Liliana Segre: «Mi sono sentita una marziana in Senato»

«Mi sembrava che una mozione contro l’odio generalizzato dovesse essere una questione di etica, di morale, di coscienza di ognuno e non di rappresentazione immaginarie di qualche secondo fine», dice la senatrice a vita

«Mi sono sentita una marziana in Senato». È con queste parole che la senatrice a vita Liliana Segre, superstite dell’Olocausto e testimone della Shoah, ha commentato l’astensione dal voto in Senato da parte del centrodestra per l’istituzione di una commissione straordinaria per il contrasto dei fenomeni di intolleranza, razzismo, antisemitismo, istigazione all’odio e alla violenza su basi etniche e religiose.

«Arrivata così tardi in Senato e lontanissima dalle manovre politiche e da tutto quello che succede nei palazzi a me sembrava che una mozione contro l’odio dovesse assolutamente essere accettata da tutti», spiega la senatrice a vita a Massimo Gramellini durante la trasmissione Le parole della settimana. 

«Mi sembrava – continua Segre – che una mozione contro l’odio generalizzato dovesse essere una questione di etica, di morale, di coscienza di ognuno e non di rappresentazione immaginarie di qualche secondo fine». 

Segre e il primo incontro con l’odio

«Io ero una bambina molto ingenua, molto sciocca, molto viziata. E francamente non avevo capito». Ricordando il passato, Segre ha raccontato della prima volta in cui ha incontrato l’odio: «Io ero una bambina molto ingenua, molto sciocca, molto viziata. E francamente non avevo capito». 

«Ero tenuta all’oscuro di quello che succedeva – prosegue Segre – ed è stato proprio quel momento, in cui mio papà mi ha dovuto dire che ero stata espulsa dalla scuola per la colpa di esser nata che mi si è aperta una voragine e che ho capito che stava succedendo qualcosa di più grande di me». 

«Quello è stato il momento. So che eravamo a tavola e ricordo le facce dei miei nonni, di mio papà, per cercare di farmi capire. E io ho cominciato con quel ‘Perché? Perché? Perché?’. E ancora non mi son data una risposta». 

La differenza tra gli odiatori di oggi e di allora

Parlando invece della trasformazione dell’odio e degli odiatori tra passato e presente, Segre ha detto di non trovare alcuna differenza. «Gli odiatori sono odiatori. Sono persone che sicuramente per essere arrivate a esserlo devono avere un percorso molto terribile dentro di loro – spiega la senatrice –  perché altrimenti bisognerebbe guardarsi l’un l’altro come fratelli. Partire con l’odio a prescindere mi sembra che sia un problema molto grosso degli odiatori». 

E Segre aggiunge: «Io degli odiatori di allora ho visto come dalle parole siano passati ai fatti. E son stati fatti talmente tragici dove l’odio veniva manifestato in ogni mossa, in ogni parola che ci veniva rivolta. Io sull’odio mi sono formata, sono diventata grande, nella solitudine assoluta di Auschwitz».

«Lo scudo e la difesa nei confronti dell’odio hanno una sola parola: amore. Io non fossi arrivata a quel cancello – prosegue Segre – a quel traguardo terribile dove sono arrivata, se non avessi avuto così tanto amore, non so se avrei resistito. E quindi l’unica barriera contro l’odio è l’amore, prima e dopo». 

La nomina a senatrice a vita

«Quando sono stata nominata senatrice a vita, quando una segretaria del nostro carissimo presidente mi ha telefonato mettendomi in contatto col Quirinale, io pensavo di essere su Scherzi a Parte, perché non immaginavo di entrare nella rosa di quelli che vengono chiamati dal Presidente della Repubblica», racconta Segre. 

«Poi quando invece l’ho incontrato non so neanche io cosa ho pensato. So che Mattarella mi ha chiesto: “Cosa pensa lei signora in questo momento?” e io gli ho detto “Presidente ho 88 anni, però dentro di me sono sempre quella bambina di 8 anni che è stata espulsa dalla scuola. Quella stessa bambina italiana che teneva alla scuola e che quando ha trovato le porte sbarrate è diventata invisibile per il mondo intorno», prosegue la senatrice.

«E 80 anni dopo – continua Segre – quella stessa persona, diventata vecchia, sempre nella sua Italia, viene chiamata addirittura a diventare senatrice a vita». Parlando poi del numero 75190 impresso sul suo braccio sinistro, Liliana Segre ha spiegato di non volerlo rimuovere, perché «la vergogna è di chi l’ha fatto».

«Persone odiate per la colpa di essere nate e che non avevano più diritto al loro nome e diventa un numero e poi non solo: il numero serve in quella numerazione per sapere quanti “pezzi” c’erano. Sono stata un pezzo».

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