A 50 anni dalla strage di piazza Fontana: le ombre e i depistaggi. Lo storico: «I giovani devono sapere che la democrazia reagì»

Nell’intervista allo storico Angelo Ventrone, abbiamo ripercorso il periodo più buio della storia italiana. Servizi segreti, politici disposti a tutto e una serie di omicidi “controllati”. «Ma gli anticorpi della democrazia hanno resistito e la strategia della tensione ha perso. Solo con la trasparenza, oggi, possiamo riappacificarci con il passato»

C’è voluto meno di un secondo per creare quel buco al piano terra della Banca Nazionale dell’Agricoltura. Un boato, sette chili di tritolo compressi in una ventiquattrore nera e 17 persone strappate via alla vita. È il 12 dicembre 1969, ore 16:37. Il fumo oscura piazza Fontana. Ma quel fumo in realtà serviva a far alzare la nebbia sull’Italia: quasi vent’anni di depistaggi, tensione e poteri occulti che si intrecciano con l’ideologia più cieca.

Ci sono voluti 50 anni per riempire quel buco. Mancano ancora strati di verità, ma i faldoni compilati da magistrati coraggiosi, gli articoli di giornalisti che non si sono arresi al racconto artificioso e il coraggio di chi ha testimoniato stanno colmando il vuoto che «la madre di tutte le stragi» ha generato.

Solo una sentenza della Corte di Cassazione, nel 2005, è riuscita a individuare in Franco Freda e Giovanni Ventura, attori dell’eversione nera, i responsabili della strage di piazza Fontana. È una verità storica, ma un’ingiustizia giudiziaria: i due non erano più perseguibili penalmente in quanto assolti con giudizio definitivo dalla Corte d’assise d’appello di Bari, nel 1985.

Ancora oggi, restano sconosciuti i nomi dei mandanti e non c’è dato sapere che ruolo abbiano giocato i servizi segreti italiani ed esteri. Diventa sempre più difficile rendere giustizia alla scomparsa di Giuseppe Pinelli, l’anarchico accusato ingiustamente della strage di piazza Fontana e trattenuto illegalmente in questura. Morì precipitando dal quarto piano, dopo tre giorni di interrogatori. Insieme a quella di Pinelli, decine di morti sospette sono avvenute dagli anni ’60 agli anni ’80.

No, non è bastato mezzo secolo per diradare la nebbia che cominciò a coprire l’Italia negli anni ‘60. Alcuni raggi di luce ci sono stati e sono la ragione che muove la ricerca del professore Angelo Ventrone, storico e docente dell’Università di Macerata: la speranza è che la democrazia, i suoi anticorpi e il tempo aiutino a trovare sempre più brandelli di verità. «La storia serve a rendere il passato nostro amico. Per non farci tradire da lui, il mio augurio è che queste zone d’ombra dell’Italia di quegli anni si illuminino». Con lo storico, abbiamo fatto luce su cosa è stata la strategia della tensione, sulle cause e sulle conseguenze di quel 12 dicembre 1969.

Veduta di piazza Duomo transennata dopo l’attentato alla Banca Nazionale dell’Agricoltura in piazza Fontana, Milano, 12 dicembre 1969

La strage di Piazza Fontana segnò l’inizio di quella che lei, nel suo libro, definisce “strategia della paura”, perché?

«Il terrorismo nell’età contemporanea è diventato un’altra cosa rispetto al passato: non è più solo uno strumento per mostrare la propria forza e colpire il nemico, ma diventa uno strumento per condizionare l’opinione pubblica. Avevano i mezzi e le conoscenze tecniche per manipolarla. Soprattutto a livello emotivo e psicologico. La paura di morire, l’istinto di sopravvivenza, sono stati d’animo sui quali è più facile lavorare».

Chi elaborò questa strategia?

«Sono i comandi militari francesi che elaborano le linee essenziali per debellare il comunismo. Dovendo affrontare prima in Indocina e poi in Algeria dei movimenti di liberazione nazionale, capaci attraverso la propaganda e il terrorismo di radicarsi nelle masse popolari, elaborano un insieme di strumenti che partono dalle ragioni per cui i movimenti comunisti, seppur militarmente più deboli, sono riusciti ad aver successo, e si convincono che per sconfiggerli bisogna utilizzare le loro stesse armi».

