Libertà di stampa, un altro morto in cerca della verità: il Messico non è un Paese per giornalisti

Dal 2000 a oggi, sono circa 100 i giornalisti morti nel Paese nordamericano, ammazzati per le loro inchieste su corruzione e narcotraffico

Quanti altri giornalisti dovranno ancora morire affinché il Messico diventi un Paese civile, affinché comincia a tutelare la libertà di stampa e il diritto all’informazione dei suoi cittadini? Non conoscerà mai la risposta a questa domanda Nevith Condes Jaramillo, il decimo giornalista messicano ammazzato da inizio 2019.

Il ritrovamento del cadavere

Il corpo è stato scoperto in un appartamento della città di Tejupilco, nel cuore del Messico. Condes Jaramillo è stato martoriato da decine di coltellate prima di morire. A 42 anni, il direttore del portale online Osservatorio del Sur, era in prima linea contro il crimine organizzato, e si occupava di cronaca e attualità anche in una radio locale.

Le denunce impossibili

I parenti del giornalista hanno raccontato all’organizzazione Rsf, Reporter senza frontiere, che Condes Jaramillo aveva ricevuto due forti minacce a giugno e a novembre 2018. Un funzionario pubblico gli aveva detto che avrebbe avuto diritto a una protezione. Senonché, con il passare del tempo da quegli episodi, il giornalista aveva lasciato perdere le procedure penali a causa della troppa burocrazia.

Un Paese sotto scacco

«La violenza contro i giornalisti – ha denunciaro Rsf – è uno degli ostacoli maggiori affinché il Messico diventi una democrazia più forte». Basti pensare che, dal 2000 a oggi, i giornalisti uccisi nel Paese a causa del proprio lavoro sono circa 100.

Le ragioni di questi assassini sono nella maggior parte dei casi riconducibili a inchieste sul narcotraffico o sulla corruzione. Il 26 agosto, proprio a Città del Messico, sarà reso pubblico un rapporto delle Nazioni Unite sui difetti del Programma governativo di protezione di giornalisti e attivisti.

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