Quattro anni fa l’uccisione di Giulio Regeni: la battaglia per la verità sul delitto continua

Studiava a Cambridge e lavorava al Cairo. Una storia che poteva essere quella di migliaia di studenti europei in mobilità. «L’impegno che i cittadini europei sono chiamati a prendersi per Regeni è un impegno per loro stessi»

«Ci saremmo aspettati un’azione più decisa e determinata nei confronti dell’Egitto, con un coinvolgimento più efficace dell’Europa». A 4 anni dalla scomparsa di Giulio Regeni, il ricercatore torturato e ucciso al Cario, le parole del padre Claudio ci ricordano che non è ancora tempo delle pacifiche commemorazioni. È ancora tempo di chiedere una partecipazione più decisa per la giustizia, sia da parte dell’Italia che degli altri Stati europei.

In tutto il Paese sono previste oltre 100 fiaccolate, in memoria di un ricercatore nato a Trieste nel 1988, che studiava a Cambridge e che portava avanti il suo lavoro in Egitto nel nome della libertà di ricerca. Studiava il ruolo istituente dei nuovi sindacati nati dopo le primavere arabe, un mondo evidentemente scomodo ad al Sisi, che con un colpo di Stato aveva preso il posto di Mohamed Morsi nel 2013 (morto in carcere a giugno del 2019)

Le battaglie italiane per la verità sulla sua uccisione e per la giustizia, però, sono rimaste appannaggio di un unico Paese (soprattutto nelle sue vesti civiche), che da solo ha dimostrato di non essere abbastanza forte per avanzare pretese sul regime egiziano. Nonostante la storia di Giulio riguardasse in prima persona ogni studente e ricercatore del nuovo millennio, di mobilitazioni significative in Europa non ce ne sono state.

Qualcosa si è mosso agli inizi sul fronte dipolomatico-istituzionale, quando nel maggio del 2016, a pochi mesi dall’omicidio, il governo britannico aveva chiesto «un’inchiesta trasparente per rispondere alle preoccupazioni della comunità internazionale sulla sicurezza degli stranieri in Egitto». Poche settimane prima, l’allora presidente francese François Hollande, durante un viaggio ufficiale al Cairo, aveva evocato la questione dei diritti umani in Egitto, il caso Regeni e quello dell’insegnante Eric Lang.

Episodi isolati, che non hanno minimamente compromesso i rapporti tra le autorità europee e il governo di al Sisi, che per anni non ha collaborato con la procura di Roma nelle indagini. Per questo, l’associazione EuropaNow!, insieme a Amnesty International e ad altre realtà come GaragErasmus, stanno portando avanti una campagna per sensibilizzare l’Unione europea e i suoi cittadini sulla morte di Giulio.

Balconi per Giulio in tutta Europa

«L’impegno che i cittadini europei sono chiamati a prendersi per Giulio Regeni è un impegno per loro stessi», dice a Open Giorgio Stamatopoulos di EuropaNow!, nata per promuovere uno spirito europeo e un senso di appartenenza civico, dettato dalla condivisione di valori come libertà, democrazia e solidarietà.

Alla fine del 2019, la magistratura italiana ha presentato al parlamento le conclusioni dell’inchiesta, in cui si affermava la collusione delle autorità egiziane, tra cui i servizi segreti, dichiarando in sostanza che quello di Regeni fu un omicidio di Stato.

«In questa vicenda, l’Italia è stata gravemente e ciecamente lasciata sola», dice Giorgio. «La nostra campagna invita tutti i cittadini europei ad appendere alla finestra striscioni e cartelli per chiedere in tutte le lingue verità per Giulio Regeni». Per ora, stando alla cartina di Amnesty, ci saranno mobilitazioni a Berlino, Cambridge e Wageningen (Paesi Bassi), mentre foto degli striscioni stanno arrivando anche dal Belgio.

Fonte EuropaNow! | Un cittadino di Bruxelles espone uno striscione per Giulio Regeni

«Vogliamo che la battaglia per Giulio faccia un salto di qualità a livello europeo, come chiedono gli stessi genitori», ha continuato Giorgio. «La verità negata a Giulio è una cosa che ci riguarda tutti e tutte. Se si lavorasse insieme, 28 Paesi riuscirebbero a dichiarare l’Egitto un posto non sicuro».

«Giulio era un ricercatore in mobilità. Esattamente uno di noi», ha detto a Open Fabrizio Bitetto, Ceo di GaragErasmus, una fondazione che raccoglie le esperienze di tutti gli studenti universitari che hanno scelto di andare all’estero durante il loro percorso formativo.

«Quello che gli è successo non può essere identificato come un problema di un solo individuo o di un solo Stato», continua. «Ottenere la verità per Giulio significa ottenerla per tutti e tutte. Riprodurre gli striscioni in Europa sarà un primo passo per far capire che si tratta di una questione a livello europeo».

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