Sardine, la lettera a Conte: «Siamo a disposizione della buona politica. Iniziamo dal Sud e dalla sicurezza» – Il testo integrale

«Non chiediamo riconoscimenti – scrivono dal movimento – ma ascolto»

Chiusa la questione Emilia-Romagna, dal movimento delle Sardine arriva una lettera al presidente del Consiglio, Giuseppe Conte. Nel testo, che qui pubblichiamo integralmente, le Sardine si offrono come interlocutori di una certa parte politica: «Abbiamo bisogno di confrontarci, di dialogare e trovare interlocutori credibili e leali – scrivono -. Preferiamo i politici coraggiosi e lungimiranti a quelli che ogni giorno dicono di risolvere un problema». Ecco la lettera che Mattia Santori e le altre 6.000 Sardine hanno inviato, il 31 gennaio, a Conte.

“Onorevole Presidente del Consiglio, scriviamo a Lei in quanto massimo esponente del potere esecutivo, come espressione di una maggioranza parlamentare. È difficile provare a parlare per conto di una moltitudine di storie soggettive e desideri che hanno riempito le piazze di tutta Italia, testimoniando sete di partecipazione e segnando un punto di svolta nel panorama immobile della politica italiana. La genesi di questa esperienza ci indica che la spinta iniziale del movimento di popolo a cui abbiamo preso parte sta proprio nelle diverse anime che lo attraversano, ma che si muovono tutte, con sicurezza, nel solco dei principi e dei valori sanciti dalla nostra Costituzione.

L’incontro fra generazioni, così come lo stabilire un nesso comunicativo fra di loro, è un fatto importantissimo, impensabile fino a qualche tempo fa. Osservando ciò che è accaduto, ci rendiamo conto che dopotutto sono bastate un po’ di empatia e di cura nell’utilizzo delle parole per coinvolgere una parte di cittadinanza che si sentiva naufraga in una burrasca di “tweet” e “post” che rendeva sempre più distante la speranza di un approdo. Presidente, noi non abbiamo nulla da insegnare, ma oggi tutti ci chiedono come si sconfigge quel populismo che fino a tre mesi fa sembrava inarrestabile.

Non chiediamo riconoscimenti ma ascolto: abbiamo orecchie, occhi e cuori sparsi per l’Italia e tante storie da raccontare che varrebbe la pena concedersi il tempo di ascoltare. Non siamo un partito e neanche un governo ma quella connessione che la politica va cercando da decenni e quell’abbraccio che per troppo tempo è mancato tra noi italiani. Siamo il ritorno alla partecipazione, ma non presentiamo conti da saldare.

Abbiamo però un obiettivo: intendiamo arrivare dove gli slogan del populismo rischiano di ingannare gli elettori di oggi per poi generare i delusi di domani. Vorremmo arrivare nei luoghi in cui la politica rischia di perdere il suo senso più nobile, lì dove qualcuno pensa che la dignità dei cittadini valga meno di una manciata di voti. Per farlo abbiamo bisogno di capire di chi possiamo fidarci: noi procediamo in banchi, ma sappiamo bene che in mare aperto è possibile imbattersi in predatori famelici.

Abbiamo bisogno di confrontarci, di dialogare e trovare interlocutori credibili e leali. Capiamo l’attenzione della politica parlamentare, ma abbiamo bisogno di risposte e non di attestati di simpatia. Nutriamo profondo rispetto verso le Istituzioni, e abbiamo un alto senso dello Stato: è per questa ragione che abbiamo sentito l’urgenza di metterci la faccia e il corpo in un momento di grave crisi di valori. Preferiamo i politici coraggiosi e lungimiranti a quelli che ogni giorno dicono di risolvere un problema.

Vogliamo essere l’argine laddove una certa politica genera macerie, legittima un linguaggio d’odio che colpisce chi non risponde a precisi schemi sociali di potere, disegna cornici entro le quali la diversità e la pluralità costituiscono un ostacolo invece che un’opportunità. Amiamo la politica anche se ce n’eravamo dimenticati essendoci spesso sentiti orfani di rappresentanza. Crediamo nel ruolo dei corpi intermedi. Ci entusiasma sentirci protagonisti e se siamo apparsi dormienti è forse perché siamo stati invitati nella maniera sbagliata.

