A cosa serve il progetto LightUp e perché è importante difendere la ricerca sui macachi

Cosa dovete sapere sui macachi del progetto LightUp e perché il loro utilizzo è indispensabile

Le proteste degli animalisti più intransigenti arrivano anche sopra gli atenei. Sul serio. Il 26 novembre alcuni di loro hanno occupato il tetto del padiglione dell’Università di Parma. Tornano nel mirino i ricercatori del progetto LightUp, il quale sta portando avanti uno studio sui problemi di cecità legati a determinate lesioni neurologiche.

Lo striscione degli attivisti presentava lo slogan «Fuori i macachi dall’Università #stopvivisezione». Manifestazioni simili sono avvenute in altre venti città italiane.

Presto l’azione è stata rivendicata con un comunicato dal «Coordinamento Macachi Liberi», il quale «intende mantenere alta l’attenzione sulla sorte dei sei macachi detenuti negli stabulari dell’Università di Parma che, in collaborazione con l’Università di Torino, li sta sottoponendo all’esperimento “Lightup – Turning the cortically blind brain to see”».

Lo scopo dell’azione è stato anche quello di chiedere al ministro della Sanità Roberto Speranza di mettere fine alle sperimentazioni. Si torna così a parlare di vivisezione, diritti degli animali e presunte sofferenze subite dai macachi utilizzati dai ricercatori.

Tutte queste argomentazioni non corrispondono alla reale natura del progetto LightUp, eppure a causa di queste vere e proprie fake news animaliste diversi ricercatori coinvolti sono stati oggetto di pesanti minacce, tra questi c’è anche Marco Tamietto, il quale spiega a Open come stanno realmente le cose.

Cosa studiano i ricercatori del progetto LightUp

I dati lasciano poco spazio alle interpretazioni. Nessuna associazione inviperita contro il progetto LightUp è riuscita finora a smentirli. Cominciamo col chiarire in cosa consiste esattamente la ricerca sui macachi e qual è il suo scopo.

«Quando la mappa che il cervello crea della scena davanti ai nostri occhi è danneggiata, a causa di una lesione cerebrale, alcune funzioni rimangono sorprendentemente intatte – spiega Tamietto – Siamo in grado di afferrare oggetti, evitare ostacoli, riconoscere espressioni facciali, discriminare il movimento.

Tutto questo senza esserne consapevoli. Vogliamo potenziare queste competenze residue e orientare il potenziale di ricupero del cervello, la sua plasticità, promuovere quanto più possibile un recupero della funzione visiva. Per farlo dobbiamo prima studiare i meccanismi fisiologici e neuronali che ne sono alla base».

Quante persone sarebbero potenzialmente interessate?

«I dati disponibili dicono che solo in Italia, circa 200.000 nuovi pazienti ogni anno subiscono lesioni cerebrali di origine vascolare come l’ictus – continua il ricercatore – a cui vanno aggiunte altre lesioni acquisite come tumori o traumi.

La perdita della vista, in una parte o in tutto il campo visivo, è una delle conseguenze più frequenti e invalidanti di un danno al cervello e colpisce tra il 45% e il 70% dei pazienti».

Perché è necessario utilizzare anche i macachi

«Se vogliamo studiare la relazione tra visione e comportamenti complessi abbiamo bisogno di un organismo complesso nella sua interezza – spiega Tamietto – Questo esclude ovviamente poche cellule in un vetrino.

I metodi non invasivi sull’uomo come le neuroimmagini, che vengono usate nel progetto, ci danno una mappa utile, ma anche imprecisa e molto in ritardo rispetto alle reali risposte dei singoli neuroni in tempo reale.

Questo livello di analisi è essenziale per capire, anche a livello di singola cellula, i fenomeni di plasticità che si verificano in seguito a una lesione, come stimolarli e orientarli per promuovere il recupero della vista».

Le associazioni che criticano la vostra ricerca dicono che la sperimentazione animale è inutile. Alcune fanno leva sull’immagine del ricercatore che tortura e acceca i macachi per sadismo.

«Quando è scientificamente dimostrato che esistono metodi sostitutivi, allora la sperimentazione animale non può essere condotta per legge – continua il ricercatore – E’ un obiettivo verso cui tendere, ma non è una possibilità ancora praticabile in tutti gli ambiti, soprattutto nel campo della ricerca di base.

Chi dice il contrario mente, per ignoranza o malafede. Basterebbe leggersi la direttiva europea che regola la protezione degli animali utilizzati a fini scientifici (63/2010).

Sulla utilità clinica ci sono poi esempi infiniti. Solo la settimana scorsa l’Unione europea ha autorizzato il primo vaccino sull’ebola, che vuol dire milioni di vite umane salvate, e che è stato sviluppato grazie al contributo fondamentale della sperimentazione su primati non umani.