Quali armi?

«Coinvolgimento delle masse e capacità di manipolarle con la propaganda e il terrorismo. I francesi iniziano a estendere questi sistemi a tutti i Paesi occidentali dove c’è il pericolo che un movimento comunista arrivi al potere».

C’era effettivamente “un pericolo comunista”?

«Parte degli ambienti in cui matura la strategia della tensione leggono il ‘68 e il ‘69 come la prova che è iniziato l’attacco finale del comunismo. Non perché pensino che dietro i moti studenteschi ci sia necessariamente il Partito comunista, ma perché sono convinti che il Pci approfitterà del disordine, del caos sociale, degli scioperi dell’Autunno Caldo per arrivare al potere. Questo è il motivo per cui per gli attentati, a partire da Piazza Fontana e alcuni che precedono quella strage, si cerca di dare la colpa al Partito comunista: volevano giustificare un intervento rapido per estromettere i comunismi da ogni gioco di potere».

Veduta esterna della Banca Nazionale dell’Agricoltura in piazza Fontana dopo l’attentato, Milano, 12 dicembre 1969

Qual era la retorica utilizzata per giustificare, internamente, un modus operandi di questo tipo?

«La dottrina della guerra controrivoluzionaria importata dai francesi è molto interessante perché utilizza un linguaggio medico che chiarisce bene il senso di quello che sta succedendo. Si diceva “la repressione deve utilizzare il metodo chirurgico”. Chi è al potere interveniva per eliminare i capi della rivoluzione, le loro bande, estirpandole dal corpo sociale come se fossero cellule malate. Quando però, e lo sperimentano per primi i francesi in Indocina e in Algeria, ci sono dei Paesi come l’Unione sovietica e la Cina con cui bisogna convivere, che non si possono eliminare dalla scena internazionale anche perché dal ‘49 l’Urss ha la bomba atomica, non basta più la chirurgia per reprimere i moti comunisti. Ci sono Paesi che addestrano i terroristi, li armano e li mandano in continuazione in tutto il pianeta per diffondere la sovversione. Allora si comincia a utilizzare la metafora della medicina preventiva, della profilassi sociale».

Non bastava più, quindi, la “chirurgia di precisione”?

«Si immaginarono l’organismo sociale come se fosse aggredito da un virus, quello comunista. Divenne importante intervenire sull’intero organismo sociale, non bastava più asportare solo la parte malata. E si studiarono due modi per intervenire, con termini che all’epoca usavano gli attori della strategia della tensione. Quello dei vaccini o delle contro-infenzioni, cioè una dose controllata di veleno per costringere l’organismo a rendersi conto del pericolo e a produrre gli anticorpi. La prospettiva è questa: il Partito comunista, soprattutto in Italia, ha rinunciato all’insurrezione armata e ha scelto la via legale per inserirsi in tutti i centri vitali della società nazionale. La scuola, l’università, la stampa, le forze dell’ordine, l’amministrazione. In questo modo, nessuno si accorge del pericolo mortale del comunismo e quindi il problema, come nel caso di un virus, è mettere in allarme il sistema sociale. Il comunismo, come dicono loro, è “un lupo con la testa di agnello”: per il momento utilizza metodi legali, quando arriverà al governo per via democratica, non tanto trasformerà l’Italia in una repubblica popolare, ma farà uscire l’Italia dalla Nato, indebolendola sul fronte del Mediterraneo ed esponendola a un’invasione fisica o ideologica dell’Urss».

E il secondo metodo?

«Una dose controllata di veleno, cioè gli attentati “controllati”, gravi ma con una funzione strumentale, presentati come se fossero stati colpa della sinistra, servono ad allertare il corpo della società. “Non dimenticate che il comunismo è pericolo” era l’idea da inculcare con gli attentati. Il secondo metodo, ripetendo i loro termini medici, “l’organismo, una volta che si è sviluppata l’infezione, potrebbe essere recidiva e infettarsi del virus comunista anche nel futuro. Allora – dicono – occorre una cura di vitamine e ormoni per l’organismo sociale”. In quel contesto, le dosi erano costituite da una sorta di riformismo, spingere la società verso maggiore giustizia sociale, alcune forme di tutela, e quindi a non avere più ragione per propendere verso il comunismo, ma accettare il sistema vigente. Ciò che è curioso è che in alcuni progetti golpisti degli anni ‘70 ci sono piani di questo tipo, si trovano in alcuni documenti dell’epoca».

