Pinguini Tattici Nucleari: l’epopea tragicomica per arrivare (integri) al Forum – Il video

«Avendo sempre lavorato molto, passando intere giornate a scrivere o in saletta perseguendo questo sogno, siamo felici di essere arrivati al punto di poter vivere di musica e passa in secondo piano il fatto di essere riconosciuti per strada»

Sei ragazzi giovanissimi, musicisti veraci che hanno costruito il proprio successo girando per i locali più sconosciuti, nei borghi più piccoli di Italia. Sagre, fiere, serate in birreria: concerto dopo concerto, sono riusciti a far conoscere la propria peculiarità di band bergamasca anche nel profondo Sud. E adesso, dopo i tour in giro con un furgone preso in prestito a uno studio medico e tante date senza ricevere compenso, sono arrivati a suonare sul palco dell’Assago Forum di Milano: appuntamento al 29 febbraio 2020.

«Una data che capita ogni quattro anni, il 2020 è bisestile. Ma se guardo indietro, mi viene da sorridere: quattro anni fa, il 29 febbraio 2016, facevamo un altro lavoro, non vivevamo con la musica. E tra qualche mese saremo sul palco del Forum». Abbiamo incontrato Riccardo Zanotti, voce e chitarra dei Pinguini Tattici Nucleari, e Elio Biffi, tastiera, fisarmonica e voce, su una panchina di Parco Sempione, Milano. Loro e gli altri quattro membri della band (Nicola Buttafuoco, chitarra; Lorenzo Pasini, chitarra; Simone Pagani, basso; Matteo Locati, batteria) vivono tutti nella provincia di Bergamo e rappresentano un’eccezionalità nel panorama musicale italiano.

Genuini, schietti, sinceri: è questa la vostra forza. Come si fa a raggiungere il Forum scegliendo la strada, quella rustica direi, delle band che suonano nei locali e che preferiscono questo percorso al successo istantaneo, sotto l’egida di un’etichetta discografica e una pioggia di like su Instagram?

Elio: «Vivere a Bergamo. Nel senso che, essere periferici, anche fisicamente, è importante. Vivere a Milano, Roma, ma anche Torino e Bologna per certi versi, ti porta a stare a stretto contatto con il mondo del lavoro artistico. E quindi ti trascina nel tritacarne di impegni quotidiani, aperitivi, eventi di promozione. Una dinamica che a noi non piace ed è meno genuina».

Riccardo: «Banalmente, anche il fatto che ti riconoscano per strada, in un contesto di provincia, si presenta molto meno. In una città molto grande è più probabile che i fan ti fermino per un selfie. E, pian piano, questa cosa ti porta ad approcciarti a quel che fai in modo diverso. Da famoso, da vip. Noi non abbiamo mai vissuto questa fama. Un po’ per forma mentis, un po’ per il fatto di vivere nel Bergamasco, dove ci conosciamo tutti ma non per il successo, ma perché si va nello stesso forno a prendere il pane. Non è così difficile non montarsi la testa, anzi: come ti fai a montare la testa se per spostarti prendi il tram che da noi si chiama trenino?».

Non è che dopo il concerto nel più grande palazzetto della più grande città della Lombardia vi monterete la testa?

Elio: «Come fai a montarti la testa se vivi a Bergamo? Anzi, sembri pazzo, uno sopra le righe, se giri per strada la sera con gli occhiali da sole».

Riccardo: «Avendo sempre lavorato molto, passando intere giornate a scrivere o in saletta perseguendo questo sogno, siamo felici di essere arrivati al punto di poter vivere di questo e passa in secondo piano il fatto di essere riconosciuti».

Però dai, Bergamo Alta è una città dalla grande vocazione culturale.

