Coronavirus, come funziona il rimpatrio degli studenti italiani e il caso di Niccolò, l’ultimo ragazzo rimasto a Wuhan

A parlare a Open è il segretario generale di Intercultura, l’associazione grazie alla quale 114 studenti stavano vivendo un anno in Cina e a Hong Kong

«Stanno vivendo un momento molto difficile dal punto di vista emotivo: a metà dell’esperienza, si è interrotto improvvisamente un sogno». Andrea Franzoi, segretario generale di Intercultura-Afs, insieme ai volontari dell’associazione che organizza periodi di studio all’estero per i ragazzi delle scuole superiori italiane, sta vivendo giorni particolarmente impegnativi nel pieno dell’epidemia da Coronavirus. In contatto diretto con le autorità italiane e quelle cinesi, Franzoi ha gestito la maggior parte degli aspetti logistici per il rientro in Italia dei 114 studenti di scuola superiore che stavano vivendo un anno di studio tra Cina e Hong Kong: «Adesso manca solo l’ultimo studente, un aereo dell’Aeronautica lo sta riportando a casa».


«Al momento dello scoppio dell’epidemia avevamo 100 studenti in Cina e 14 a Hong Kong. Non appena sono iniziate a diffondersi le informazioni sul virus, abbiamo subito verificato che nessuno degli studenti fosse ospitato nella regione dello Hubei, focolaio principale del coronavirus. Questa è stata la prima operazione di Intercultura. Poi abbiamo monitorato la situazione e cercato di capire con il governo e i ministeri competenti quali fossero le indicazioni da dare a ragazzi e famiglie».

Franzoi ricorda a Open che «inizialmente l’evento non è stato classificato di “estrema emergenza”. Siamo comunque rimasti in contatto quasi quotidiano con l’Unità di crisi della Farnesina e con l’ambasciata a Pechino: abbiamo subito stretto un rapporto diretto e di fiducia con il console Eugenio Poti». Il primo periodo, racconta Franzoi, era tutto abbastanza tranquillo: la stessa Organizzazione mondiale della sanità non aveva diramato particolari allerte: «Nei primi giorni, verificata la situazione di ogni singolo studente, ci siamo accertati che Afs Cina seguisse il protocollo del governo cinese e facesse in modo che i ragazzi non uscissero di casa».

La logistica del rimpatrio

«Alcune famiglie, dall’Italia, ci hanno chiesto il rientro anticipato per i ragazzi. Per le autorità, però, non era ancora il caso di far tornare gli studenti – spiega Franzoi, raccontando i giorni precedenti al Capodanno cinese -. Dopo che l’Oms ha alzato il livello di allerta, con l’Afs internazionale abbiamo deciso di rimpatriare i circa 350 studenti di tutte le Nazioni. Purtroppo, prima di poter procedere al rientro, il governo italiano ha deciso subito per l’interruzione dei voli diretti dalla Cina. Ed è stato un bel problema per noi».

«Il 31 gennaio abbiamo comunicato ufficialmente alle famiglie la decisione irrevocabile di rimpatriare i ragazzi. Insieme ai colleghi della Cina, abbiamo organizzato la rete di trasporti interni al Paese: abbiamo fatto convogliare i ragazzi a Pechino, Shanghai e Guangzhou e da queste città hanno preso tutti un volo verso Hong Kong: scalo necessario per tornare in Europa, a Londra, e poi a Fiumicino e Malpensa. Abbiamo lavorato giorno e notte», racconta esausto Franzoi.

«Tutti i nostri colleghi e volontari in Cina hanno fatto seguire i protocolli internazionali. Consegne delle mascherine e i ragazzi sono stati controllati – alcuni più di dieci volte – in stazione e nei vari aeroporti. È stato molto faticoso: ogni giorno, dalla fine di gennaio a domenica 9 febbraio, il lavoro è stato aggiornare e tranquillizzare le famiglie degli studenti e informare il governo attraverso l’Unità di crisi della Farnesina: sapevano esattamente quali e quanti studenti sarebbero rientrati e attraverso quali aeroporti e abbiamo aggiornato costantemente le autorità. Lo stesso lavoro è stato fatto l’ambasciata italiana a Pechino».

