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No, non è dimostrato che i cellulari sono cancerogeni: la scienza non si fa in tribunale

Non sappiamo perché, ma tra comunità scientifica e Giustizia sembrano esserci “problemi di comunicazione”

È successo di nuovo. Un tribunale avrebbe considerato valida una tesi non supportata da evidenze scientifiche. Ci riferiamo a quella della Corte d’Appello di Torino che conferma la precedente di Ivrea, a favore del caso sollevato da un dipendente di Telecom Italia affetto da neurinoma del nervo acustico.

Più recentemente fece scalpore una sentenza del Tar del Lazio, rispondendo a un ricorso dell’Associazione per la prevenzione e la lotta all’elettrosmog, obbligando i ministeri dell’Ambiente, della Salute e dell’Istruzione a fare una campagna informativa sui presunti rischi di un uso «improprio» di cellulari e cordless.

Della sentenza di Torino colpisce in particolare un passaggio riguardante le ragioni della decisione, che riportiamo di seguito:

«La letteratura scientifica è divisa in merito alle conseguenze nocive dell’uso dei telefoni cellulari: da una parte l’Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro (IARC), facente parte dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (ente imparziale ed autorevole a livello mondiale) il 31.5.2011 ha reso nota una valutazione dell’esposizione a campi elettromagnetici ad alta frequenza, definendoli come “cancerogeni possibili per l’uomo” (categoria 2B); 

dall’altra lo studio Interphone individua un rischio del 40% superiore per i glioma (famiglia di tumori cui appartiene anche quello che ha colpito il ricorrente) negli individui che abbiano usato il cellulare molto a lungo e per molto tempo; gli unici studiosi che con fermezza escludono qualsiasi nesso causale tra utilizzo di cellulari e tumori encefalici sono i proff. Ahlbom e Repacholi, ma detti autori si trovano in posizione di conflitto di interessi, essendo il primo consulente di gestori di telefonia cellulare ed il secondo di industrie elettriche».

Il falso bilanciamento in aula

A prescindere dal conflitto di interesse di Ahlbom e Repacholi che «escludono qualsiasi nesso causale tra utilizzo di cellulari e tumori encefalici», resta un fatto: le onde elettromagnetiche dei cellulari sono «non ionizzanti», questo prescinde dai gestori di telefonia, perché riguarda la fisica.

Solo le onde ionizzanti sono abbastanza potenti da causare danni al Dna, creando quel nesso di causa-effetto coi tumori. Non esiste un dibattito in merito a questo in ambito scientifico.

Per quanto riguarda l’inserimento delle emissioni dei cellulari nella categoria 2B (possibilmente cancerogeni per l’uomo) della tabella dell’Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro (Iarc), questa si basa su studi epidemiologici, ovvero fatti tenendo conto di fenomeni già verificatisi e registrati precedentemente: non possono stabilire un collegamento causale del tutto accertato.

Tanto per capirci, in quella categoria troviamo anche il caffè, le verdure in salamoia, la carta carbone, gli scarichi di benzina, il talco e le monete di nichel.

Questo è importante perché – stando alla logica – nulla escluderebbe prossime cause legali in cui gli amanti delle verdure in salamoia accusino le ditte produttrici, o le segretarie in pensione gli ex capo-ufficio, perché esposte da decenni alla carta carbone.  

L’unico riscontro minimamente rilevante riguarderebbe il riscaldamento dei tessuti esposti a periodi prolungati ai campi elettromagnetici, fermo restando che in nessun modo è stato accertato un collegamento causale coi tumori.  

Fisica, genetica e oncologia non richiedono esperti che si occupano di telefonia mobile e non ci risulta un dibattito in seno alla comunità scientifica sui possibili danni delle onde non ionizzanti sulle persone, men che meno di natura oncologica.

Prendiamo atto del fatto che forse anche in questo campo – come per i cambiamenti climatici – possa esistere un false balance – ovvero un falso bilanciamento, dove pochi studi inconclusivi vengono messi sullo stesso piano di altri che li smentiscono.

Foto di copertina: Terje Sollie/Pexels/Cellulare.

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