Coronavirus, perché in Giappone l’uso di mascherine era diffuso prima della pandemia?

Ragioni storiche e culturali hanno reso, nel corso dei secoli, l’utilizzo del dispositivo di protezione così popolare nel Paese. La loro utilità per fronteggiare l’influenza spagnola prima e la Sars poi, hanno fatto sedimentare la pratica

Quattordici milioni e 100 mila contagiati, più di 600mila morti. Sono gli ultimi dati del bollettino, che si aggiorna di ora in ora, della John Hopkins University. Oltre i numeri della tragedia la pandemia del nuovo Coronavirus ha cambiato anche il comportamento delle persone, l’attenzione alle norme igieniche e la ritualità della vita sociale. Tra le varie trasformazioni, un oggetto che era di uso prettamente medico è entrato a far parte della quotidianità di tutti: la mascherina.


All’inizio della pandemia, l’Organizzazione mondiale della sanità ne raccomandava l’utilizzo solo al personale sanitario. Poi, forse con colpevole ritardo, il dispositivo di protezione è stato reso addirittura obbligatorio per i cittadini di molti Stati. Ma se in Occidente l’uso diffuso della mascherina ha stravolto la consuetudine, in Giappone la protezione per naso e bocca fa parte di una normalità che si protrae da secoli.

Ci sono più motivazioni che hanno fatto sedimentare, nel costume nipponico, l’utilizzo della mascherina. Tra queste, il rispetto per gli altri, credenze popolari e la fiducia nella scienza. «Quando qualcuno si ammala, per un senso di rispetto verso gli altri, usa la mascherina per evitare di contagiarli», ha spiegato alla Bbc Mitsutoshi Horii, professore di Sociologia dell’Università di Shumei, in Giappone.

È diventata una pratica così diffusa da essere considerata dalla collettività come «un rituale per autoproteggersi dai rischi esterni». L’utilizzo della mascherina nella società nipponica, secondo molti analisti, ha aiutato a mantenere basso il tasso di contagio e il numero di vittime nel Paese, nonostante la vicinanza geografica alla Cina: al 18 luglio, sono 24.719 i casi totali di Covid individuati in Giappone e 985 le vittime. Anche considerato i Paesi con le economie più sviluppate, i membri del G7, il Giappone risulta essere lo Stato sul quale Covid-19 ha avuto il minor impatto.

Esistono, negli archivi del Paese, documenti risalenti al periodo Edo, 1603-1868, da cui si evince che i giapponesi dell’epoca erano soliti coprirsi il volto con pezzi di carta o rami di sakaki, una pianta considerata sacra in alcuni territorio dell’arcipelago. Il senso di questa usanza era quello di impedire al respiro, considerato sporco, di fuoriuscire e raggiungere le altre persone.

C’è un momento storico in cui il popolo giapponese dimostra la propria fede nella scienza, il vero elemento che ha permesso all’utilizzo della mascherina di diventare una prassi nazionale. Fu l’influenza spagnola, all’inizio del XX secolo: il governo del Giappone avviò una vigorosa strategia di isolamento e distribuzione di mascherine per fermare l’epidemia. Una volta superata l’influenza spagnola, la popolazione si rese conto che quello strumento era davvero una precauzione imprescindibile per lo sviluppo della società senza dover correre rischi.

«L’uso della mascherina era una raccomandazione scientifica. I giapponesi la fecero propria come simbolo di adattamento del Paese al mondo moderno, come una parte necessaria del progresso tecnologico», conclude George Sand, professore di Storia giapponese alla Georgetown University.

Della stessa idea Mitsutoshi Horii, il quale ritiene che i giapponesi «da allora, non hanno più smesso di utilizzare le mascherina per la profonda fiducia nella comunità scientifica. Con l’avvento della Sars – nel 2003 -, le mascherine sono diventate onnipresenti – conclude il professore -. Non tanto per le direttive statali, ma per quella che in psicologia è chiamata strategia di adattamento».

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