Nessun obbligo di quarantena

Cosa succede, adesso, con l’interruzione del programma e il ritorno nelle scuole italiane? «Gli studenti sono rientrati sabato. Noi abbiamo consigliate alle famiglie di cercare di farli stare in casa per qualche giorno. In generale, il suggerimento è avviare un dialogo con gli insegnanti di riferimento e valutare la migliore modalità di reinserimento a scuola. Dal nostro lato – spiega Franzoi -, abbiamo collaborato con il ministero dell’Istruzione per agevolare l’elaborazioni di circolari relative alla modalità di reinserimento dei ragazzi a scuola».

«Per loro non c’è l’obbligo di quarantena, non venendo dalla regione dello Hubei. Le indicazioni del ministero della Salute e dell’Istruzione prevedono un contatto costante con la Asl locale per i ragazzi – racconta Franzoi -. Le scuole devono provvedere a giustificare le assenze da scuola per chi opta per una quarantena autogestita. Il capo della protezione civile e commissario dell’emergenza Angelo Borrelli ha emesso una circolare chiara: quest’anno deve essere riconosciuto agli studenti, ed è un’indicazione specifica per gli studenti di Intercultura e, immagino, per quegli studenti che erano in vacanza in Cina a epidemia iniziata».

«Sia gli studenti che ho incontrato personalmente a Roma – racconta Franzoi – sia quelli incontrati dal presidente dell’associazione all’arrivo a Milano, erano molto stanchi. Magari un po’ tristi, ma generalmente molto tranquilli. Anche le famiglie sembrava provassero un misto di felicità per riaverli a casa e di tristezza perché l’esperienza si è conclusa precocemente – poi, la conferma di quello che ci hanno detto anche alcuni ragazzi rimpatriati -. Alcuni studenti sarebbero voluti rimanere nonostante l’epidemia, la vivevano come qualcosa di normale collegato alla vita del Paese. I motivi di chiusura del programma non sono collegati, e mi rivolgo a loro, esclusivamente al coronavirus, ma all’assoluta incertezza che ci sarà in Cina nelle prossime settimane: chiusi in casa a tempo indeterminato, i cinesi stessi non sanno se gli ospedali se riusciranno a reggere, potrebbero scarseggiare beni di prima necessità».

«Organizzeremo nelle prossime settimane un incontro con tutti gli studenti rimpatriati che vorranno prendervi parte: faremo un punto di quello che è successo con il nostro team, per aiutare i ragazzi a metabolizzare l’accaduto – spiega Franzoi -. Il costo del rimpatrio, ovviamente è stato tutto a carico di Intercultura. Abbiamo seguito i ragazzi in ogni fase del rientro, sia a Londra che nelle città italiane i nostri volontari italiani hanno accolto i ragazzi. Nei trasferimenti in Cina, ugualmente, gli studenti non sono mai stati lasciati soli dai nostri colleghi».

Il caso di Niccolò

Un solo ragazzo non è riuscito a rientrare, insieme agli altri studenti, dalla Cina. Si chiama Niccolò – Luigi Di Maio ha reso pubblico il suo nome -, ha 17 anni e vive in Friuli-Venezia Giulia: un volo speciale dell’Aeronautica dovrebbe riportarlo in Italia a breve. «Sono state scritte cose non vere – spiega a Open Franzoi -. È il momento di fare chiarezza sull’accaduto. Il ragazzo stava vivendo il suo anno all’estero ad Aiquin, nel Nord della Cina. Non nello Hubei, centro dell’epidemia. Per il Capodanno cinese, tutte le famiglie sfruttano le ferie per andare a trovare i parenti. La famiglia che ospitava lo studente era andata nello Hubei, dove vivono i nonni».

«Lo studente si è trovato nella zona del massimo contagio l’ultima settimana di gennaio: il rientro a casa, nel Nord della Cina, era previsto per il giorno 31. Qualche giorno prima della partenza, il governo ha chiuso l’aeroporto di Wuhan e la famiglia è rimasta bloccata lì. Cosa è successo a quel punto: Intercultura ha avvisato immediatamente l’ambasciata italiana a Pechino e l’Unità di crisi della Farnesina, informando tutte le autorità che il nostro studente era letteralmente bloccato in una cittadina vicina a Wuhan, dove vivono i nonni. L’ambasciata di Pechino ha preso in carico l’emergenza, ha contattato il ragazzo e gli hanno proposto il rientro con il primo dei due voli speciali preposti per il rimpatrio degli italiani da Wuhan».