Ma questo vale anche per malattie più ordinarie. Non a caso il manifesto in difesa della ricerca biomedica che abbiamo promosso insieme a Research4Life ha ottenuto anche il sostegno della Federazione nazionale dell’ordine dei medici, oltre a tre premi Nobel, molte associazioni scientifiche, centri di ricerca e più di 20,000 cittadini.

Quanto alla cecità, abbiamo detto in tutti i modi che gli animali non verranno resi ciechi. A pazienti con una lesione simile o più estesa di quella praticata sugli animali, non verrebbe neppure ritirata la patente di guida».

Cosa non viene fatto ai macachi?

«La legge stabilisce che siano “vietate le procedure che non prevedono anestesia o analgesia qualora esse causino dolore intenso a seguito di gravi lesioni all’animale” – spiega Tamietto – a meno che l’oggetto della sperimentazione non sia l’anestetico stesso, cosa che ovviamente non riguarda il progetto di cui sono responsabile scientifico (art. 14, comma 1. Dlgs. 26/2014).

Anche i continui riferimenti a test tossicologici e di validazione dell’efficacia dei farmaci è del tutto fuori luogo, perché il progetto non testa sostanze chimiche o farmaci.

Quanto alla parola “vivisezione” una recente sentenza della Corte di Cassazione la riconosce come diffamatoria (n. 14694 del 19/07/2016)».

Si è polemizzato anche sul fatto che per questo progetto avete ottenuto due milioni di euro. Dunque usate i macachi per arricchirvi?

«Le proposte sono valutate in una libera competizione tra le idee migliori e più innovative – continua il ricercatore – e giudicate nei loro aspetti scientifici, tecnici e etici da organismi indipendenti, composti da ricercatori con comprovate competenze.

I soldi non vanno ai singoli, ma alle Università, che li amministrano nel rispetto di tutte le regole di trasparenza e controllo di un ente pubblico. Con quei soldi i ricercatori pagano tutto, i costi delle attrezzature, di gestione, delle persone coinvolte.

Quale altro meccanismo dovrebbe garantire meglio l’impiego di risorse pubbliche? L’assegnazione per votazione popolare, o per prossimità politica? Non dimentichiamoci che siamo il paese del metodo Di Bella, di Stamina, del movimento No vax, e del boom delle cure omeopatiche».

Come si potrebbe dimostrare una alternativa alla sperimentazione animale?

«Non esiste nessuna linea di finanziamento pubblica dedicata a chi fa sperimentazione animale – spiega Tamietto – I progetti di neuroscienze competono con altri di neuroscienze, quelli di fisica o di storia con altri progetti di fisica o storia.

Se la proposta non è la migliore, i metodi non sono i più efficaci possibili per raggiungere gli obiettivi di conoscenza e cura, il progetto non viene selezionato.

Proporre tra i metodi la sperimentazione animale non dà di per sé alcun vantaggio competitivo. Il progetto LightUp è stato valutato e approvato dal European research council, e del suo comitato etico, ovvero il più prestigioso ente europeo nella valutazione e nel finanziamento della ricerca.

Solo il 10% circa delle richieste viene selezionato sulla sola base dell’eccellenza scientifica, e finanziato per somme analoghe o superiori a quella che abbiamo ottenuto. Ci consente di tenere in Italia giovani ricercatrici e ricercatori e di attrarre nuovi talenti».

Anche il Ministero della salute ha approvato il progetto?

«Certo, è necessario per legge – conferma il ricercatore – Senza autorizzazione non potremmo procedere. In questo caso il Ministero invia il progetto al suo organo di massima consulenza tecnico-scientifica, ovvero il Consiglio superiore di sanità, il quale lo valuta rispetto a molti fattori, tra cui l’innovatività, l’indispensabilità della sperimentazione animale, e potenziali ricadute in termini di salute pubblica. Tutti aspetti valutati positivamente e alla base dell’autorizzazione».

Lav però ha fatto ricorso al Tar per chiedere la revoca dell’autorizzazione, sostenendo che esisterebbero metodi alternativi sull’uomo che non giustificano l’uso degli animali.

«Il TAR ha rigettato l’istanza – continua Tamietto – scrivendo che “le ricorrenti non forniscono la prova o un principio di prova della infondatezza della tesi … attraverso la dimostrazione di metodiche scientifiche alternative … rispetto a quelle previste dalla sperimentazione contestata, che consentano di raggiungere i medesimi risultati di ricerca applicata o traslazionale”.

Passata la propaganda restano i fatti».

Foto di copertina: Coordinamento Macachi Liberi/Lo striscione all’Università di Parma.

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