di 5mila persone che potrebbero accedere alle pene alternative ma non riescono, e quindi restano in carcere.

Non si parla di recidiva, e di come evitarla: eppure, come ricorda Il Dubbio, ha un tasso che supera il 60% tra chi viene detenuto. Vuol dire che più della metà delle persone che escono dalla galera ci rientrano, perché ricominciano a delinquere. Un numero che scende vertiginosamente al 19% tra chi ha accesso alle misure alternative, e addirittura all’1% per chi viene inserito nel ciclo produttivo.

A salvare è anche la scuola. Sono tante le storie che lo dimostrano. Come quella di un ergastolano che, nei suoi 28 anni di carcere, ha studiato, è andato all’università, è stato ammesso al lavoro esterno e ora presta servizio al Policlinico di Roma. È stato detenuto nel carcere di Rebibbia, periferia est della Capitale.

I tagli delle classi a Rebibbia

Si va a scuola a Rebibbia, e la scuola è «l’unica vera risposta, per questi detenuti, per non tornare in carcere». Ma – questa è la denuncia di insegnanti e sindacati – «su questi percorsi sta calando la scure dei tagli».

Saranno solo 32 le classi concesse al distaccamento dell’Istituto superiore tecnico-industriale “J. Von Neumann” presente all’interno del carcere romano, sulle 40 necessarie, spiega a Open Barbara Battista, docente e rappresentante sindacale SGB di Rebibbia. «L’ufficio scolastico regionale, insieme a quello provinciale, non ha lasciato spiragli»: e per giustificare il taglio delle classi le iscrizioni vengono, senza spiegazioni, “asciugate”. Solo per la prima classe, l’indirizzo tecnico informatico potrà accogliere solo 100 nuove iscrizioni – e ci sono state 157 richieste, per l’indirizzo economico altri 37 non hanno avuto il diritto neanche di sapere perché la loro iscrizione in prima non è stata conteggiata. «Già lo scorso anno oltre 150 studenti si sono visti negare la classe, alcuni del 3 o 4 anno: solo a metà anno siamo riusciti ad aprire una classe nell’alta sicurezza femminile».

Il nome Rebibbia vuol dire tante cose. È una realtà complessa fatta di più plessi: tre maschili e uno femminile. Sono 1605 i detenuti di Rebibbia nuovo complesso “Raffaele Cinotti” di via Maietti – dedicato a un poliziotto ucciso dalle Brigate Rosse – comprese le 17 persone transessuali detenute nel G8. A loro si aggiungono altri 300 nella casa di reclusione, dove ci sono i collaboratori di giustizia. E 42 sono quelli in custodia attenuata, nella terza casa circondariale: ragazzi tossicodipendenti in via di recupero, con pene di sei-sette anni e che stanno facendo un percorso per arrivare alla comunità. 375 sono al momento le detenute del braccio femminile, in via Bartolo Longo.

Una veduta esterna dell’area femminile del carcere di Rebibbia. Ansa/Massimo Percossi

«Ci sono molte richieste, e siamo costretti a fare vere e proprie classi pollaio, pur di non mandare via le persone». La capienza di una classe è di una ventina di studenti ciascuna, «noi le riempiamo fino a 35, tra malati di Aids, tossicodipendenti e i comuni. I collaboratori di giustizia non possono essere mischiati con i detenuti comuni, quindi bisogna organizzarsi», spiegano dal Neumann, istituto presente all’interno di Rebibbia dal 1985. Da qualche anno a questa parte, dicono, «siamo nell’occhio del ciclone, con un taglio molto elevato delle classi».

«Abbiamo 800 iscrizioni in tutti i plessi», raccontano ancora dal Neumann. «Ma con 32 classi autorizzate non sappiamo dove metterli. Quindi una volta riempite, ci dobbiamo fermare. Come lo spieghiamo alle altre? Si parla di risparmio, ma non può essere quella la ragione. Il carcere non deve essere solo punitivo, serve rieducazione e trattamento, si dice sempre… Alla fine, non importa niente a nessuno».

La politica

Giovedì 4 luglio, la senatrice M5S Bianca Laura Granato, componente della Commissione Istruzione e insegnante, ha ricevuto una delegazione di docenti del sindacato SGB. «È anche lei un’insegnante», racconta Battista. «Si è impegnata a seguire il caso e presenterà un’interrogazione al ministro Bussetti».