Riccardo: «Ma va, noi siamo sparsi nella provincia di una città provinciale. Io sono di Albino, da dove vengono anche i Verdena. Siamo un po’ le uniche persone a essere emerse a livello artistico negli ultimi 2.000 anni. Ah, poi c’era Giovan Battista Moroni nel XVI secolo – ride, mentre racconta del pittore -, ma a parte noi nessun altro. È un contesto protetto, vedi anche i Verdena sono emersi con quella mentalità del “do it yourself” e del fottersene di tutto e tutti».

Elio: «Il nucleo iniziale dei Pinguini si è formato in Val Seriana, poi ci sono stati vari avvicendamenti prima di stabilizzarci alla formazione che abbiamo adesso. Iniziò in quella valle, dove vive Ric e uno dei chitarristi solisti, e in comune avevano la scuola e i concerti che, un tempo, organizzavano i vari locali della valle».

Riccardo: «Locali che adesso sono quasi tutti scomparsi: è un dispiacere enorme. Quando eravamo ragazzi noi, la band si è potuta creare proprio grazie a queste realtà infinitamente piccole, sparse come una varicella nella provincia».

Elio: «Realtà che avevano la sala prove oltre al palco, in cui magari andavamo a suonare gratis e in cambio ti facevano utilizzare la sala prove. Non so se oggi, senza quelle occasioni, potrebbero rinascere i Pinguini».

Eppure nascono nuovi artisti sotto l’insegna dell’indie.

Riccardo: «La verità è che il vero indie è morto. Non c’è più spazio per i piccolissimi: devi già nascere medio. Esistono ancora dei locali che organizzano date e eventi, ma spingono gli artisti che sono già mediamente conosciuti».

Il vostro genere qual è?

Elio: «La musica bella è il nostro genere. Nel senso che facciamo tante cose diverse perché ci piacciono tante cose diverse».

Riccardo: «Bella per noi. Facciamo la musica che piace a noi. C’è qualche sonorità indie del minimal, del lo-fi, ma indie oggi è usato come grande contenitore che a noi però sta stretto. Secondo me è un termine più giusto per definire un locale, quello che ti fa una programmazione 365 giorni l’anno, di cose di nicchia e ha un pubblico che lo frequenta per quello. Ci manca quella situazione. Noi al momento siamo un po’ orfani di genere».

Elio: «Facciamo musica leggera, definizione nella quale ci sta tutto quello che facciamo. Poi, per la Siae, facciamo musica leggera perché non ha un’altra categorizzazione».

Riccardo: «È come Pirandello: definiti dall’uno che è la Siae, per cui facciamo musica leggera. Definiti da nessuno, siamo death metal…».

Elio: «Cosa che siamo anche stati a un certo punto».

Riccardo: «Definiti dai centomila forse siamo indie, ma non l’abbiamo deciso noi».

Da sinistra, Elio Biffi e Riccardo Zanotti

Cosa suonavate all’inizio?

Riccardo: «C’è una cosa che ci ha caratterizzato i gruppo nella sua fase embrionale, ed era quella di fare cover di canzoni di chiesa e di cartoni animati. Ma per un semplice motivo: ognuno veniva da mondi di versi, chi metal, chi rock, chi jazz. Non avevamo un repertorio condiviso né eravamo in grado di scrivere noi la nostra musica. Era l’unico modo per dialogare tra noi, ma è durato qualche mese».

E poi?

Riccardo: «La prima volta in cui mi sono detto “Cazzo, posso fare canzoni mie”, è successa quando era a casa e c’era l’elettricista. Stavo suonando una cover di Hallelujah, di Leonard Cohen, con il testo cambiato. L’elettricista entra nella mia camera e mi fa: “Il testo è bellissimo”. Si chiamava Valle del Lujo (una valle del Bergamasco, ndr.) c’era l’assonanza con Hallelujah, è una valle dove ci sono molti contadini. Mi disse: “Fa ridere, è bella e comica insieme”, e allora ho deciso di iniziare a scrivere, avevo 15, forse 16 anni».

Eri giovanissimo.

