Lampedusa, portati a terra i corpi della madre e del neonato morti abbracciati

Continuano le operazioni di recupero dopo il naufragio del 7 ottobre. Sassoli sui corpi ritrovati di una mamma e un figlio: «Questa foto ci ricorda da vicino la tragedia del piccolo Alan Kurdi»

Continuano le operazioni di recupero nelle acque a largo di Lampedusa dove, nella notte tra il 6 e il 7 ottobre, si è ribaltato un barcone con a bordo persone provenienti dalla Libia e dalla Tunisia. Il rov, il robot utilizzato per scandagliare i fondali, ha rintracciato i corpi di altre sette persone, tra cui anche quello di un bambino molto piccolo. Accanto a lui il corpo di una donna molto giovane che potrebbe essere la madre.

Le immagini, diffuse dalla guardia costiera, raccontano senza sconti emotivi la gravità della tragedia che ogni settimana si consuma nel Mediterraneo. Il giorno successivo al naufragio erano stati recuperati 13 corpi. Tutti di donne, di cui una incinta e una di dodici anni.

Martedì 15 ottobre, a 60 metri di profondità, erano stati rintracciati anche un bambino e la sua mamma, ancora abbracciati sui fondali. Un’immagine che ricorda sia quella del padre e della figlia salvadoregni ritrovati abbracciati nel Rio Grande al confine con gli Usa, sia quella di Alan Kurdi, il bambino siriano ritrovato sulle spiagge turche nel 2015, che dà il nome alla nave di Sea Eye. Solo oggi i sommozzatori hanno potuto scendere sul fondale e recuperare i corpi, all’appello ne mancano altri cinque.

Il commento di Sassoli

A parlare della somiglianza tra le immagini è anche David Sassoli, presidente del Parlamento europeo, che in un post su Facebook ha pubblicato un’immagine catturata dalla guardia costiera: «Questa foto ci ricorda da vicino un’altra immagine forte di tragedia – scrive -, quella del piccolo Alan riverso su di una spiaggia della Turchia, il dolore e la pietà negli sguardi dei soccorritori».

«Ecco, vorrei dire due parole sull’eroismo umanitario degli addetti della nostra Guardia costiera, che dopo il naufragio, pur sapendo a un certo punto che non avrebbero potuto trovare altri superstiti – continua Sassoli – non hanno mai cessato, nemmeno per un istante, lavorando ininterrottamente, dandosi il cambio in una catena senza fine, di cercare i corpi di questi esseri umani prima che il buio e il maltempo dell’inverno li divorassero per sempre in fondo al mare. Questa loro azione non servirà a restituirci in vita i profughi che erano sul barchino della tragedia. Ma, consentendone una degna sepoltura, ne riscatta la dignità di persone, e dà un senso pieno alla parola civiltà».

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