«Domenica 2 febbraio il ragazzo è arrivato all’aeroporto di Wuhan. Inizia l’imbarco. Prima di salire sull’aereo, alcuni controllori misurano la temperatura dei passeggeri e lo studente risultava avere qualche linea di febbre. Il protocollo internazionale prevede che non si possa viaggiare con temperatura superiore ai 37°C. Il viceministro della Salute italiano, presente sull’aereo, ha cercato in tutti i modi di far salire anche lo studente. Ma non c’è stato verso: il volo è decollato senza di lui».

L’isolamento in hotel

«Sono stati momenti molto duri perché lo studente è rimasto completamente da solo nell’aeroporto di Wuhan, deserto. È partita una fitta rete di telefonate per andare a recuperare lo studente. Lì sono iniziate due problematiche: la prima era che, potenzialmente, lo studente potesse aver contratto il coronavirus. Ma due test con il tampone hanno scongiurato il contagio, fortunatamente. La seconda era trovare una sistemazione al ragazzo. L’ambasciata italiana si è data molto da fare ed è riuscita ad attivare una rete di cittadini italiani che hanno deciso di restare a Wuhan. Questi contatti hanno messo in contatto noi e lo studente con un i volontari cinesi di una ong che stanno prestando soccorso nella città di Wuhan: hanno preso in carico il ragazzo e hanno trovato per lui un alloggio in un albergo».

«C’è stato un volontario cinese che ha dormito nell’hotel in una camera vicino alla sua e, tutti i giorni, gli ha procurato cibo e medicine. Lo studente è rimasto in contatto costante con i famigliare e con noi di Intercultura attraverso internet. Ironia della sorte, l’8 febbraio è stato organizzato un altro volo per tornare in Italia. Di nuovo, al momento dell’imbarco, allo studente viene rilevata qualche linea di febbre: resta a terra nell’aeroporto di Wuhan una seconda volta. Domenica 9 febbraio il ministro degli Esteri Luigi Di Maio ha contattato la famiglia, fortunatamente, per assicurare che un volo militare sarebbe andato a recuperare lo studente. Il ragazzo ha fatto già tre tamponi ed è escluso il contagio da coronavirus. Sta rientrando in Italia in queste ore».

Franzoi descrive il 17enne come «un ragazzo particolarmente forte: certo passa momenti di sconforto, ma grazie anche al senso di vicinanza che ha avuto da parte della sua famiglia, di Intercultura e dell’ambasciata italiana, è riuscito a superare questi giorni di solitudine con coraggio e determinazione. L’ho sentito regolarmente per telefono – racconta Franzoi -, nel periodo a Wuhan ha guardato tanta televisione, Netflix e ha letto un po’ di libri. Non è stato facile, chiuso per giorni in una camera di albergo: Wuhan è una città fantasma e anche l’hotel è deserto. Gli unici ospiti sono cittadini che si sono rifugiati lì perché, l’alternativa, era essere prelevati e portati in ospedale o chissà dove».

«L’esperienza all’estero in generale e con Intercultura assume un valore maggiore quando ci sono delle difficoltà, che poi vengono superate – conclude Franzoi -. Non è questo il caso, ovviamente, perché un’epidemia del genere va oltre qualsiasi previsione. Ma vivere lontano da casa ti dà il senso della realtà, ti permette di relativizzare le cose e capire aspetti del quotidiano a cui prima non si dava importanza. In un futuro prossimo, da questa esperienza, tutti gli studenti scopriranno di aver tratto un vantaggio personale: senza rendersene conto sono stati attori di un evento storico e sono riusciti a superarlo: stanno tutti bene e sono generalmente tranquilli. Noi rimarremo vicini in tutto il percorso di reinserimento. E un giorno, chissà, mi auguro che qualcuno di loro voglia diventare un volontario di Intercultura».

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