«Pressioni sulla procura di Roma per metterla su quel volo»: svolta al processo Shalabayeva

La testimonianza dell’ex avvocato di una donna portata in Kazakistan illegittimamente

Una possibile svolta su un caso di sette anni fa che fece tremare il governo e mise pesantemente in discussione l’operato della Polizia italiana. Un testimone, l’ex avvocato di Alma Shalabayeva (moglie di un importante leader kazako), Federico Olivo, ha accusato direttamente la procura di Roma per un rimpatrio forzato accaduto a maggio del 2013 di cui si è discusso per anni.

Un pubblico ministero, ha detto Olivo (il file integrale dell’udienza è disponibile su Radio Radicale) gli confidò che mentre stavano decidendo come comportarsi circa il rimpatrio della moglie del dissidente Muktar Ablyazov – Alma Shalabayeva appunto – ricevette pressioni dall’ufficio immigrazione della Questura.

La storia del “rimpatrio” di Alma Shalabayeva è stata discussa per anni anche se ora che il processo è iniziato, come spesso accade, è finita nel dimenticatoio. Con l’accusa di sequestro di persona sono a giudizio, tra gli altri, il questore di Palermo Renato Cortese e il capo della polizia ferroviaria Massimo Improta.

Cosa è successo

Tra il 29 e il 31 maggio del 2013, la moglie di un dissidente politico kazako  – Alma Shalabayeva appunto – e la figlia Alua vengono prima arrestate e poi rimpatriate a forza verso il Kazakistan, sebbene abbiano un permesso di soggiorno come rifugiate in Gran Bretagna che vale anche in Italia.

Si saprà poi che a chiedere  di rintracciarle e rimpatriarle sono stati funzionari dell’ambasciata kazaka che – attraverso il Viminale – hanno prima chiesto all’Italia di arrestare Mukhtar Ablyazov (dissidente ed ex ministro) e poi, non riuscendo a rintracciare lui, hanno ottenuto di rimpatriare la moglie e la figlia, probabilmente con l’idea di convincere lui a farsi vivo.

Ansa/Angelo Carconi |Angelino Alfano durante i funerali di Paolo Bonaiuti nella Chiesa di Sant’Ivo alla Sapienza, Roma, 18 ottobre 2019

Nel corso delle indagini si trovò traccia di un tentativo di incontro con l’allora ministro dell’Interno, Angelino Alfano, che affidò la pratica al capo di gabinetto Giuseppe Procaccini (che proprio per questa vicenda fu costretto a dimettersi).

Subito dopo il rimpatrio forzato, anche grazie alla mobilitazione degli avvocati della donna che allora erano Riccardo e Federico Olivo, l’intervento dell’allora ministra degli Esteri Emma Bonino fu determinante per rivelare il caso e riportare sia Alma sia la bambina Alua in Italia, come rifugiate. Mukhtar Ablyazov fu fermato mesi dopo in Francia ma oggi, dopo il diniego dell’estradizione, vive a Parigi, mentre la moglie e la figlia sono ancora stabilmente a Roma.

Secondo le accuse della procura di Perugia, dove è finito il caso, le violazioni di legge per rimpatriare la donna sono state tante. Un passaggio importante è che, tra l’arresto e il rimpatrio a bordo di un aereo privato pagato dall’ambasciata kazaka (anche sulla legittimità di questo volo si è discusso molto), il 31 maggio 2013, gli avvocati di Alma Shalabayeva chiesero alla procura di Roma di intervenire per evitare la deportazione della donna o, almeno, per approfondire la vicenda prima di dare l’ok.

Gli argomenti erano tanti:

  • La donna sosteneva di avere documenti regolari, mentre la questura la accusava di avere un passaporto falso.
  • Sempre Shalabayeva chiedeva comunque di presentare una nuova istanza di asilo in Italia, perché temeva di tornare nel proprio paese, specie con la figlia piccola.
  • Sul trattamento riservato ad Ablyazov e ad altri dissidenti kazaki c’erano già all’epoca parecchi documenti di organizzazioni umanitarie, a cominciare da Amnesty international.
Ansa/Massimo Percossi | Il pm Eugenio Albamonte durante il processo contro i fratelli Occhionero per Cyber Spionaggio all’interno della Città Giudiziaria a piazzale Clodio, Roma

Il pomeriggio del 31 maggio, però, dopo aver inizialmente rassicurato gli avvocati di Alma che il rimpatrio sarebbe stato almeno rallentato, la procura di Roma decise invece di firmare il nulla osta all’espulsione: un doppio sì, visto che a siglare il documento c’era non solo il titolare del fascicolo, il pm Eugenio Albamonte, ma anche l’allora procuratore capo di Roma, Giuseppe Pignatone.

Perché quella firma? Il passaggio non è mai stato chiarito e l’indagine non ha mai riguardato direttamente la procura di Roma anche se il pm nel corso delle indagini sarebbe stato ascoltato come persona informata sui fatti.

Due giorni fa l’ex avvocato di Alma Shalabayeva ha raccontato in aula un fatto apparentemente nuovo. Alle domande del presidente del collegio, Giuseppe Narducci, ha risposto:

«Mesi dopo i fatti, Albamonte mi ha confermato di aver conferito con il procuratore capo della Repubblica di Roma che, in un primo momento gli aveva detto di aver fermato l’espulsione. Però poi ho saputo da lui che il capo dell’ufficio stranieri della questura, il dottor Improta, esercitò delle pressioni affinché quel rimpatrio avvenisse nell’immediatezza, su entrambi i pm, Albamonte e Pignatone. La procura si doveva limitare all’accertamento degli impedimenti di indagine e non andare oltre».

Ansa/Giuseppe Lami | Gli avvocati di Shalabayeva Ernesto Valenti, Federico Olivo e Riccardo Olivo nel corso di una audizione parlamentare il 16 luglio 2013

A questo punto, l’avvocato di Improta ha chiesto che Albamonte sia sentito a processo. Se dovesse confermare il racconto di Federico Olivo il processo avrebbe un’ulteriore svolta destinata a coinvolgere non solo il pm Albamonte ma anche l’ex procuratore capo, Pignatone. E’ anche possibile che il contatto tra questura e procura ci sia effettivamente stato, come pare confermato, ma che poi la procura abbia valutato di dire sì all’espulsione di Shalabayeva per una valutazione tutta sua. Di certo, almeno stando a quel che si sa oggi, i pm romani non sapevano di un contatto tra l’ambasciata kazaka e il Viminale e che la prima richiesta di procedere rapidamente arrivasse dalla diplomazia kazaka.

Il giudice Narducci potrebbe sciogliere la riserva sulla possibilità di convocare il pm alla prossima udienza: il 10 febbraio.

Foto di copertina: Ansa | Alma Shalabayeva

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