Nel momento in cui si scopre che quegli attentati erano di matrice nera, la strategia avrebbe dovuto rivelarsi fallimentare. Eppure il comunismo, oggi, è “debellato” dal mondo occidentale.

«L’intento di impedire l’accesso del Pci al governo è stato praticamente raggiunto, a parte il sostegno esterno dopo il rapimento di Aldo Moro. Non credo che il piano sia stato perfetto, ma ci sono state una serie di cause che comunque hanno portato alla fine del comunismo in Italia. Fortunatamente, la strategia della tensione non è arrivata a compimento grazie all’opera di magistrati, giornalisti e investigatori coraggiosi: sono riusciti a impedire la realizzazione di quella “democrazia blindata”, che era il fine che si voleva raggiungere».

Il giudice istruttore Gerardo D’Ambrosio di spalle accanto ai periti durante il sopralluogo per la morte di Giuseppe Pinelli, il cui cadavere giace per terra, a Milano, il 16 dicembre 1969

In quali ambienti si sviluppò l’idea di una democrazia blindata?

«Gli ambienti sono vari, ci sono tanti attori con progetti e programmi diversi. Però convergono su un punto: isolare la sinistra. La colpa dell’instabilità, del caos era da scaricare sulla sinistra, non tanto per arrivare a un golpe fascista, progetto che appartiene solo a ristrette minoranze degli ambienti della strategia della tensione. Ma delegittimare la sinistra e impedirne l’avvicinamento al governo era il fine comune a tutti. Questa parte del progetto per certi versi non è riuscita per com’era nei piani. Il Partito comunista, almeno fino al ‘76, ha continuato ad ampliare il suo consenso, certo deradicalizzandosi sempre di più grazie a Berlinguer che prese parzialmente le distanze dall’Unione sovietica. Da una parte il piano sembra avere successo, dall’altra le cose non vanno per il verso giusto tant’è che alcuni responsabili delle stragi verranno via via individuati, usciranno persino i nomi di alcuni ufficiali dell’esercito e delle forze dell’ordine».

Molti responsabili, però, mancano all’appello.

«Il paradosso è che noi abbiamo come condanne definitive un numero maggiore di depistatori rispetto al numero dei responsabili delle stragi. Del lavoro è stato fatto, non è vero che ancora domina incontrastata la nebbia su quel periodo. Alcuni risultati sono stati raggiunti, ma il numero dei depistatori maggiore rispetto a quello dei responsabili indica che sulle stragi di quegli anni c’è ancora molto da scoprire».

La strategia della tensione, oggi, resta un’ipotesi o è un fatto concreto?

«Abbiamo ormai delle certezze. Su questa questione possiamo smetterla di utilizzare il condizionale: la sentenza della Corte d’assise di Milano nel luglio 2015, confermata dalla Cassazione nel giugno 2017. Mi riferisco alla sentenza che condanna all’ergastolo Carlo Maria Maggi e Maurizio Tramonte, responsabili della strage di piazza della Loggia, a Brescia, il 28 maggio del ‘74. Ci sono delle parti in quelle sentenze che colpiscono: l’intreccio di interessi e protagonisti è molto ben delineato: settori delle forze armate, settori delle forze dell’ordine, buona parte carabinieri, settori della politica, della massoneria, dell’imprenditoria. C’è un’importante partecipazione dei servizi segreti italiani e stranieri, soprattutto americani. E poi, sempre in quelle sentenze, si fa luce sugli esecutori concreti degli attentati, che sono gli ambienti neonazisti e neofascisti di Ordine nuovo e Avanguardia nazionale, e degli altri piccoli gruppi che ruotano intorno a loro».