Riccardo: «Ma già da piccolo mi divertivo in questa maniera. Mi ricordo che una volta scrissi una canzone sul cane dei vicini con l’intento di farmi comprare un cane dai miei genitori. Si intitolava Voglio l’affetto di Black, che era il cane dei dirimpettai».

Riprendiamo le fila dell’evoluzione dei Pinguini.

Elio: «Tralasciando Ep e brani mai prodotti, arriviamo al primo disco che si può ascoltare in giro: Il re è nudo. È uscito nel 2014, anche se i pezzi sono stati registrati a partire dal 2012 e pubblicati su YouTube, prima di diventare una silloge. Parteciparono (Elio non era ancora entrato a far parte della band, ndr.) a dei concorsi e ne vinsero uno indetto dal Comune. Ed è lì che vidi i Pinguini per la prima volta e mi avvicinai alla fine del concerto per parlare con Ric».

Cosa ne avete fatto del premio di quel concorso?

Elio: «Sono entrato nella band, ma io non ero un costo – ride -, e abbiamo prodotto il secondo album dei Pinguini ovviamente: Diamo un calcio all’aldilà. Fu il disco che ci permise di rompere per la prima volta il guscio provinciale: da allora cominciarono a cercarci piccoli locali anche in altre regioni. Molti Arci e centri sociali in giro per l’Italia».

Riccardo: «Viaggiavamo su un furgone che si chiamava “Dentisti Croazia”, per risparmiare. Era un mezzo che utilizzavano gli anziani di Bergamo per andare a fare le operazioni dentali a prezzo scontato in Croazia. Ricordo che potevamo prenderlo sempre al weekend e mai in settimana, perché in quei giorni era adibito agli anziani che andavano oltre confine per farsi operazioni odontoiatriche low-cost. Il nome “Dentisti Croazia” era enorme sulla fiancata. Ricordo che arrivavamo agli eventi e la gente si chiedeva “Chi sono i Dentisti Croazia? Dovevano suonare i Pinguini Tattici Nucleari”. Effettivamente, sembrava il nome della band per come era scritto».

Elio: «Per anni ci siamo vergognati di questa cosa…»

Riccardo: «Poi in realtà avevamo capito che poteva essere un vanto, una potenza. Tutte queste piccole cose da sfigati, gli alberghi a una stella, il furgoncino, le mille cose che ci sono successe… Potevano essere una narrazione vincente: dire che sei un perdente, uno sfigato, a tutta Italia, ti aiuta a far capire che anche se sei su un palco, sei uguale a tutta la gente normale. Magari tra il pubblico c’è un avvocato che deve alzarsi la mattina presto per fare un tirocinio a 500 euro al mese. Ecco noi eravamo nella sua stessa situazione».

Elio: «Siamo totalmente sfigati come voi».

Dai raccontateci un altro aneddoto simpatico.

Elio: «A parte i problemi con le forze dell’ordine?».

Riccardo: «Non sveliamo che siamo illegali. Ah ecco, tutte le volte in cui siamo andati a suonare lontano e non ci veniva pagato l’albergo per dormire».

Elio: «E lo scoprivamo la sera stessa. Eravamo dei pischelli e qualche promoter magari ci gabbava. Arrivavamo alle 23:00 a fine concerto e chiedevamo: “Allora dov’è che andiamo a dormire?”»

Riccardo: «Per poi scoprire che dovevamo tornare a Bergamo, viaggiando di notte, e tornavamo a casa la mattina dopo. Oppure mi ricordo una volta che il bassista non arrivò in tempo per il sound-check. Lo feci io con il basso al posto suo. E scrivilo nell’intervista perché non me ne frega un cazzo. Il bassista arrivò in tempo per il concerto, suonammo, andò tutto bene. A fine serata, questo promoter di Arezzo, ci dice: “Non vi paghiamo perché il bassista non c’era al sound-check”. Siamo quasi finiti a fare a botte».

