Roma, la strana storia del tentativo (fallito) di salvataggio della Casa delle Donne nel Milleproroghe

Un emendamento bocciato e ora un subemendamento dal destino incerto. Sullo sfondo, le possibili fibrillazioni della maggioranza di governo Pd-M5s

Una giornata di fibrillazioni, l’ipotesi (totalmente inaspettata) dell’arrivo di quei fondi che avrebbero salvato un’esperienza storica a Roma che si occupa di violenza di genere e diritti delle donne. La prima doccia fredda poche ore dopo e l’ultima in serata, con la conferma che lo stanziamento dei soldi per la Casa internazionale delle Donne della Capitale – da ormai un paio d’anni a rischio chiusura – è destinato con ogni probabilità a non essere inserito nel Milleproroghe. Sullo sfondo, le possibili fibrillazioni della maggioranza di governo Pd-M5s.


La Casa internazionale delle donne a Roma, 21 novembre 2017. ANSA/ Massimo Percossi

La Casa

La Casa internazionale delle Donne di Roma si trova nel complesso monumentale del “Buon pastore” a Trastevere, usato fin dal ‘600 come reclusorio femminile. Nei primi anni ’80 l’edificio viene destinato a finalità sociali, «con particolare riguardo alla cittadinanza femminile». È il 1987 quando il “Buon pastore” viene rivendicato dal Movimento Femminista romano, nel frattempo sfrattato dalla Casa delle Donne di via del Governo Vecchio – Palazzo Nardini (palazzo che, a onor di cronaca, è a oggi ancora inutilizzato).

Le femministe occupano lo stabile di via della Lungara a Trastevere e comincia quella che viene definita «una lunga trattativa con il Comune per il restauro e la consegna dell’edificio all’associazionismo femminile». Cinque anni dopo le donne la spuntano, il progetto «è elencato tra le opere di Roma Capitale e approvato dal Comune». Oggi è sede di una serie di associazioni, offre sportelli informativi e sociali, di assistenza legale, medica e psicologica ma anche lavorativa nel cuore di Roma.

La Casa Internazionale delle Donne nel quartiere Trastevere a Roma, 9 novembre 2017. ANSA/Claudio Peri

L’affitto e il debito

Ora. Il consorzio Casa internazionale delle Donne dovrebbe pagare al comune di Roma un affitto di 7.314,74 euro al mese. Non ce la fa, semplicemente. E registra oggi un debito totale – considerato il mese di dicembre 2019 – di 936.980,33 euro. Non che la Casa non paghi l’affitto: lo paga ma parzialmente, versando da due anni 2.500 euro al mese «come acconto spese di gestione», spiegano a Open dall’amministrazione. Una cifra che era stata concordata con la sindaca di Roma Virginia Raggi e l’amministrazione 5 Stelle nel gennaio 2017 nell’ambito di una trattativa per affrontare il debito monstre.

Non solo: secondo la valutazione fatta dagli uffici tecnici dell’assessorato al Patrimonio del comune di Roma a marzo 2015, la Casa offre gratuitamente al territorio servizi per un valore di circa 700mila euro. Il 17 settembre scorso il direttivo della Casa internazionale delle Donne invia una lettera a Virginia Raggi, «per chiedere urgentemente un incontro». «Come Lei certamente ricorda abbiamo presentato la nostra proposta di transazione già nel dicembre 2018 con la finalità di chiudere in modo definitivo il contenzioso tra la Casa e il Comune».

300mila euro sul piatto, raccolti con il crowdfunding, per chiudere il contenzioso «considerando che, nel rapporto tra valore prodotto dai servizi della Casa e debito, siamo a credito», dicono le donne. A quella lettera, ad oggi, non è mai arrivata risposta, aggiungono. «La mancanza di risposte, per noi incomprensibile quanto preoccupante, sta danneggiando gravemente la Casa e le sue attività per l’incertezza che ne deriva e per l’impossibilità di programmare serenamente il futuro».

Piazza del Campidoglio durante la manifestazione indetta a sostegno della Casa Internazionale delle Donne in concomitanza con un incontro delle attiviste con l’amministrazione comunale, Roma, 21 maggio 2018. ANSA/Marta Lobato

L’annuncio della sindaca

Ecco perché l’annuncio via Twitter della sindaca lascia perplesse le attiviste e non solo. «La Casa Internazionale delle Donne è salva», scrive trionfante la prima cittadina. «Abbiamo trovato una soluzione in Parlamento grazie ad un emendamento condiviso tra M5s e le altre forze politiche. Le donne unite fanno la differenza. Una vittoria di tutti!».