Tutti questi settori erano mossi solo dall’ideologia o procacciavano potere, ricchezza?

«Indubbiamente l’ideologia è solo una delle componenti. C’è un deciso anticomunismo. C’è il dato oggettivo che il comunismo, dove è arrivato al potere, si è rivelato nemico della libertà: fa legittimamente paura, per quanto il Pci avesse una natura diversa dai cosiddetti partiti fratelli dell’Europa orientale. Comunque possiamo parlare di tre livelli di intenti comuni. Il livello minimo è contenere l’espansione comunista. Il livello intermedio è scatenare ulteriori manifestazioni di piazza, disordini, per poter dispiegare l’esercito nelle strade, nel rispetto della Costituzione, proclamando lo stato di emergenza e attuare così la democrazia blindata. Questo avrebbe agevolato l’ingresso nel mondo politico da parte degli attori della strategia della tensione. Il livello massimo è provocare una situazione ingovernabile in cui tutto può essere messo in discussione e, forse, arrivare direttamente al potere».

Un’ambulanza si fa strada tra la folla accorsa all’esterno della Banca Nazionale dell’Agricoltura in piazza Fontana dopo l’attentato, Milano, 12 dicembre 1969

Piazza Fontana: perché la chiamiano “La madre di tutte le stragi”?

«Perché inizia lì il momento più drammatico della nostra storia recente. È vero però che la strategia della tensione comincia a essere elaborata agli inizi degli anni ‘60, di fronte all’arrivo dei socialisti al governo. Le preoccupazioni aumentarono perché si diffuse l’idea che c’era un gruppo di idioti che aveva voluto l’alleanza con i socialisti aprendo la porta per l’arrivo dei comunisti. Il timore è che in Italia si realizzi quello che che è successo nel secondo dopoguerra nell’Europa orientale. I comunisti arrivarono al governo in larghe coalizioni che univano le forze che si erano opposte all’occupazione nazista. Poi, però, occupando posizioni di rilievo, si impadronirono del potere».

Quindi le Brigate rosse, con omicidi e attentati, hanno fatto il gioco di chi ha utilizzato la strategia della tensione per screditare la sinistra?

«Potremmo dire proprio così. Anzi, la strategia della tensione, che a metà degli anni ‘60 è già attiva, prevedeva che alcuni uomini si infiltrassero nelle organizzazioni dell’estrema sinistra, cosiddette filocinesi, o negli anarchici, per manipolarli e far alzare loro il livello di scontro. Per esempio Giovanni Ventura, responsabile di piazza Fontana, si finge editore di estrema sinistra proprio con lo scopo di infiltrare questi gruppi. A quel punto le vie di uscita restano solo due: o il Partito comunista è costretto, per non perdere il contatto con la base militante, ad accrescere il suo radicalismo e allinearsi con le frange più scontrose, o ne prendeva le distanze e quindi, deradicalizzandosi avrebbe perduto parte della sua ideologia rivoluzionaria. Il Pci si trova a un certo punto a dover rincorrere l’estrema sinistra che lo tallona, che lo rimprovera di aver rinunciato alla rivoluzione».

Il Pci non aveva sentore che si ordivano trame per farlo cadere?

«Una delle ragioni che hanno impedito la degenerazione del sistema è che il Partito comunista, consapevole della posta in gioco e consapevole che si stava orchestrando una sorta di trappola, riesce a controllare i suoi militanti impedendo scontri e disordini. Sappiamo, abbiamo delle prove che il Pci già dagli anni ‘60 era consapevole di queste manovre alle sue spalle. Nei mesi precedenti a piazza Fontana ci sono delle circolari interne che dicono “Non usate i telefoni perché siamo intercettati”, oppure “Mettete le tendine alle finestre”, “Rinforzate i portoni d’ingresso”. A Botteghe oscure, nell’estate del ‘69, vengono addirittura accumulati viveri e il terrazzo riempito di pietre, come se ci si preparasse a un assedio. Però, tutte queste informazioni non vengono diffuse con i militanti perché si teme che gruppi di attivisti esasperati possano scendere sul terreno della violenza e far cadere il Pci nella trappola».