Elio: «Ma tante volte non siamo stati pagati perché, si sa, gli stronzi ci sono in giro. Ma quello lì aveva un modo di fare estremamente antipatico, come se fosse dalla parte della ragione».

Riccardo: «No, non ci stava, non aveva alcun senso quella scusa. Ci siamo trovati ad affrontarci noi e il promoter con la sua organizzazione, composta al 90% da anziani».

Elio: «C’è stato un mezzo spintone, era tutto abbastanza buffo, ma com’era Ric l’uscita che avevi fatto che mi fa straridere?».

Riccardo: «C’era un vecchio che continuava a dirci di andare via. Nella mia famiglia quando uno ripete cose senza senso diciamo che sembra una campana. E allora io gli faccio: “Eh, Jingle Bells”. Lui non l’ha capita, ho dovuto spiegargliela ovviamente. Ho fatto la figura del coglione, giustamente. Anche se il mio sogno resta fare una rissa con un branco enorme di anziani».

Torniamo alla cronistoria.

Elio: «Ecco, siamo nella fase in cui le migliaia si trasformano in decine di migliaia di ascolti delle canzoni. Stiamo parlando di tre anni fa, era il 2016. Sono cambiati un po’ di elementi della band perché qualcuno ha preferito strade più sicure. Con la nuova formazione abbiamo pubblicato Gioventù Brucata, l’ultimo disco in produzione nostra. È uscito nel 2017 e da quel punto siamo abbiamo iniziato a vivere di musica. Io prima facevo l’organizzatore di giochi di ruolo dal vivo, Larp in gergo. Anzi, continuo ancora a farlo».

Riccardo: «Io il barista, ma ero scarso e sono stato licenziato in cinque posti diversi. Poi un membro del gruppo era custode in un museo, un altro in aeroporto alla logistica, chi il commesso, chi dal kebabbaro. Noi conosciamo il mondo in tutte queste sfaccettature, per questo lo possiamo raccontare. Con il primo concerto di Gioventù Brucata, a Milano, ci siamo accorti che si erano mosse per noi centinaia, forse migliaia di persone».

Elio: «Dal 2017 all’ultimo disco, Fuori dall’hype, sono cambiate un po’ di cose, sono subentrate un po’ di persone a darci una mano nella gestione, collaborazioni con agenzie, uffici stampa e varie realtà. Il disco è stato prodotto da Sony e i “numeri wow” dei live fatti la scorsa primavera».

Riccardo: «Io sono senza parole. I “numeri wow” – ride -. Prima hai definito il nostro genere “musica bella”…».

Elio: «”Wow” è un concetto semplice – poi punzecchia Riccardo – E adesso siamo qui, pronti a fare numeri “wow”, al concerto molto “yeah”, del forum di “WowAssago».

E adesso siete nel pieno dell’hype.

Riccardo: «L’hype è una roba molto fedifraga. Ti promette il mondo e poi ti dà un metro quadrato. È un mostro che un giorno guarda un determinato artista e il giorno dopo ti lascia nell’ombra. È pericoloso: il doping del successo, quella fama istantanea, si esaurisce. La nostra forza è proprio per il nostro percorso e la nostra coerenza se vogliamo: abbiamo preferito e preferiamo fare un percorso a scalini. L’hype è una cosa da cui fuggire, non da sfruttare».

Elio: «A livello di soddisfazione, è il concerto la cosa più bella che ti possa capitare. Stare lì, suonare bene, per un pubblico reale e non virtuale. L’aritmetica dello streaming e delle visualizzazioni è abbastanza fredda e clinica. Non ti dà vere soddisfazioni. È il live il vero campo di battaglia: due ore di tempo in cui la gente guarda quello che fai in modo continuativo. Per fare un bel concerto, non conta il sold-out».

Perché “Pinguini Tattici Nucleari”?

Riccardo: «Dobbiamo spiegarlo per forza? È il nome di una birra. Non ci piace molto, ma ce lo siamo ritrovati cuciti a dosso tipo quelle mail “[email protected]” che ti fai a 14 anni».

Elio: «La realtà è che è un nome buffo e la gente, soprattutto prima quando eravamo completamente soli, non ci prendeva sul serio. Quando abbiamo cominciato a parlare con giornali, uffici stampa, ci ridevano dietro».

Riccardo: «Per essere onesti, abbiamo avuto anche qualche porta sbattuta in faccia per questo. Sembra un’assurdità, invece ho avuto la prova che ciò che sembrava razionale non lo era. In certi periodi siamo arrivati a detestare questo nome. Dopo un po’… sai è come uno che si chiama “Umberto”. Nasci “Umberto” e i bambini all’asilo ti prendono in giro, ma dopo un po’ questa particolarità, anche se in alcuni periodi non ti è piaciuta, ti si tatua nell’anima. Tu diventi “Umberto”. Pensi a te stesso, ti guardi allo specchio e sussurri: “Umberto”».

Elio: «Scusate a tutti gli “Umberto” – poi si rivolge a Riccardo -. Potevi dire Genoveffa che ce ne sono sicuramente di meno».

Il 29 febbraio sarete sul palco del Forum, quante cose sono cambiate dal 2012, quando sono nati i Pinguini.

Riccardo: «Anche quando farò il Forum, quel giorno, io ripenserò ancora a “Dentisti Croazia”, io mi sento ancora lì dentro».

Elio: «Certe cose ti rimangono, più che dentro, dietro, sul nervo sciatico. Tutta la vita è un viaggio sul furgone “Dentisti Croazia”, Roma-Bergamo».

Riccardo: «Senza aria condizionata».

Prima del forum, ci sarà un’altra “performance” artistica, di cosa si tratta?

Elio: «Uscirà un fumetto. Una storia in cui ci sono i nostri sei alter ego pinguini che vivono tutti insieme in una casa con alcuni personaggi del nostro immaginario. A un certo punto arriva uno strambo professore che, con un esperimento, ci trasporta in un plico di appunti delle nostre canzoni. Ogni canzone è disegnata da un disegnatore diverso, una decina in totale, e la storia si sviluppa lungo le nostre lotte per uscire da ogni canzone».

Chiudiamo con il concerto dei sogni, qual è il vostro?

Elio: «Il prossimo! Il sogno è poter fare i concerti e poter vivere facendoli. Non vogliamo arrivare lì in cima alla montagna…».

Riccardo: «Anche perché se arrivi in cima alla montagna, prima o poi dovrai scendere. Mi piacerebbe molto pensare che siamo in una continua salita».

Elio: «Si sale sempre e poi si muore”».

Riccardo: «Esatto, quando sarò lì in cima, mi potrò buttare e farla finita. Ma in realtà Elio ha detto giusto: è il prossimo il concerto dei sogni, cazzo da piccoli tutte le volte che andavamo al Forum a vedere i Green Day, i Red Hot Chili Peppers…».

Elio: «Per molti aspetti è il tempio della musica dal vivo nel Nord Italia. E noi da giovanissimi 13enni bergamaschi andavamo lì a sentire i concerti “wow”».

Riccardo: «Se qualcosa andasse storto, torneremo chi a smistare bagagli e chi a fare il barista. Ma saremo comunque felici. Sai, noi essendo bergamaschi, abbiamo dei sogni solidi, realistici».

Elio: «Cioè se proprio vuoi una risposta più concreta a questa domanda ti dico: Wembley. Se vuoi, dopo che facciamo Wembley, ci rivediamo e ne parliamo, ma nella prossima intervista».

Riccardo: «Quanto è durata questa?».

50 minuti

Elio e Riccardo: «Porca *****».

Video: Vincenzo Monaco

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