«Di Maio agli sgoccioli»: il capo politico potrebbe lasciare la guida dei 5 stelle

I risultati elettorali attesi in Emilia-Romagna, il 26 gennaio, e le pressioni dei parlamentari scontenti della gestione del Movimento spingerebbero il ministro degli Esteri a compiere un «passo di lato»

Non c’è pace per Luigi Di Maio: il Movimento 5 stelle, da primo partito in Italia a marzo 2018, in un anno ha dimezzato i consensi diventando terza forza politica su scala nazionale.

L’elezioni regionali, prima in Umbria e poi, il 26 gennaio, in Emilia-Romagna restituiscono l’immagine di un partito ininfluente sulla scena politica locale. Nel frattempo, non si arresta lo stillicidio di deputati e senatori: tra espulsioni o addii al movimento, i parlamentari 5 stelle vanno a infoltire il Gruppo Misto o, peggio, quello della Lega.

Infine, il sistema di rendicontazione definito da alcuni «poco chiaro» e la presenza della Casaleggio Associati hanno creato la tempesta perfetta intorno alla figura del capo politico.

Il Fatto Quotidiano anticipa addirittura la data di una possibile rinuncia al ruolo di capo politico: Di Maio, scrive il quotidiano, «potrebbe lasciare la carica attorno al 20-21 gennaio, appena eletti i nuovi facilitatori regionali del Movimento». Questa opzione gli risparmierebbe l’ennesimo insuccesso elettorale a livello regionale: tutti gli ultimi sondaggi riguardanti l’Emilia-Romagna danno i 5 stelle sotto la soglia dell’8%.

Schiacciato tra Grillo e Conte

L’impressione è che Di Maio, dietro alle apparenze, non abbia più il controllo del partito: è stretto dalla morsa di due figure più influenti di lui. Da un lato c’è il garante, Beppe Grillo, che di fatto ha imposto la formazione dell’alleanza di governo con il Partito democratico. Dall’altro c’è Giuseppe Conte, la cui popolarità adombra ogni scelta, ogni presa di posizione si Di Maio.

In questo scenario, i malumori, un tempo sussurrati, per la sua gestione del Movimento si sono fatti assordanti. «Lo vogliono spingere verso la porta», confermano al Fatto fonti vicine al ministro degli Esteri. Il «passo di lato» del capo politico, ruolo di cui è stato investito a dicembre 2017, con il benestare di Davide Casaleggio e di Grillo, pare un’ipotesi più attendibile dalla durata naturale del suo mandato di cinque anni.

Riorganizzazione del Movimento

Tuttavia, prima che ciò possa avvenire, Di Maio vorrebbe assicurarsi che la nuova organizzazione del Movimento prenda piede. La sua idea è quella di far eleggere dei facilitatori regionali dagli iscritti a Rousseau: tra le liste più votate, sarà lui a scegliere i nomi definitivi di chi coprirà i ruoli organizzativi sui territori. «Così l’elezione è un processo calato dall’alto», ha già contestato uno dei nomi forti del partito, Fabio Massimo Castaldo, vicepresidente del Parlamento europeo.

Il 9 gennaio, altro segnale di malumore, sette senatori del gruppo a palazzo Madama hanno redatto un documento che punta a riformare il Movimento. «Il Movimento deve essere guidato da un organo collegiale il più ampio e comprensivo possibile, a cui saranno demandate tutte le attività, tra cui quella fondamentale della selezione della classe dirigente del Movimento». Nel documento viene chiesto un cambio di rotta anche sul sistema delle rendicontazioni, sul rapporto di dipendenza da Casaleggio e «la non sovrapposizione tra incarichi di governo e organizzativi».

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