Cosa non sappiamo ancora di piazza Fontana?

«Non abbiamo ben chiaro il ruolo degli attori internazionali: nelle tante sentenze, nel corso dei 50 anni, si delinea un loro ruolo. Chi lo nega, oggettivamente non conosce i documenti. Non possiamo dire qual è stato nello specifico il ruolo, soprattutto per quanto riguarda le azioni dei servizi segreti esteri. Abbiamo certezze, invece, che la loggia P2 finanzia gruppi di neofascisti toscani già prima della strage del treno Italicus. Quel che è certo siamo arrivati a individuare gli ambienti esecutivi, sappiamo diverse cose degli ambienti di medio livello, in particolare la partecipazione di uomini delle forze armate, delle forze dell’ordine e dei servizi segreti nel coprire e depistare le indagini. Ci manca il livello dei mandanti: bisognerà ancora fare molto».

La strage del treno Italicus a Bologna, in una immagine del 04 agosto 1974

Siamo vicini a rimuovere le ombre che restano?

«Ormai è sempre più complicato: i testimoni vengono meno, i documenti sono stati distrutti. In base alla cosiddetta direttiva Renzi tutto il materiale in possesso delle amministrazioni pubbliche deve essere desecretato. Per esperienza diretta, misuro che molto materiale non è stato consegnato, ma anche perché è difficile capire il materiale che c’è: noi ci affidiamo a chi ha creato questi archivi, però…».

Lei ha scritto “La strategia della paura”, un libro in cui analizza in profondità l’eversione e lo stragismo di quegli anni. Quali sono i dettagli emersi che non appartengono ancora all’opinione pubblica?

«Io ho sentito alcuni protagonisti di quelle vicende che oggi sono disposti a parlare e a discuterne di persona. La cosa più interessante, incrociando le informazioni, è che nel momento in cui siamo andati più vicini al golpe in Italia, gli stessi strateghi della tensione si sono adoperati per disinnescarlo. La strategia della tensione infatti prevedeva la realizzazione di una democrazia a libertà limitata, non a un golpe fascista. E il momento in cui siamo andati più vicini a quel golpe è stato proprio in occasione della strage di piazza Fontana».

Come mai?

«Ci sono molti segnali. Il 14 dicembre, due giorni dopo la strage, era prevista una grande manifestazione per l’uccisione di Antonio Annarumma avvenuta qualche settimana prima. Quella manifestazione doveva essere l’occasione per scatenare incidenti di piazza, sommando così lo shock per i morti di piazza Fontana agli incidenti durante la protesta. Dovevano essere i due pretesti per chiedere lo stato di emergenza e l’intervento dei militari. A un certo punto, però, successe qualcosa di oscuro. Abbiamo visto gli effetti ma non ne conosciamo le ragioni. Il 13 dicembre il presidente del Consiglio della Dc, Mariano Rumor, vietò tutte le manifestazioni pubbliche facendo saltare quella del 14 evitando gli incidenti. Che sarebbero avvenuti: sappiamo che c’erano gruppi di fascisti che si stavano muovendo da tutta Italia per raggiungere la manifestazione di Roma e che erano ben preparati a scontri gravi. In qualche modo qualcuno è riuscito a far saltare quegli incidenti che avrebbero portato allo stato di emergenza».

Ma se l’obiettivo era creare una democrazia blindata, un golpe non avrebbe permesso di raggiungere direttamente il potere?

«Io mi sono fatto una personale convinzione. I golpe sono stati disattivati sempre subito prima di entrare nel vivo. Quello Borghese, nel dicembre del 1970 alla Rosa dei venti, al cosiddetto golpe Bianco. Ci furono almeno cinque tentativi di golpe sventati. E sono stati tutti disattivati un attimo prima. Il numero di attentati mortali è sempre distanziato nel tempo in modo tale da non provocare un collasso delle istituzioni. La convinzione è che in realtà la confusione, la nebbia era l’obiettivo primario della strategia della tensione. Non è il risultato dei depistaggi, delle assoluzioni, eccetera. Ma era il primo obiettivo degli strateghi: non rendere comprensibile la verità, creare un velo che protegesse i mandanti. Gli attentati, i golpe, io li vedo più come minaccia alle sinistre, come dire “State attenti a non superare una certa soglia”. Un po’ come accadde per il piano Solo, nel 1964, quando si allertano i socialisti. L’obiettivo non è un salto indietro con un golpe fascista, ma costruire una minaccia costante e creare una situazione per cui la credibilità della sinistra fosse messa in discussione così da tenerla lontana dalle aree di governo».

