Ruggeri «troppo fascista» per cantare De Andrè. La polemica (inutile) per la trasmissione di Rai 1

Per il cantautore milanese l’essere considerato fascista è diventantato uno di quei dogmi difficili da sdoganare nella cultura della musica italiana

Una storia da cantare è il nuovo programma di Rai 1 dedicato alla musica. Il format prevede tre serate monografiche, dedicate a grandi interpreti italiani. Il protagonista della puntata d’esordio, andata in onda sabato 16 novembre, è stato Fabrizio De Andrè, cantautore genovese scomparso nel gennaio del 1999.

Durante la serata, la sua vita si è intrecciata con le sue canzoni, interpretate da diversi cantanti. Sul palco la Pfm, band milanese che alla fine degli anni ’70 ha registrato con De Andrè l’album Fabrizio De André in concerto – Arrangiamenti PFM. La conduzione invece è stata affidata a Enrico Ruggeri e Bianca Guaccero.

Ed è proprio da qui che è partita la polemica, che è andata ben oltre la durata della trasmissione. Su Twitter l’hashtag #Ruggeri è entrato in tendenza per il dibattito che si è scatenato sul cantante milanese. Per certi utenti infatti Ruggeri sarebbe stato troppo “fascista” per interpretare De Andrè, come si può leggere dai commenti riportati dall’agenzia di stampa Adnkronos: «Un fascista che fa una canzone di De André… In prima serata su Rai1…».

Fonte: YouTube | De Andrè canta “Il testamento di Tito” al teatro Brancaccio nel 1998

Da dove nascono le voci su Ruggeri e il fascismo

Il cantautore e presentatore televisivo è tornato spesso su questo argomento. L’essere considerato “fascista” è diventato uno di quei dogmi difficili da sdoganare nella cultura della musica italiana. Un po’ come quelle voci su Mia Martini e la sua capacità di portare sfortuna, voci che hanno accompagnato la vita della cantante fino agli ultimi giorni, come ha spiegato la sorella, Loredana Bertè.

«Da qualche mese aveva iniziato a stare veramente male. Vedeva topi ovunque. Era smarrita. Perduta. Affranta da troppi anni di maldicenze e invenzioni. Quella storia della sfiga, l’etichetta volgare e vigliacca che le appiccicarono addosso come fosse un prodotto da bancone del supermercato, la umiliava e la feriva».

A spiegare invece come sono inziate queste dicerie sul fascismo è lo stesso Ruggeri, in un’intervista rilasciata nel maggio 2018 a Antonio Gnoli, giornalista del quotidiano La Repubblica.

«[…] Tornai a Milano e insieme alla mia band, i Decibel, decidemmo di allestire un concerto punk in una discoteca. Affiggemmo i manifesti, soprattutto nelle periferie di Milano. Da tutta la Lombardia arrivarono diverse centinaia di ragazzi. Sapevo che non sarebbe stato facile accoglierli. Due cortei – uno di Lotta Continua e l’ altro di Avanguardia Operaia – attaccarono quei giovani pittoreschi, con le creste e le spille, accusandoli di fascismo e impedendo loro di radunarsi».

E voi?

«Per noi fu una pubblicità insperata. Nel casino politico di quegli anni Settanta spuntava una voce originale. Una casa discografica ci fece, nel giro di pochi mesi, realizzare un disco».

Da quel momento sei stato bollato come un artista di destra.

«Oggi un’accusa del genere farebbe ridere, ma allora la cosa assunse una dimensione provocatoria. Non ero di destra, non lo sono mai stato. Semmai la derivazione del punk era anarchica e tale mi sentivo».

Be’, ti davano del fascista.

«Per quella sinistra conformista e violenta, che negli anni Settanta ha cercato di uccidere la musica o di condizionarla, erano tutti fascisti. Le imprese vigliacche contro Lou Reed o De Gregori, per fare un paio di nomi che hanno patito quel clima assurdo di intimidazioni, ne sono state l’ emblema. Non dimenticherò mai la definizione di “frocetto nazista” che un foglio di estrema sinistra affibbiò a David Bowie».

Dire che Ruggeri è un fascista, ha poco senso. Come avrebbe poco senso identificare Fabrizio De Andrè come un artista legato solo al panorama della sinistra. Ma al di là della storia politica e delle idee dei due, è tutta la polemica ad essere poco credibile. E forse, il commento migliore per tutta questa vicenda è quello lasciato, sempre su Twitter, dal critico musicale Michele Monina.

Fonte: Twitter | Le parole di Michele Monina

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