Rapina a Napoli, parla il padre di Ugo, ucciso a 15 anni: «Rispetto le forze armate, ma che succede se gli hanno sparato alle spalle?»

Il primo colpo è stato frontale, il secondo mentre il quindicenne girava il volto

Non si da pace il padre di Ugo, il ragazzo quindicenne ucciso nella notte tra sabato e domenica a Napoli mentre tentava di rapinare un carabiniere in borghese. Uno sfogo davanti alle telecamere, in napoletano strettissimo, in cui l’uomo spiega di non avercela con le forze dell’ordine ma che sì, ha ancora molti dubbi su come siano andate effettivamente le cose. «Se non ci fosse lo stato, scenderemmo con le frecce e saremmo come gli indiani. Non sono contro nessuno, so bene che se non ci fossero loro ci ammazzeremmo gli uni con gli altri», dice in sostanza l’uomo.

Spiega, tra l’altro, che quella notte ha rischiato che la figlia vedesse il fratello a terra, moribondo: «Quando mi hanno detto “hanno sparato a uno”. Pensavo che fosse qualche stesa, qualcuno dei fatti di cui si parla sempre. Non avevo idea che mio figlio si fosse messo nel giro delle rapine, altrimenti avrei subito pensato a lui quando mi hanno detto del morto. E invece non ci pensavo proprio. Io spero che dispiaccia a tutti per la vita di un quindicenne che si perde, al di là delle sue colpe».

Gli hanno sparato alle spalle?

Infine, l’accusa sulla ricostruzione dei fatti, che la procura sta ancora cercando di appurare. Il padre ripete che va verificato se Ugo sia stato colpito mentre scappava: «Sto facendo un’ipotesi che probabilmente non sarà confermata dalle indagini. Se gli hanno sparato alle spalle hanno fatto bene o no?». In realtà, dalle prime verifiche sembrerebbe che il primo colpo sia stato frontale e il secondo, alla testa, mentre il ragazzo si girava. Ma se stesse scappando oppure no non è chiaro: il carabiniere che l’ha colpito dice di no, il ragazzo che era con Ugo dice di sì e le analisi non hanno ancora dato un verdetto definitivo.

In ogni caso, conclude il padre di Ugo, che ha precedenti proprio per rapina, dice che non ha mai voluto che il figlio finisse nello stesso giro, anzi: «Chi va carcerato e ha pagato, sa quanto è dura. Io mio figlio carcerato non l’avrei voluto vedere. Non giustifico mio figlio, ma non va bene che l’abbiano fatto passare come un camorrista. Spero anzi di poter fare in modo che non accadano cose del genere ai ragazzi di Napoli. D’ora in poi vivrò solo perché quello che è accaduto a lui non accada più, sarò a disposizione per i ragazzi come lui».

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