Giuseppe Pinelli in una foto d’archivio

Pinelli è stato ucciso o è caduto da solo dalla finestra?

«Ci sono molte morti sospette e molti suicidi sospetti sui quali non abbiamo certezze. I sospetti ci sono perché molte vittime sono persone a conoscenza di fatti rilevanti e disposte a testimoniare. Il fatto che fossero persone pericolose per chi ha architettato la strategia della tensione fa ritenere che le loro morti siano sospette, ma non ci sono certezze. Veniamo a Pinelli, in qualche modo la verità ufficiale è quella del malore che gli fa perdere l’equilibrio quando si affaccia alla finestra. Personalmente, la ritengo una spiegazione che ha delle fragilità, ma non ci sono altre spiegazioni certe e alternative».

La sensazione è che alcune macchie siano indelebili e che non riusciremo mai a rimuoverle.

«Non è così, bisogna avere fiducia e speranza nella democrazia. Come hanno dimostrato le indagini ripartite negli anni ‘90, il muro di omertà può crollare per varie ragioni: chi non ha commesso fatti di sangue, può iniziare a parlare con più tranquillità. C’è chi non regge il peso delle proprie responsabilità. C’è l’opera dei magistrati, degli investigatori, dei giornalisti che rivelano scenari nuovi. Quello che occorre dire è che la ricerca delle responsabilità è andata molto più avanti di quanto l’opinione pubblica abbia percepito. La nostra democrazia non è rimasta inerte rispetto alla nebbia. Una parte di questa nebbia è stata diradata. Questo è importante sottolinearlo perché l’idea delle stragi impunite non corrisponde a verità: ci sono responsabilità individuate, ci sono depistatori individuati, ci sono ambienti politici la cui degenerazione è stata messa in luce».

Spesso la narrazione assume un’altra piega, ovvero quella dei poteri oscuri che rimarranno per sempre impuniti.

«Bisogna dire la verità. Bisogna dirla forte ai giovani che non hanno vissuto quegli anni, per evitare di raccontare una storia nazionale fatta solo di fallimenti e occasioni perdute. Non è vero: la democrazia è riuscita a difendersi e, per certi versi, con tutte le zone d’ombra, è riuscita a vincere la battaglia contro quel sistema. Da questo punto di vista, la degenerazione di piazza Fontana come strage di Stato è sbagliata. Perché lo Stato non era un monolite, non era qualcosa di compatto. C’era una parte che copriva, ometteva, disinformava. Ma c’era una parte dello Stato che lottava per la verità e lottava contro i protagonisti di questa fase drammatica. Magistrati, uomini delle forze dell’ordine, giornalisti, fedeli e leali alla Costituzione repubblicana che hanno contribuito a contenere i danni e a portare luce su quel mondo che non è ancora trasparente, ma che stiamo pulendo man mano. Hanno rischiato la vita e dobbiamo ricordarlo».

Riusciremo a riappacificarci, un giorno, con quel passato?

«Lo storico ha il compito di rivisitare il passato, farlo rivivere e nello stesso tempo misurarne la distanza rispetto all’oggi. Lo storico svolge un po’ il compito della sepoltura, come nella vita seppelliamo i nostri cari. Ecco riviviamo la presenza del passato ma dobbiamo prendere coscienza che la situazione è cambiata, è diversa. Ci riappacifichiamo con il passato nel momento in cui lo sentiamo vivo e contemporaneamente non ci sentiamo più oppressi da esso. La storia serve a questo: il passato deve diventare nostro amico. Per non farci tradire da lui, il mio augurio è che queste zone d’ombra dell’Italia di quegli anni si illuminino. Solo così la nostra memoria collettiva potrà riappacificarsi con un passato così difficile».

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