«Martina Rossi non scappava da uno stupro». Assolti in appello i due imputati. La rabbia del padre

La linea sostenuta della difesa era che la ragazza, in preda alla depressione, si fosse suicidata

Una sentenza inaspettata quella per la morte di Martina Rossi, la ragazza precipitata dal balcone di un albergo di Palma di Maiorca. La tesi sostenuta dall’accusa durante il processo è che la studentessa fosse morta nel tentativo di sfuggire a uno stupro. La Corte di appello di Firenze ha invece ribaltato la sentenza di primo grado che condannava a sei anni i due imputati, Luca Vanneschi e Alessandro Albertoni, entrambi 28enni di Castiglion Fibocchi (Arezzo), assolvendoli. Nel processo di primo grado, i due erano stati riconosciuti colpevoli di morte come conseguenza di altro reato e tentata violenza di gruppo. Ma in appello, l’accusa più grave – la morte come conseguenza di altro delitto – è stata poi prescritta.

E se il padre Bruno Rossi aveva definito prima della sentenza d’appello – in un’intervista a Repubblica – la prescrizione per uno dei capi d’accusa «una scelta pesantissima da digerire», ora torna a esprimere la sua rabbia. «Martina non c’è più e adesso non c’è più neppure la giustizia», ha commentato durante la lettura. I due imputati, nel corso del processo, hanno sempre rivendicato la loro innocenza. La linea sostenuta della difesa era che la ragazza, dopo aver assunto hascisc, in preda alla depressione, si fosse suicidata. Una tesi sempre negata dai genitori di lei.

La vicenda

Martina moriva il 3 agosto del 2011 dopo essere precipitata dal sesto piano di un hotel a Palma di Maiorca, in Spagna. Secondo i giudici di Arezzo, la ragazza fu spogliata da qualcuno che avrebbe provato ad abusare di lei e cadde dal balcone per sfuggire a una violenza sessuale. Per la sua morte vengono condannati a sei anni Alessandro Albertoni e Luca Vanneschi.

Il 14 dicembre 2018 il Tribunale di Arezzo rende note le motivazioni della condanna: la studentessa non aveva abusato né di alcol né di droga. Martina Rossi, scrivono, non era in cura farmacologica e «non aveva mostrato alcun interesse sessuale né per Albertoni né per Vanneschi». Sul collo del primo furono trovati «graffi ben evidenti e visibili». Lo stesso Albertoni aveva ammesso che glieli aveva procurati la studentessa. Prova, secondo i giudici, della reazione di Martina «al tentativo di violenza nei suoi confronti».

Il processo

Il pm, nella requisitoria, aveva spiegato che Martina «fuggiva da due ragazzi aretini che la volevano violentare e tentò un ultimo e disperato tentativo di mettersi in salvo raggiungendo un altro terrazzo». Allora il Tribunale aveva riconosciuto i due giovani come colpevoli del gesto. Da lì la condanna a sei anni. Gli avvocati della difesa, per rafforzare la tesi della depressione e del conseguente suicidio, avevano tirato in ballo la testimonianza di Francisca Puga, una cameriera spagnola dell’albergo che aveva raccontato di aver visto dalla strada la ragazza sporgersi nel vuoto e poi cadere volontariamente. Un’ipotesi smontata dall’accusa che sosteneva che da quella visuale era impossibile capire come fosse avvenuto quel volo.

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