Siamo a disposizione della buona politica: dal basso, magari ingenuamente, ma di sicuro con spontaneità e gratuità. Ci fidiamo forse più di noi stessi che della classe politica, eppure siamo pronti a metterci in discussione perché crediamo nel processo di riavvicinamento che abbiamo intrapreso. Ma sappiamo bene che tutto ciò non dipende solo da noi cittadini. Vediamo tanta confusione, sia nel Paese, sia nel Parlamento, ma ci piace pensare che la matassa da sbrogliare possa diventare una rete di salvataggio.

Noi di reti ci riteniamo abbastanza esperti e ci piacerebbe trovare con Lei i fili giusti, per tessere percorsi e provare a sciogliere nodi. A partire dal Sud, un filo un po’ maltrattato, ma che malgrado tutto conserva la sua dignità e aspetta solo di divenire rete, parte di un coraggioso e fiero intreccio finalizzato alla crescita e alla cura. Il luogo in cui tante giovani menti, e persone nella loro interezza, crescono, si formano, ma poi vanno via.

Il secondo filo si chiama Sicurezza: sicurezza di un lavoro e sul lavoro, sicurezza di assistenza sanitaria, sicurezza di accesso ad un’istruzione di qualità. Il terzo filo si chiama Dignità della Democrazia, ed è quell’arteria vitale che ogni giorno, nella vita di ogni cittadino, collega la libertà al rispetto delle regole, la vita reale a quella virtuale, e che può aiutare a capire la differenza tra la politica con la P maiuscola e i suoi innumerevoli surrogati. È presumibile che Lei ci dica che di questi temi si è già parlato e che tanto è già stato fatto. Eppure, a nostro avviso, vi è alla base un problema d’interpretazione. Le parole sono importanti.

Quando il concetto di Sicurezza viene messo in contrapposizione al salvataggio di vite umane, alla tutela dei diritti fondamentali della persona dentro e fuori i confini nazionali o di percorsi d’integrazione e cittadinanza, si generano eclissi della ragione e sonni della civiltà. Quando il problema del Sud diventa l’invasione degli stranieri e non la fuga degli autoctoni o l’assenza di opportunità, si esclude ogni possibile sinergia tra l’accoglienza e la permanenza.

Quando una certa politica si ciba della contrapposizione tra salute e industria, si mina ogni possibilità di sviluppo e di lavoro e si logora la reputazione dello Stato. Quando le campagne elettorali divengono un ring senza regole né limiti alla decenza si accentua la distanza tra i cittadini e la Res Publica. Non siamo esperti, né tuttologi, ma siamo a disposizione, prima di tutto come individui e poi con le tante competenze che abbiamo al nostro interno. Saremo i primi a rinunciare ad un’automobile se ci verrà proposta un’alternativa credibile, i primi a difendere le fasce fragili ed emarginate della popolazione quando lo Stato non riuscirà a farsene carico, i primi ad investire se si scommetterà sull’innovazione e a lavorare se verranno assicurate le giuste garanzie sociali.

Saremo i primi a pagare le tasse perché le abbiamo sempre pagate, ma anche i primi a lodare un servizio pubblico quando questo sarà all’altezza delle aspettative e proporzionale ai sacrifici richiesti per renderlo fruibile. Saremo i primi a riempire le piazze quando la politica di qualsiasi colore mostrerà di non rispettare l’intelligenza delle persone, la dignità dei cittadini e la storia della nostra Repubblica.

Potremmo essere il popolo che avete sempre voluto, se riuscirete a dare corpo alla politica che abbiamo sempre sognato. Abbiamo portato luce a Bibbiano, Riace, Taranto. Saremo a Napoli e non vediamo l’ora di raggiungere ogni luogo che merita di essere raccontato e di raccontarsi. Ma da soli non bastiamo a noi stessi. Per uno strano scherzo del destino molte persone cercano risposte in noi, quando dovrebbero chiederle anzitutto alle istituzioni della Repubblica.

Non ci presentiamo a Lei nelle vesti di oracoli ma ci conceda, per un giorno, di sentirci come Ermes. Smettiamola di considerarci solo come elettori e politici. Iniziamo a onorare i nostri ruoli di cittadini e amministratori. Ognuno faccia la sua parte ma torniamo a dialogare. Crediamo possa essere questo il primo nodo da sciogliere, il primo passo verso un’Italia migliore”.

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