Negli anni gli studenti detenuti sono cambiati: «Non sono adulti di 40, 50, 60 anni: la maggior parte sono ragazzi nati nel ’96, ’97 e ’98. Il prossimo anno avremo anche il ’99. Vengono dalle periferie di Roma, da Tor Bella Monaca e San Basilio, e da tutte le altre città del centro-sud». Ragazzi che, a 20 anni, «hanno ancora una possibilità. E la scuola per loro fa tantissimo: non c’è recidiva per chi va a scuola».

«La nostra scuola poi ha le sue due sedi esterne al carcere proprio nei quartieri più a rischio della periferia romana», aggiunge Battaglia. «Questa combinazione con la sezione staccata nel carcere ha creato un legame con il territorio molto forte e la crescita della presenza in carcere ha di fatto, fino ad oggi, sostenuto le sedi esterne che come noi sono in sofferenza per la mancanza di bidelli, tecnici, amministrativi e pure docenti. Le “riforme” hanno colpito tutta la scuola. In certi quartieri la scuola è anche l’unico antidoto per non finirci, in carcere».

Un anno fa, racconta ancora Barbara Battista, «il provveditorato, dopo i nostri scioperi, ci ha mandato una lettera in cui affermava che, qualunque fosse stato il numero di iscrizioni, ci avrebbe dato solo 32 classi. Noi ne chiediamo 40: solo così siamo riusciti a portare la scuola in ogni reparto, visto che, come è logico, non si possono accorpare, per esempio, pentiti e mafiosi».

In alcuni reparti, «se non c’è la scuola, non ci sono attività alternative: significa togliere tutto». La scelta, dice la sindacalista, «è quella di privatizzare: lo vediamo nella formazione professionale, dentro e fuori dalle carceri. Ci sostituiscono con ipotesi di progetti e ‘progettini’ di pochi mesi. Giustamente legati al lavoro, per carità. Peccato che nel carcere la scuola non sia solo “prendere un diploma”. Ai detenuti serve un tempo-scuola, vivere la scuola. Quasi tutti i nostri diplomati poi si laureano, o trovano un’occupazione».

Da Roma a Cosenza

La linea rossa dei tagli unisce il Centro al Sud. Anche in Calabria i sindacati sono in agitazione per il taglio delle classi (e dei docenti).

«Nelle carceri praticamente non ci sono più corsi, hanno lasciato qualche corso al serale», racconta a Open la professoressa Vanda Salerno, segretaria provinciale Gilda Cosenza. Accade a Paola e Cosenza, ma anche a Rossano e Castrovillari. «Prima della mobilità, l’ufficio scolastico regionale ci ha comunicato che ci sarebbe stata una contrattazione di posti nell’ambito dell’organizzazione dell’organico di rito e del budget di ore e di classi da concedere», dice Salerno. «Se ci sono insegnanti in più, devono tagliare. E, rispetto all’organico dell’anno precedente, hanno tagliato soprattutto nelle sedi carcerarie e in quelle dell’alberghiero, nel serale», dice la sindacalista.

L’ufficio scolastico regionale «non ci ha dato motivazioni scritte, ma a suo dire ha considerato di troppo questi insegnanti». Perché? «È necessario garantire copertura delle cattedre al diurno, spiega Vanda Salerno, «anche nelle sedi più decentralizzate. Quindi, per salvaguardare il diurno, hanno optato per la chiusura del serale e delle sedi carcerarie».

Cosenza/Pixabay

Risultato: «215 insegnanti hanno perso la titolarità, in tutta la provincia, soprattutto a Cosenza, Castrovillari, Rossano, Corigliano, Acri». Ora, nella mobilità, «hanno dato loro cattedre molto lontane dalle sedi originarie. Dicono che hanno operato secondo prossimità, ma abbiamo le prove che ci sono insegnanti che da Cosenza sono stati mandati a Cariati: a oltre 100 km di distanza».

Eppure «per legge, la titolarità va salvaguardata: una volta che un insegnante la perde, poi non la riacquista più per quella scuola e deve girare un po’ per la provincia. Questo è quello che stiamo contestando». Ora «come sindacato stiamo procedendo a tentativi di conciliazione: poi, chi vorrà, andrà davanti a un giudice del lavoro. Ci sono persone che intendono fare causa: alcuni docenti sono stati avvisati dal giorno alla notte».

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