Davvero? Dell’emendamento, le donne della Casa dicono di non saperne nulla. E quel tweet… «Virginia Raggi, non prenderti meriti che non hai. Rispondici!», scrivono sulla pagina Facebook. «400 giorni sono trascorsi dalla consegna al Comune di Roma della nostra proposta di transazione e 141 giorni dall’ultima richiesta d’incontro».

«Raggi non l’abbiamo mai sentita», chiosa Maura Cossutta, presidente della Casa. «Da più di un anno attendiamo una risposta al problema della transazione economica per la risoluzione del debito e alla richiesta di un comodato gratuito per il riconoscimento del valore sociale delle attività della Casa». Alla richiesta di un commento, lo staff della sindaca non ha per ora dato a Open risposta.

Tra la Casa internazionale delle Donne e i consiglieri grillini in Campidoglio, da tempo, i rapporti non sono facili. La rottura definitiva arriva nel 2018, quando il consiglio comunale approva la mozione Guerrini. «La mozione impegna la sindaca e la giunta a togliere alla Casa delle Donne la sede del Buon Pastore, (non si sa per farne cosa) cancellando un’esperienza importantissima per le donne e la città, una realtà viva della cultura, del femminismo e dei movimenti», scrivono le attiviste della Casa.

«La Raggi e la sua maggioranza facciano mea culpa per quanto non hanno fatto in questi mesi», scrivono, in riferimento al cinguettio della sindaca, le consigliere dem Giulia Tempesta, Valeria Baglio e Ilaria Piccolo.

Emendamento, subemendamento e 5 Stelle

900mila euro – l’importo del famoso debito, spicciolo più, spicciolo meno – nel 2020 per finanziare la Casa internazionale delle Donne di Roma: è quanto prevede un emendamento dei relatori al Milleproroghe depositato in commissione alla Camera il 5 febbraio. «Abbiamo fatto presentare ai relatori – Fabio Melilli del Pd e Vittoria Baldino del Movimento 5 Stelle – su nostra richiesta questo emendamento perché sapevamo che era condiviso da tutte le forze di maggioranza», spiega a Open Marco Di Maio, capogruppo di Italia Viva in commissione Affari Costituzionali della Camera.

La presidenza delle commissioni affari costituzionali e bilancio riunite in forma congiunta a Montecitorio ha dichiarato però inammissibile l’emendamento dei relatori al Milleproroghe che avrebbe salvato la Casa delle donne di Roma. Pd e IV hanno protestato e nella serata del 6 febbraio hanno presentato un subemendamento al Milleproroghe che è ora al vaglio di ammissibilità della commissione. Il responso potrebbe arrivare nei prossimi giorni.

Un momento della presentazione del “Piano femminista contro la violenza maschile e di genere” da parte del movimento “Non Una di Meno” nella Casa internazionale delle donne a Roma, 21 novembre 2017. ANSA/ Massimo Percossi

«Con sorpresa ci siamo trovati il parere di non ammissibilità del presidente della commissione, Giuseppe Brescia», chiosa Di Maio di IV. Brescia è deputato del Movimento 5 Stelle. «Abbiamo chiesto numi e presentato ricorso», dice Di Maio. «L’abbiamo ritenuta una scelta politica, più che tecnica. Gravissima. Non vorremmo che dinamiche interne al Movimento 5 stelle avessero un effetto su un tema così delicato».

Dal Campidoglio ai corridoi di Montecitorio? «Anche noi ci stiamo chiedendo con grande rammarico cosa sia successo, visto che la sindaca ieri esultava e dava l’emendamento praticamente per approvato», dice ancora Marco Di Maio a Open. «L’approssimarsi delle elezioni forse ha fatto cambiare qualche equilibrio, con la partecipazione della sindaca a questa causa?».

Il possibile spaccamento della maggioranza vede anche una polemica parallela scatenata da Giorgia Meloni, che ritiene l’emendamento una marchetta elettorale per la candidatura per il centrosinistra di Lorenzo Guerini, oggi ministro dell’Economia, a sindaco di Roma. Ed esulta per la bocciatura dell’emendamento. «Grazie a Fdi è stata bloccata l’ultima oscenità del Pd: dare quasi un milione di € del Mef, guidato da Gualtieri, alla Casa delle Donne, associazione di sinistra che si trova nello stesso collegio nel quale il ministro è candidato. Non si usano istituzioni per comprare consenso».

L’accusa di marchetta elettorale viene rimandata al mittente da Marco Di Maio di Itala Viva. «Non è pensabile che un ministro dell’Economia pensi di fare campagna elettorale su un tema di questo tipo. E infatti non è così, anche perché la proposta è arrivata da noi, non dal Mef», dice il deputato a Open.

In copertina la Casa Internazionale delle Donne nel quartiere Trastevere a Roma, 9 novembre 2017. ANSA/Claudio Peri

Leggi anche: